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GUIDO SAVIO: TEMPO DI SOLITUDINE, SONNO E “ALTRO”

TEMPO DI SOLITUDINE, SONNO E “ALTRO”

Il Tempo e l’Altro è lo stenogramma di quattro conferenze che Lévinas ha tenuto nel 46/47 durante il primo anno della sua attività al Collège Philosophique fondato da Jean Wahl. Questo allora inedito lavoro è sempre stato considerato il nucleo fondamentale del suo pensiero allo stato nascente.

 

“Lo scopo di queste conferenze – scrive Lévinas – consiste nel dimostrare che il tempo non fa parte del modo di essere di un soggetto isolato e solo ma è la relazione stessa del soggetto con altri”.

 

Non esiste tempo soggettivo e neppure tempo oggettivo ma solamente tempo “relazionale”.

Ma per arrivare a questo afferma l’Autore è necessario confrontarsi con il tempo della solitudine. Solitudine che viene presentata come “categoria dell’essere”. Lévinas si schiera contro la solitudine di Heidegger che la vede come impersonalità della vita quotidiana. Levinas invita noi a cogliere la solitudine per mezzo della socialità e la socialità per mezzo della solitudine.

 

“In che cosa consiste il carattere lacerante della solitudine? “ si chiede Levinas, e risponde in modo banalissimo: noi non esistiamo mai al singolare perché siamo circondati da esseri con i quali ci teniamo costantemente in contatto. Ma tutti questi contatti (lo sguardo, il tocco, l’amore, etc.) sono transitori in quanto Io non sarò mai l’Altro (che potrebbe costituire la impossibile cessazione della solitudine: noi esseri umani possiamo scambiarci tutto (o quasi) fuorchè l’esistere.

Io sono unico in quanto esisto ed esisto in quanto sono irripetibile, pur vivendo relazione con l’altro e non potendo esistere diversamente. Questo del vivere distante più che distinto è il sogno dello psicotico e l’illusione del nevrotico.

Leggerei in questo modo la “lacerazione” della solitudine che vede Lévinas.

 

Famoso l’esempio dell’insonnia. Lévinas afferma che l’insonnia è l’incapacità di ritirarsi dalla vigilanza sul proprio essere, essendo il sonno il luogo (l’ il y a) in cui l’esistere si afferma nel suo stesso annientamento. La insonnia è l’incapacità di ritirarsi nel sonno  pur (o proprio perchè) considerandolo un dominio privato.

 

Il sonno invece è il luogo della solitudine del riposo del giusto , almeno per quello che abbiamo fatto nella nostra giornata, più o meno ricca. Noi siamo soli perché siamo uni. “La solitudine non è dunque soltanto disperazione ed abbandono, ma anche virilità, fierezza e sovranità” (almeno sulla propria giornata trascorsa, dico io) continua Lévinas.

 

Ognuno di noi si occupa di sé e questo rappresenta la nostra identità, e la nostra libertà è limitata dalla nostra stessa responsabilità. Paradossalmente noi non siamo più liberi in quanto siamo responsabili di noi stessi. E responsabili anche degli altri.

 

La nostra vita è popolata dalla contraddizione, lo sappiamo benissimo. Lévinas sceglie quella del Tempo, noi aspiriamo all’estasi ma finiamo con il comperarci l’orologio: la nostra vita è una aspirazione dell’altro ma anche la necessità del vivere dell’altro. Una antinomia che Levinas vede da un lato come bisogno di salvarsi e dall’altro come bisogno di appagarsi: Giacobbe ed Esaù.

 

E la nostra salvezza avviene attraverso lo “sfruttamento” degli alimenti del mondo stesso. Andiamo a fare una passeggiata, ma se non ci andiamo per stare bene, bensì per respirare aria buona…non serve a niente. Ogni forma di oggetto non deve immischiarci nella sua natura, nella sua struttura, altrimenti diventa dipendenza. Il soggetto deve “ritornare a sé” se vuole vivere dopo avere sperimentato la alimentazione che l’oggetto gli ha dato.

 

“E’ in compagnia di me stesso che io mi ritrovo nella conoscenza e nel godimento” scrive Lévinas; solo in questo modo prendo le distanze dalla materialità del mondo e lo trascendo.

 

Ma la solitudine comprende anche la sua tragedia che noi ritroviamo nella sofferenza e nella morte. E non è la angoscia del nulla su cui  si basa la solitudine a volte anche “positiva”,  bensì nel dolore, specie in quello morale, dove a volte è impossibile mantenere una dignità: la sofferenza è la irrevocabilità stessa dell’essere, del nostro essere vivi, del nostro essere al mondo. Il contenuto della sofferenza è la incapacità di separarci da essa: si è presi nella stretta della vita e del nostro stesso essere. Ho scritto e detto in molte parti che la massima differenza che un uomo può sperimentare nella propria esistenza è tra un corpo vivo e un corpo morto.

 

E la stessa relazione con la morte non può accadere in vita ma accade nella morte, ovvero quando noi non siamo più. Nella sofferenza il soggetto viene ribaltato da una condizione di “attività” ad una di “passività” e questo lo fa patire ancora di più la solitudine: come se tutto il resto del mondo andasse avanti per conto proprio. “Morire – dice quasi poeticamente Lévinas – significa ritornare a questo stato di irresponsabilità, significa identificarsi con la scossa infantile del singhiozzo”.

 

E la morte vede l’uomo in un suo costante lottare contro di essa, l’eroe è colui che si ostina a trovare sempre una possibilità di uscirne fuori, anche nel suo dolore e nella sua sofferenza. La morte non è mai assunta ma… viene. All’approssimarsi della morte noi non possiamo più… potere ed è qui dove noi perdiamo la nostra sovranità. “La mia solitudine, così non è confermata dalla morte ma viene spezzata dalla morte”, e noi da singoli ci trasformiamo in pluralismo. Non a caso per definire il mondo ultraterreno si usa l’espressione “il mondo dei più”.

 

E per questo afferma ancora e chiude Lévinas (e chiudo anche io) solo chi è arrivato alla sperimentazione della propria solitudine attraverso la sofferenza “si pone su di un terreno in cui la relazione con l’altro diventa possibile”. Entrare in relazione con l’altro senza schiacciare e senza essere schiacciati: questo è l’uscire dalla solitudine.

 

GUIDO SAVIO

 

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