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GUIDO SAVIO : I SETTE VIZI CAPITALI : 7 – ACCIDIA

ACCIDIA

Nell’antica Grecia il termine acedia (ἀκηδία) indicava, letteralmente, lo stato inerte della mancanza di dolore e cura, l’indifferenza e quindi la tristezza e la malinconia. Il termine fu ripreso in età medievale, quale concetto della teologia morale, a indicare il torpore malinconico e l’inerzia che prendeva coloro che erano dediti a vita contemplativa.  Tommaso d’Aquino la definiva come il «rattristarsi del bene divino», in grado di indurre inerzia nell’agire il bene divino.

Mi capita di sovente in questi ultimi anni di seguire nel loro percorso analitico molti giovani, e spesso queste accezioni di accidia le vedo stampate nei loro volti e le sento nelle loro parole.

Ritengo che la noia (malinconia, depressione, inedia, poca voglia di fare, divano, telefonino, playstation, mancanza di desiderio, mancanza di interesse politico, mancanza di interesse sportivo, etc.) sia il peggiore diavolo per i nostri giovani.

 

Per questo riporto un capitolo intitolato Il figlio e la noia,  tratto un mio libro FIGLIO E PADRE, edito dalla Armando Editore – Roma nel 2013, proprio perché ritengo che una delle questioni più importanti del disagio giovanile e della difficoltà scolastica (pandemia compresa) sia proprio la noia. E se la scuola non funziona e balbetta, la famiglia non è che canti a squarciagoa, non ha strumenti idonei per prendersi cura dei propri figli, non possiamo aspettarci niente di buono per il futuro dei nostri giovani. Ma pessimista io non sono. La strada per una risalita è dietro l’angolo.

Riporto queste pagine perché a mio modo di vedere la accidia-noia è il nemico più insidioso che i giovani nostri si trovano ad affrontare in questi tempi. Si tratta di un male subdolo, indotto dal molte agenzie (rete, televisione, telefonino, assenza di strutture dove poter fare politica, assenza di modelli politici, DAD, assenza di luoghi culturali, sforzi immani della scuola che da sola tiene in piedi tutto l’ambaradan formativo dei nostri giovani, famiglie in crisi, difficoltà di assembramento, difficoltà di fare festa reale per i nostri giovani, anche difficoltà di progettare il loro futuro, etc… Ho sempre detto e scritto che la scuola è la prima agenzia alla quale si rivolge, si rivolgono le persone in disagio, in malessere, in depressione, e purtuttavia è la meno attrezzata e formata, ma non per colpa sua, a rispondere a queste domande).

Ma la noia è soprattutto un male interiore. Quello che tempi fa si diceva il mal de vivre. Ma forse quella altro non era che una costruzione letteraria ed esistenziale. I nostri giovani hanno a che fare i conti con ben altro.

 

Ritengo anche che dietro questa “patologia giovanile” risieda una certa “mancanza paterna” , non nel senso del tempo dedicato e delle parole dette (bene o male), bensì nella modalità del carisma del padre. Si parla in continuazione della debolezza del padre, della sua fugacità, etc.. Ma io penso che non si tratti di una questione solo oggettiva (che è vero che è anche così). I nostri figli non hanno il “pensiero di padre” che avevamo noi. Che significava autorità, relazione, obbedienza, sapere sottostare, anche dipendere, ma anche ammirare, desiderare, volere essere come, sentirsi fiduciati e protetti. Pensiero di padre è che il figlio pensi che da qualche parte, a partire dal padre, qualcuno lo apprezzi e gli sia fiducia. Poi il padre può essere sostituito da altre agenzie: la scuola, il professore,la squadra,l’allenatore, il dirigente sociale,il formatore ACR, l’amico più vecchio, modelli positivi forniti anche dai media, etc.

 

Dico qui nel mio discorso che Padre e Madre sono la stessa cosa. Ma non posso per motivi di spazio e tempo entrare nel merito della “funzione paterna” che, a mio modo  id vedere” è la stessa cosa della “funzione materna”.

 

Per cui il Lettore, in quello che leggerà a seguire può intendere benissimo il termine Padre con il termine Madre. Anche se la stessa cosa non è.

 

Il padre d’oggi pecca di carisma e di ascendente sui propri figli, che è tutt’altro che autoritarismo o cose del genere.

Poi i nostri figli sono distratti dal “Pensiero di padre” da una infinità di distrazioni, tentazioni, sirene di cui i nostri tempi sono pieni. Il padre di cui parlo è l’ordine, l’appoggio, la fiducia, l’onere, la ricompensa, l’onore anche.

E per i nostri giovani i tempi sono difficili. Molto, molto, ma molto di più di quanto non lo fossero per noi alla loro età.

Io sono convinto che prima ancora di un servizio sanitario nazionale capace di rispondere alle domande (anche urgenze) del cittadino, dovrebbe esserci una scuola che sa il fatto suo in merito a queste domande, che è formata che è motivata.

Ho anche scritto e detto in pubblico che perché questo sia possibile è necessario pagare gli insegnanti almeno tremila euro al mese. Ma al governo abbiamo i ministri che abbiamo. Non è una questione di cassa, ma una questione di volontà e lungimiranza politica.

La società è la scuola che sa darsi. Né più nè meno.

 

IL GIOVANE E LA NOIA

 

La prima. Il concetto di figlio, il pensiero di figlio è il prodotto di quel soggetto che si dà da fare, che accetta il proprio ruolo, la propria finitezza, un portatore di desiderio insomma. Il figlio che ha nella propria testa e nel proprio cuore e nelle proprie gambe la parola scopo. Senza essere un forzato della programmazione. In quanto soggetto dello scopo il figlio è il soggetto della salute, quello che ha un pensiero di meritarsela, come di meritarsi il piacere e la salvezza. Il figlio è il soggetto dell’intraprendenza, quello che si muove per primo e non aspetta che sia l’altro ad aprire la bocca o a prendere in meno la cornetta del telefono. E’ colui che non ci pensa tanto ma fa perché ha un fine. E vedremo più avanti che il figlio è il soggetto della produzione di un fine ma anche della accettazione della fine. E sto parlando di un figlio che può avere dai nove ai novant’anni!

La seconda. La noia è il contrario. E’ il contrario di tutto quello che s’è detto finora del figlio. Mi riprometto di parlare estesamente della noia e vorrei portare l’esempio di due soggetti (tratti fuori dal mondo della letteratura) per così dire…annoiati. Due che da annoiati poi diventeranno noiosi, almeno nelle cose che prenderemo in considerazione, non certo nella loro produzione letteraria tout court ed entrambi rispondono al nome di Francesco: il primo è Francesco Petrarca dal Secretum e il secondo è Francesco Kafka, per gli amici Franz, dalla Lettera al Padre. Vedremo nelle pagine di Kafka che leggerò come egli non “faccia” assolutamente il figlio proprio nel momento in cui sputa addosso al padre tutte le sue accuse e lo pone come causa prima dei suoi mali.  Kafka non sa che vedersi vittima passiva del padre e non riesce in quell’atto si emancipazione e di liberazione che poi è quello che mette in moto ogni processo di guarigione, il perdono. Il figlio non potrà mai dire al padre, anche se ha avuto un padre disgraziato e debosciato: “Sei stato tu a rovinarmi”.

Anche se questa potesse essere una parte della verità. Il figlio, fissandosi su questo pensiero… non troverà mai se stesso, non troverà mai la propria imputazione, ovvero la propria parte attiva, la propria responsabilità. In questo senso il perdono è l’uscire dalla fissazione che mi blocca a pensare che il padre (ma potrebbe anche essere la madre, lo zio, l’allenatore di calcio, il prete in chiesa, lo Stato, l’altro, il mondo, la diversità… e chi più ne ha più ne metta) ha determinato il mio destino senza che io fossi presente, e forse anche consenziente.

Ricordo qui che Nietzsche in Umano, troppo umano afferma: “Chi non ha un padre degno di esserlo ha il diritto di cercarsene un altro”.

Il figlio è il soggetto che si assume la responsabilità dopo essere passato attraverso l’affetto del padre, che per noi significa avere vinto la fissazione del pensiero che lo inchiodava a vederlo causa prima delle proprie disgrazie. Si vede benissimo nella clinica. Quando uno o una la smette (uomo/donna) di dire male dei propri genitori e li perdona, comincia a guarire nel senso che comincia a perdonare anche se stesso/a.

Noi siamo dunque, e dobbiamo pensarci, tutti figli, proprio in quanto c’è un unico Padre. Uomini vuol dire pensarci figli. Anche noi padri naturali, nel momento in cui ci pensiamo padri e non figli verso i nostri figli stessi, andiamo a complicare la faccenda. Pensarci figli significa pensarci capaci dell’errore (e anche abilitati ad essere perdonati in questo errore). Se io mi presento a mio figlio come uno che può sbagliare… anche mio figlio avrà meno paura dell’errore e sarà più libero nel suo fare e pensare. Nel momento in cui io mi presento come padre infallibile (o almeno uno che ci tenta, cercando in tutti i modi di non farsi prendere in castagna) inoculerò a mio figlio la paura di sbagliare. Lo inibirò. Lo renderò meno libero. Pensiero elementare, banale, dunque… buona psicologia. Il buon Padre è colui che rimanda il Figlio all’Universo.

Pensarci figli significa pensarci anche naturalmente (non volontaristicamente) destinati all’errore, ma è proprio in questo modo che noi possiamo avere quel giusto amore per noi stessi che è dato dalla accettazione dell’errore e del limite. Ma in più noi, nella relazione con l’altra persona, ci poniamo alla pari (siamo tutti figli), nel senso che se l’altro vede che io non faccio drammi davanti al mio errore ma cerco di correggerlo, anche lui si regolerà con me secondo questa modalità, che altro non è che la modalità dell’amore.

 

Se all’altro che viene verso di me io mi (op)pongo come l’uomo della giustizia, l’uomo del bene, l’uomo della morale, l’uomo fatto di ferro, senza macchia e senza paura… oltre che a farlo allontanare da me lo metto nella condizione di temere di sbagliare. La paura dell’errore è sempre un confronto che noi facciamo con l’altro.

 

E questa era la premessa.

Matteo, 8,27: “Tutto mi è stato dato dal Padre mio. Nessuno conosce il figlio se non il Padre e nessuno conosce il Padre se non il figlio e colui al quale il figlio lo voglia rivelare”. Queste parole di Cristo significano che la questione del figlio nella sua realtà e nella sua logica di fare, agire, muovere i muscoli, avere uno scopo, è la stessa questione del padre: chi è l’uno… l’altro è. Ma non tanto nella somiglianza reale delle relative esperienze di vita, quanto nel pensiero reciproco: se favorevole è il pensiero… favorevole sarà anche la relazione. Il figlio fa conoscere agli altri il proprio pensiero di Padre, che è un pensiero di ricchezza, di eredità, di amore e di perdono, anche se ciò fosse il frutto del superamento del padre reale stesso.

E’ vero. Tutti noi nella vita andiamo alla ricerca del Padre. Ma la ricerca sarà meno angusta se ci portiamo dietro questo pensiero: l’errore, la mancanza, la contraddizione, il limite… fanno parte del percorso del Padre e anche del Figlio. A proposito sto leggendo delle cose di Galimberti, di Rella, di Jonas, di Weisel, di Cacciari, Levinas, Weil, di Ricoeur sul Dio affatto onnipotente…

Ma ecco il punto, per così dire nuovo, su cui vorrei soffermarmi . Il pensiero, il nostro pensiero di essere figli è il pensiero di…chi inizia. Il figlio è tale in quanto iniziatore, in quanto portatore di un “pensiero di inizio”. Sempre pronto a cominciare qualcosa. Il nostro pensiero di amore per noi stessi è il pensiero di essere sempre capaci di iniziare qualcosa di nuovo. Ma anche molto semplicemente è il pensiero che se ci va male da una parte noi riusciremo a farla andare bene da una nuova parte . Si dice spesso  anche come battuta… “ce n’è sempre anche per domani”. Ecco il pensiero di inizio, di rilancio, come Rossella O’Hara nella famosa frase finale di Via col vento.

L’amore di se stessi e l’ ”egoismo maturo” (di cui Paolo Barcellona tanto ha parlato) , sono infilati per lo spago nel pensiero che c’è sempre la possibilità di cominciare, e se si vuole (dopo l’errore) di ricominciare. Qui sta la mia umanità: posso iniziare in quanto di me ho un pensiero di figlio. Vogliamo intendere l’inizio come nascita? Mi sta bene anche questo… ma solo allora sarò figlio, quando saprò rinascere tutte le volte che la vita mi chiamerà a farlo.

Ricordo qui un pezzettino di sogno di una signora quarantenne in cui si vedeva in sala parto e l’ostetrica, applicandole una flebo al braccio le diceva: “Suo figlio non è nato da un uomo ma da una flebo”.

 

La più smaccata contraddizione di quanto andiamo dicendo , in quanto c’è figlio solo in quanto c’è padre e c’è padre in quanto c’è figlio. Padre e figlio vivono l’uno in quanto vive l’altro. Sono imprescindibili. Se non c’è il padre (ma una flebo) non ci può nemmeno essere il figlio. Senza padre non si può dire figlio e senza figlio non si può dire padre. Anche se il padre della “generazione”, quello che mette al mondo con il proprio seme, è solo una parte del Padre di cui andiamo parlando.

Continuando con il sogno, questa signora vede un nastro trasportatore su cui scorrono dei neonati ben pasciuti e chiede curiosissima alla ostetrica: “Da dove vengono e dove vanno quei bambini?” e si sente rispondere lapidariamente: “Quei bambini non vengono da nessuna parte e non vanno da nessuna parte”.

Eccolo qui il senso del sogno: non c’è inizio, non c’è stato un iniziale pensiero d’amore che ha generato questi bambini e non c’è neppure uno scopo nella loro esistenza, non vanno da nessuna parte. Dramma, rappresentazione dolorosa, sorda e muta della assenza del pensiero di inizio, anche nel senso che il figlio inizia dal padre. I bambini del nastro trasportatore non sono stati amati come “venenti” da qualche parte, non sono stati colti come inizio di una vita ma come la perpetuazione di una omologazione… ecco, questi bambini sono il contrario del pensiero di figlio di cui andiamo parlando.

 

Allora la noia, come la definiscono Maggini e Dalle Luche in una loro raccolta di saggi dal titolo Il paradiso e la noia, altro non è che “la assenza del desiderio”, ovvero la assenza di un punto di partenza e di un punto di arrivo. I reali nostri figli annoiati proprio non sanno lavorare sul loro desiderio, fanno fatica a dare un significato alla propria esperienza. In vent’anni di lavoro ho ormai imparato che chi vuole guarire è il soggetto tipo Archimede al quale si accende la lampadina del voler darsi da fare per… salvarsi. Non ci si salva se si porta la noia come vessillo. Sostiene Rella in Le figure del male : “Ecco, di fronte a questa “aegritudo”, di fronte a questa passione “acerbissima”, Leopardi dirà che anche la disperazione è meglio. La noia, la malinconia, è il sentimento del “nulla ad ogni istante”, e contro il sentimento del nulla pare non esserci difesa possibile”. Diversamente non avviene nulla.

 

E torno al pensiero di figlio. Possiamo dire che noi abbiamo questo salvifico pensiero nel momento in cui, e qui cito il mio maestro Giacomo Contri “abbiamo il pensiero di essere contenuti nella volontà di un Padre, quando anche non esistesse un tale padre”. Pensarci figli non ha assolutamente a che fare con il dato reale di avere uno, due, cinque padri o essere orfano. Si tratta solo di un pensiero produttivo, quello di essere contenuto nella volontà di un altro che vuole il nostro bene, e questo altro svolge una funzione paterna. Tutto qui. Eredità significa che il padre dice al figlio: “Porta avanti tu il mio desiderio, questa è la mia volontà su di te”.

 

Il pensiero di “essere figli” significa che c’è uno che prova piacere per il piacere che provo io. La legge è quella del piacere. Sappiamo tutti quanto sia più difficile avere piacere per qualcuno che vive un piacere piuttosto che provare dolore per uno che prova dolore.

E qui mi permetto di insistere. La legge del piacere è la legge che mi sorregge sia la condizione del lavoro, sia del senso che do alla vita. E’ impensabile per la legge del piacere (dunque la legge del Padre e del figlio) che io viva 60, 70, 80, 90 anni, che semini, che lavori, che raccolga senza che questo non comporti per me un piacere. Se io non sono sorretto da un Principio di Piacere è impensabile che io, da figlio, inizi qualcosa. Io inizio se quella cosa mi piace, altrimenti lo faccio per forza e lo faccio male. Poi esistono anche le cose che per forza bisogna fare, ma anche là io sono chiamato a introdurvi la mia questione del piacere. Elementare e perfino banale, dunque… buona psicologia.

Io la vedo come un lampo questa cosa che sto per scrivere: “Quello che faccio da figlio lo faccio per piacere, per piacere mio e per piacere all’altro”. In quanto io sono figlio di due che per piacere (attraverso il reciproco piacere, il reciproco amore) mi hanno messo al mondo. L’atto sessuale è secondario rispetto al piacere come principio. Padre e madre si sono amati nello spirito prima, e questo ha permesso che si amassero nel corpo, dopo. Per questo il piacere dell’atto sessuale è secondario.

 

E mi viene da dire, anzi, lo dico, che quando due si amano, anche quando due fanno l’amore, non sono due ma sono tre: il Padre è presente e loro due fanno del loro atto di amore una legge tra loro due in quanto si richiamano entrambi alla legge del Padre, al pensiero di Padre che dice: “Riceverai il piacere da un altro”.

“Tu piaci a me e io piaccio a te”, prima di essere una esperienza reale (anche estetica) è un pensiero sperimentato verso il Padre… “a qualcuno piace che…” (e i puntini li riempie la mia competenza). Lì trovo il mio piacere e la attrazione verso tutti gli altri che incontrerò nella vita.

 

Voglio dire che le nostre esperienze di piacere non si verificherebbero se non avessero avuto la strada sgombrata da un pensiero precedente, quello che il mio piacere piace a qualcun altro, a partire dal Padre. Tutto qui.

 

E se vogliamo restare nella questione del sesso posso dire che tutte le persone che hanno i cosiddetti “problemi sessuali” ce li hanno perché pensano che quello che stanno facendo all’altro o con l’altro… all’altro non piaccia. Cioè hanno mandato a remengo la legge del Padre che dice che il piacere viene dall’altro, e del mio piacere qualcuno ha piacere. Ed ecco qui la questione dell’essere contenuto. Del corpus recipientis. Il pensiero è che io sono contenuto nel piacere di un’altra persona, sono dentro all’altro all’insegna della reciprocità del piacere. Ma attenzione amici. Reciprocità non è uguaglianza. “Il rapporto tra due amanti è sempre asimmetrico” scrive Levinas. In amore non è pretendibile la parità. In amore c’è chi è e ha più dell’altro. Reciprocità non vuol dire “se io ti do tanto… allora tu mi devi altrettanto”. Questa diverrebbe la follia recriminativa del rapporto.

Ritorno a citare Giacomo Contri: “Infatti Onora il Padre e la Madre è uno dei pensieri legislativi giustamente pensabili e di fatto pensati dal bambino proprio perché l’onorare è la via di soluzione e di salvezza, non una via di perdita, che si pone come nettamente opposta alla fissazione patologica…”.

 

Che cosa significa allora per noi Onora il Padre? Come può un figlio onorare il padre? Ma attenzione. Non sto dicendo … come può il figlio Paolo Maldini onorare il padre Cesarone Maldini, no, non sto dicendo questo. Attenzione perché su questa storiella qua dell’onorare il padre reale si è spaccata la testa mezzo mondo. Se io penso di dare onore a mio padre reale… mi ricoverano, divento matto, matto perché non ce la farò mai. Ma mio padre reale lo onorerò come seconda battuta conseguente ad una prima battuta che è quella che il pensiero “Onora il Padre” è la via della salvezza, la salvezza mia, il piacere mio. Poi il mio padre reale, il mio “vecchio” può anche dissentire dalle mie scelte di salvezza, ma io lo avrò onorato lo stesso perché avrò fatto funzionare il meccanismo, avrò lavorato per far rendere il mio pensiero di Padre nel senso del piacere, che non necessariamente è il piacere reale del padre.

Se così fosse avremo i figli fotocopie del padre e la storia non avrebbe fatto nessun progresso.

 

Onora il padre” significa rivolgersi al proprio padre e affermare con i fatti che io ho seguito la regola del piacere a partire dal pensiero che il mio piacere piacesse a qualcuno. “Papà, lo provo anche con te questo piacere? Bene, altrimenti pazienza!!”.

 

In questo momento della mia vita, e qui scendo sul personale, quando faccio qualcosa che io stimo discreto, corro immediatamente con il pensiero al fatto che ciò piace a qualcuno, e poi cerco anche di individuare questo qualcuno in persone reali. Non ci trovo niente di male. Vedo rappresentazioni, vedo pezzi della mia storia, può anche essere mio padre reale quello a cui corro incontro nel momento in cui, come un bambino, penso di avere fatto qualcosa di buono. Non ci trovo niente di male. A quello lì piaccio, piacciono le mie cose. Non ci trovo niente di male. Se poi vedo che ai miei altri reali non piaccio più di tanto… corro in fondo al viale e vedo Dio e dico: “A lui sì almeno piacerò!”. Pur non essendo del tutto sicuro di questo!

Questo per me è il pensiero di figlio, trovare sempre uno in fondo al viale al quale penso che le mie cose piacciano, che la mia vita abbia un buon senso. E non è detto che noi dobbiamo sempre piacere agli altri: sarebbe una allucinazione più che una illusione.

 

Cito ancora Giacomo Contri, alla questione del figlio come… colui che inizia: “L’iniziare del figlio consiste nell’approcciare un moto che è mosso da una illuminazione, quella della convenienza data dal fatto che qualcuno lavora per lui.” Io sono fermamente convinto di questo. La convenienza del pensiero che qualcuno lavora per me. Non al posto mio ma pro me. E lo vedo nella clinica. Quando una persona si avvicina a questa illuminazione e non si lascia andare ad essa, non vuole capire che bisogna smollarsi all’altro perché così starebbe cinquantamila volte meglio, mi viene lo… sgranfo alle mani. Mi viene la rabbia. L’altro sa lavorare per me. Dio lavora per me. Mio padre reale ha lavorato per me. Otto Rank nel suo Il Sacro parlando del Figlio parla di “senso creaturale” che “presuppone la presenza di qualcosa di numinoso, di sacrale di cui ci si sente creatura”. E sta parlando di un pensiero, un pensiero che il figlio deve avere. Sono creatura di qualcuno che in questo momento si sta dando da fare per me. Corpus recipientis.

 

E faccio questo perché sono stato abituato a vedermi, da figlio sano, un lavoratore. Scopo, senso, lavoro, relazione, Arbeit. E quindi proietto nell’altro questo mio pensiero. Se io non ho il pensiero che chi mi sta vicino sta facendo qualcosa per me, si dà da fare per il mio bene… sono fregato. Peggio. Se io non ho il pensiero di piacere all’altro, gli altri reali quando mi vedono faranno lo slalom, mi eviteranno perché hanno già capito che da me non potranno trarre nessun vantaggio. Se l’altro non lo convinco io della mia bontà… non sarà certo lui a fare il lavoro per me. L’altro lavora per me se io lo metto nelle condizioni di trovarne anche lui un vantaggio, un piacere. Questo è l’inizio. Sta a me sempre iniziare l’altro. E così il cerchio si chiude.

 

Il figlio si trova il Padre come offerta ad una sua domanda di soddisfazione. E il Padre dice: ‘Ecco qua come si fa!’. Ecco qua ancora il nostro amen. Non è l’insegnamento del… “faccio io al posto tuo”, oppure … “ti trasmetto le soluzioni così tu non fai fatica”. No. Questa frase del padre significa… “adesso fallo tu”. Non si tratta qui di mistiche o gnostiche iniziazioni ma del sano invito all’inizio. Le iniziazioni sono il contrario dell’inizio.

 

Troppo facile pensare che è legge quello che il padre comanda. Ma se anche esistono i padri-padroni di Gavino Ledda sta al figlio capire che padrone non è sinonimo di legge. Troppo comodo per te figlio pensare che la regola sia quello che ordina il padre. Troppo comodo perché questo ti mette al riparo dallo sforzo del lavoro, ti rende uno scansafatiche.

 

La noia. E’ la diabolica antiteticità di quello che ho appena espresso sul figlio. Diabolico, dal greco dià-ballo, metto di traverso, metto il palo tra le ruote. Il diavolo è uno che mette il palo tra le ruote. La noia è un cane cattivo, quando invece esistono un sacco di cani buoni.

 

Per parlare della noia mi servo ancora di questo testo di Carlo Maggini e Riccardo dalle Luche che sono rispettivamente uno psichiatra e uno psicologo. Vado avanti per pezzettini. Scrive Maggini: “ Alfa e Omega, la noia sarà anche per Nietzsche in Umano, troppo umano, il movente della creazione e lo stato in cui Dio ripiomba nel settimo giorno”.

 

Nietzsche afferma che la noia era tutto ciò che esisteva prima della Creazione e tutto ciò che ci sarà dopo il settimo giorno. Un Dio faber è anticipato e posticipato dalla condizione della noia.

 

La noia che viene definita da Heidegger: “Il tempo morto del sempre uguale”. Per questo il Figlio è antitetico alla noia. Il figlio allora è il soggetto dell’inizio, quello che parte, quello che fa e che falla, che si muove, il soggetto della variegazione, della creatività che non è mai uguale a se stessa, della contraddizione. Panta rei insomma diceva Eraclito, non ci si bagna mai due volte nello stesso fiume, non si dicono mai le stesse parole anche se si recita la poesia a memoria un milione di volte. Sarò sempre diverso e sarò sempre diviso, giustamente diviso da me stesso e sarò sempre in contraddizione (eccola di nuovo!). Allora il fatto che io sia contraddittorio significa che non sono un noioso, che non vivo nella noia, che cambio come il figlio sa cambiare.

Continua Heidegger: “Il tempo morto del sempre uguale, privo di accadimenti…” io direi qui… privo di inizi. Ed invece qualcosa mi dice, se voglio stare bene, di affrontare il caffè del mattino con il pensiero di inizio, inizia una nuova giornata, inizia una nuova esperienza. Inizio e nuovo vanno assieme. Non parlo di “cose nuove” ma parlo di un…“parlo nuovo”. Novum cantum canamus. Vedo negli occhi la persona che vedo ogni santo giorno da trent’anni e mi dici… adesso la guardo in modo differente, inizio con lei qualcosa di nuovo, mi sono stancato del vecchiume.

 

Continua Maggini commentando Heidegger…”anche perché fare il morto, preservando all’eccesso il divenire, garantisce all’individuo una parvenza di immortalità”. Eccola qua. Si torna sempre al peccato capitale. La superbia. La superbia che chiama la immortalità. Io ho incontrato non poche persone nella mia vita che non si spostano di un millimetro oggi da quello che sono stati ieri: nel fare, nel dire, nel mangiare, nel relazionarsi con gli altri… il “principio di costanza” fatto Dio. A me questa sembra una specie di delirio (e parla uno che è abbastanza preciso e anche ripetitivo nelle sue cose!). In questo modo questa gente pensa di garantirsi l’immortalità, spostando il mondo e spostando se stessi il meno possibile. Vivono l’illusione di non consumarsi, vivono l’illusione della immortalità. “Sono immortale- sembrano dire queste persone- perché non sono contraddittorio”, “Vado via dritto sul mio filo del rasoio, stretto ma conosciuto”.

Non so, a me viene da fare questo pensiero: chi non consuma, chi non si contraddice, chi non commette errore lo fa perché pensa di aver bevuto l’elisir di lunga vita. Alcuni quasi pensano di deificarsi perché non si spostano più di tanto nel loro andare. Meglio. Ecco il punto. Il desiderio li farebbe spostare, ma il… resistere al desiderio li porta ad una paralisi mistica per cui… sempre avanti (cioè sempre fermi), fino all’infinito. La moglie di una persona che conosco, una sera a cena ha detto che il fare le stesse cose tutti i giorni la avrebbe resa immortale. Cuoca divina (e per questo io ero favorevole che facesse le stesse cose tutti i giorni), ma per il resto poi… non so adesso come stia di testa!

 

Prima definizione di noia.

 

Seconda. E cerchiamo di vedere adesso qualche nostro ragazzotto, qualche ragazzotto di nostra conoscenza. Magari qualche nostro figliolo (ma speriamo di no). Scrive Maggini: “L’accidioso è bloccato sulla richiesta del tipo tutto o niente”. E sappiamo benissimo noi, genitori o no, che la domanda-fregatuta per i nostri ragazzotti è quella… o tutto o niente. Visto che la domanda intelligente del figlio al Padre è quella dimensionata nel desiderio. Temperanza allora, parsimonia la mia domanda deve essere calibrata. Lo squilibrio del noioso è dato dalla sua ignoranza in fatto di economia e vuole tutto e subito. E infatti per Green la noia è “attesa da cui non si attende niente”.

 

Mi viene in mente qui che l’ “ora et labora” di Benedetto da Norcia (e l’ora qui potremmo tradurlo non solo come “prega” ma anche come “parla”) è la questione dell’iniziare la questione dell’avere uno scopo e un tragitto nel proprio senso. E labora è l’atto che dà più senso a tutta la nostra vita. Io non concepisco vita senza lavoro.

 

Ed ora il punto più rognoso, forse quello più forte. Esquirol, uno dei padri della psichiatria moderna, qui parla nel 1838 e parla dell’ ennui du vivre , la noia di vivere che egli vede come “la malattia di vita di chi ha abusato di ogni piacere ed è sprofondato nella impossibilità di desiderare”. Questo il luogo che cercavamo: la noia come sanzione della propria impotenza a desiderare. Perché troppo e troppo male si è desiderato. La rogna è quella che anche la Enciclopedia per così dire psichiatrica vede la noia come “assenza di interessi, coscienza e presenza di un vuoto interiore, la penosità dei sentimenti, etc, etc.”. E’ proprio questo vuoto interiore che caratterizza la noia che mi ha fatto scegliere due personaggi letterari per portare avanti il mio discorso sulla noia che sfugge alla volontà.

Petrarca, secondo me, è il soggetto dello “sgranfo” e credo che non ci sia migliore espressione dialettale veneta per descrivere le reazioni che un lettore può avere davanti a quello che Francesco scrive nel Secretum, che è appunto l’opera da cui prendiamo spunto per fare le nostre riflessioni sulla noia. Noia patologica, aegritudo.

 

Dico solo qualche parola sul Secretum. Si tratta di un testo latino del Petrarca, un dialogo tipo platonico ma con la accezione medioevale del sogno (cioè come se i contenuti di quanto si va discutendo venissero fuori da un sogno). I personaggi sono tre: lo stesso Petrarca, Agostino e un terzo personaggio che non parla mai ma che fa sentire bene la sua presenza; si tratta della Verità, fatta perdona e fatta donna. Il tema della discussione tr Francesco e Adostino è l’accidia, o che dir si voglia la noia, o che dir si voglia la voglia di fare niente.

Dalla quale, vorrei sempre ricordare si guarisce attraverso la abilitazione del proprio Principio di Piacere, la ricerca della soddisfazione insomma.

 

E la definizione più bella, più precisa, più, se vogliamo, poetica della noia (malattia, accidia, aegritudo) la dà proprio Petrarca nel Canzoniere .  Afferma il nostra Francesco: “Conosco il meglio e al peggior m’appiglio”. Che io leggerei anche paolinamente “non faccio il bene che voglio ma il male che non voglio, questo faccio” (Lettera ai Romani).

Petrarca, a mio modo di vedere, nei passi che leggeremo tra poco del Secretum ha una specie di sdoppiamento: fa il padre e anche il figlio (Agostino e lui stesso), ma anche analista e analizzato, maestro e allievo. Sembra che Agostino gli dica… ma dai, sbranati fuori, non vedi che la tua noia (aegritudo) altro non è che un piangerti addosso (e magari tu la spacci per “ispirazione”), coraggio, se vuoi ce la fai a rinunciare ai vantaggi che la malattia ti offre per diventare, finalmente un uomo. Ed invece Francesco niente, cincischia, fa il nesci direbbe il caro Giusti di Sant’Ambrogio (che poi era il maestro vero di Agostino).

L’accidia consiste nella divisione della volontà, nella incapacità del desiderio di desiderare il desiderabile. Nella incapacità del desiderio di sapere se stesso. Io mi trovo con questa frase tra le mani, che torna in tutte le salse, in tutte queste serate l’avrò pronunciata cinquanta volte. Ammetto che sono ossessivo e dunque ripetitivo, ma significherà anche qualcosa che questa asserzione, che bisogna desiderare il desiderabile, davvero è una frase portante per pervenire al piacere. L’intelligenza dell’essere figli è data dalla limitatezza nella proposizione del proprio desiderio. Non tutto e subito, non tutto e gratis, passetto per passetto. Anche se Lèvinas, parla della assoluta solitudine dell’uomo che desidera visto che non potrà mai “essere” l’altro desiderato.

 

Petrarca è il soggetto dell’inconciliabilità del proprio desiderio: si immaginava tutti i giorni in Campidoglio con cinquecento corone d’alloro in testa, acclamato poeta poetarum e nello stesso tempo amare umanamente la sua Laura e amare, per quello che poteva, oltre che se stesso, il suo Dio. Amor sacro e amor profano. Non riusciva a conciliare. Questo l’inghippo del Petrarca. Inghippo acuito dal fatto che Petrarca si dichiarava apertamente attratto dal dolore. Certo che c’è maggiore interesse là dove c’è il dolore, Dante docet. Il male costituisce una grande attrattiva per tutta la produzione artistica, letteraria, filosofica, teologica, mediatica, internetica e… chi più ne ha più ne metta. La sofferenza, si è detto, inchioda l’Io al corpo, ne fa un non-oltre. Andare oltre è il tentativo, anche riuscito, di tanta letteratura. Il nostro Francesco non è che ci abbia provato tanto.

 

Petrarca, di fronte alle accuse di Agostino di essere uno che si piange addosso, ha il coraggio di affermare che il suo male non dipende da lui. Coraggio perverso. Agostino gli dimostrerà che invece il suo male altro non è che una colpa, o per lo meno una sua responsabilità. Agostino non dice a Francesco che a causa di questo vago e non ben precisato senso di colpa, di questa aegritudo, di questo “smonamento” insomma, non riesci ad avvicinarti a Dio o alla sua donna. No, taglia la testa al toro. Taglia la parola “senso”, non parla di “senso” di colpa ma di colpa reale. Vedete? La psicoanalisi è nata secoli prima di Freud. Il “senso” di colpa è il modo migliore per fare della propria colpa reale una ideologia su cui giocarci o piangerci sopra.

 

Differenza tra senso di colpa e colpa è appunto il “senso” che fanno certi discorsi di autocommiserazione (“non ho fatto abbastanza per mio figlio, non sono stato abbastanza buono con mia moglie, non ho dato quello che potevo dare agli altri, non ho portato in cimitero mia madre”!!!), questi sono i discorsi che fanno “senso” perché ne mascherano altri, o meglio, un altro: la non volontà di correzione. Gente che dice le frasi scritte sopra continuerà a dirle senza correggersi, senza rimediare il peccato. Continuerà ad andarsi a confessare proprio per avere qualcosa da confessare senza affrontare seriamente la questione della contrizione e della redenzione. Altro che senso di colpa. “Senso” e basta!!

 

Il riconoscimento della storicità della propria colpa è il momento in cui il soggetto diventa figlio, cioè un essere in moto verso qualcosa, mosso dal proprio desiderio, spinto verso la salvezza…

In quel momento lì la colpa sarà passata dal suo stato patologico di “senso” di colpa e si starà già dirigendo verso il perdono, il perdono di se stessi, dunque verso la vera redenzione. Noi sdoganiamo la colpa rinunciando al “senso” e cogliendone la storicità, cioè la verità. Abbiamo commesso delle colpe reali. La colpa richiede anche una punizione. Il bambino quando sbaglia richiede una punizione (che qualcuno gli dica che ha sbagliato, vedi Freud in Un bambino viene picchiato) . Tutti i guariti poi sono quelle persone che hanno avuto qualcuno nella loro esistenza che ha detto loro: “Ehi, così non si fa, cambia registro!!”.

 

Agostino dice a Petrarca: sta bene attento che finchè tu ti crogioli nel tuo senso di colpa farai fatica a lasciarti dietro le tue pare (proprio così, da slang giovanile).

 

Parla Francesco: “Ma non posso dirlo senza lagrimare. Finora è stato invano e questa è l’ultima possibilità che mi spinge a contrastare la tua tesi (quella della responsabilità di Francesco sulla sua noia) con la quale affermi che nessuno è precipitato nella infelicità se non volontariamente e che è infelice solo chi vuole, del che tristemente faccio contraria esperienza in me”.

Petrarca insomma non ci sta ad ammettere la sua responsabilità nella eziologia del proprio male. Agostino gli ha appena detto che chi è precipitato nella infelicità lo ha fatto volontariamente: Francesco nega. Nega dunque di essere figlio, cioè responsabile.

 

Figlio che, se gli viene la… depressione non può andare da Maurizio Costanzo a fondare il Club dei Depressi, con tanto di patente e di Albo magari, magari anche la pensione.

Dunque Petrarca confuta Agostino, ma Agostino gli risponde per le rime. “Questo è un vecchio lamento che non ha mai fine. Eppure benchè finora abbia tentato invano non cesserò di inculcarti che non diventa né infelice né triste chi non voglia. E’ negli animi umani una tale perversa e pestifera voluttà posta a ingannare se stessi che nulla di più funesto è compreso nella vita”.

E’ sempre Petrarca che scrive. Questo non l’ha scritto Freud ma Francesco Petrarca nel milletrecento e… vattela a pesca.

 

Negli animi umani c’è la perversa volontà e voluttà di ingannare se stessi. Questo è il punto. Non ce la raccontiamo giusta. Il malato non se la racconta giusta, non vuole leggere correttamente la propria realtà. Quando comincia a leggerla giusta comincia anche a guarire. Ovvero c’è principio di imputazione. Non ci giriamo più le carte a nostro favore. Responsabilità. Poi nella responsabilità, su quella che siamo e facciamo, ci sono le misure, ci sono le spanne, ma il principio che… io c’ero è inconfutabile.

 

Sta attento, dice Agostino a Francesco Petrarca perché il soggetto, l’Io, che qui noi trattiamo come il principale benefattore di se stessi, può diventare il principale nemico di se stessi, solo che ci si metta di mezzo la menzogna nel non voler riconoscere la propria parte, la propria responsabilità. In questo senso figlio è responsabilità, è cioè verità, quella umana, quella a cui da modesti esseri umani ci si arriva vicini.

Chi si difende dal partecipare alla propria limitatezza diviene il peggiore nemico di se stesso.

E lo diventa perché non ha più la capacità di curarsi, di prendersi cura di sé in quanto egli stesso ha tradito se stesso divenendo menzognero sulla propria limitatezza. Non si prende cura di sé chi non si piace abbastanza. La guarigione è una questione morale (come la intendiamo qui in questa Scuola). Non è la soluzione dei sintomi ma l’abbraccio della sincerità del soggetto presso se stesso.

 

Incalza Agostino: “Tutto ciò che è caratteristico di quella che ho chiamato accidia… tutte le cose tue ti dispiacciono… la accidia è il male del desiderio in quanto illusione (tuae omnia tibi displicet)”. La accidia è una colpa che è identica ad una malattia. La malattia di non saper dare senso e fine. Il bambino dà senso alla scopa che cavalca e la vive come un cavallo, un pony magari, ma ci galoppa sopra, e in questo modo prova piacere. Ha creato una trasformazione. Ha lavorato. Ha prodotto una soluzione e tutto ciò fa sì che egli abbia un buon pensiero di se stesso. Il bambino per questo percorso si piace. Ha cominciato a prendersi cura di se stesso.

 

Ancora il Secretum. Le “Catene di diamante”. Agostino afferma che la malattia sono “catene di diamante”. Dunque dolore in quanto malattia ma anche vantaggio in quanto oggetto prezioso. Disfarsi dunque è difficile: si tratta di acquisire la libertà però gettando via le catene d’ora (quello che Freud chiama il “tornaconto della malattia”).

 

Dice Agostino della responsabilità: “Temo assai che questo raggiante splendore delle catene, allettando gli occhi lo impedisca (il diamante non ti fa capire che sei prigioniero)… come un avaro fosse in prigione avvinto da catene d’oro: vorrebbe sì scioglersi me senza perderle.” E Freud scopre il tornaconto della malattia. Le catene di diamante sono un impedimento, però se le molli perdi anche la bellezza del diamante. La psicologia ha un solo contenuto da dimostrare, anche nella terapia: quello che nello star male c’è un vantaggio.

“Ahimè – risponda Petrarca – ero più infelice di quanto credessi. Mi allacciano due catene che non conosco”.

Riprende Agostino: “Le conosci benissimo, senonchè, conquiso dalla loro bellezza, non catene ma tesoro le giudichi”.

 

Il male, come la malattia, non è un non sapere ma un non voler sapere.

 

E lasciamo qui i due amici a discorrere sulla aegritudo per passare all’altro Francesco che di cognome fa Kafka. La dico subito chiara. Io non ho mai sentito in vita mia un attacco così forte, pesante, indiscriminato rivolto da un figlio al proprio padre. La Lettera al Padre, a mio modo di vedere, è quanto di più ruvido, unilaterale ed antieconomico un figlio possa dire non del proprio padre naturale soltanto, ma del pensiero di Padre (ed in questo senso la antieconomicità del gesto). Kafka attaccando il padre rende impotente se stesso.

 

Tocco i passi più significativi e forse più conosciuti.

 

Scrive Kafka: “Quando bambino mi trovavo con Te (da notare sempre la lettera maiuscola) specialmente durante i pasti. Mi istruivi soprattutto sul modo di comportarsi a tavola. Quello che compariva sulla mensa doveva essere mangiato. Non era permesso parlare della bontà dei cibi; tu però li trovavi sovente immangiabili e li chiamavi ‘buoni per le bestie’. ‘La cretina’, cioè la cuoca, aveva rovinato tutto. Mentre tu, grazie al tuo gagliardo appetito e al tuo amore per la rapidità, mangiavi tutto bollente e a grossi bocconi. Il bambino doveva affrettarsi e intanto sulla tavola incombeva un tetro silenzio. ‘Prima mangia, parlerai dopo’, ‘Più presto, più presto. Guarda, io ho già finito da un pezzo. Non era permesso rosicchiare le ossa ma tu lo facevi, l’aceto non si doveva assaggiare ma a te era consentito. La cosa più importante era tagliare il pane diritto, ma che tu lo facessi poi con un coltello sporco di sugo era indifferente. Bisognava badare di non lasciare cadere briciole sul pavimento ma sotto il tuo posto ce n’era una infinità. A tavola bisognava badare solo a nutrirsi, mentre invece tu ti tagliavi, ti pulivi le unghie, temperavi le matite, ti frugavi nelle orecchie con uno stuzzicadenti. Ti prego papà, cerca di capirmi. Per me sarebbero state tutte cosette insignificanti, ma diventavano opprimenti per il fatto che tu, l’uomo per me così autorevole (eccola qui l’accusa) non ti attenevi ai precetti che tu stesso imponevi”.

 

Se questo descritto da Kafka fosse stato il vero padre di Kafka sarebbe stato un soggetto che non è mai stato figlio nemmeno lui nella propria vita in quanto si era preso la briga non di essere un rappresentante o, meglio, un servitore della legge, ma un incarnatore, un Dio della legge familiare. Incarnare la legge senza rispettare la legge. Ma qui sentiamo solo la campana del figlio.

 

Il padre di Kafka è uno che predica bene ma razzola male. Uno che commette l’errore e non lo riconosce. In questo senso un peccatore. Sempre che il padre di Kafka rispondesse alla descrizione (eufemismo!) del figlio.

 

Il Padre di cui parliamo noi invece è il padre che non si vergogna dell’errore, che lo riconosce quando è ora e in questo modo si rende… disponibile per i figli. Questo concetto lo abbiamo già visto.

 

Un altro passaggio della Lettera: “Fra te e me non ci fu una vera battaglia”. Ecco. Noi sappiamo che il rapporto tra padre e figlio può essere semmai un rapporto tra avversari ma non tra nemici. La sana conflittualità generazionale è innegabile, e quanto bene porta nelle tasche sia del padre che del figlio (per chi vuole intendere). Ma conflittualità sana prevede il mantenimento in vita dell’avversario, perché dalla relazione nascono i frutti. Lo abbiamo visto nel corso di un dibattito a fine serata. La uccisione, quella che si auspica o si pratica verso il nemico è una catastrofe in tutti i sensi. Come la guerra è sempre una catastrofe, da qualsiasi parte la si prenda. Il nemico implica l’odio. L’avversario no.

 

“Fui ben presto sconfitto, non mi rimaneva che la amarezza, la fuga, la angustia, una lotta interiore continua…”.

 

Kafka si lamenta dell’”illamentabile”, si lamenta del fatto che il padre, con la sua educazione, gli ha reso impossibile il rapporto con le donne, il matrimonio: “Se io voglio liberarmi dal particolare legame che mi unisce a te devo fare una cosa che non abbia con te la minima relazione. Il matrimonio sarebbe la massima e la più onorevole indipendenza ma nello stesso tempo essa è strettissimamente collegata a te”.

Più chiaro di così. Kafka mette il padre alle corde con la sua logica aristotelica, come se il padre avesse colpa di essersi sposato e non aver pensato che il figlio avrebbe scelto come modo di emanciparsi da lui il matrimonio stesso. Il figlio ha anticipato sul tempo il padre attraverso una logica perversa. Dunque strada sbarrata anche per di là. Ma perché? Perché Kafka non vede se stesso. Non si sente parte attiva di tutta la faccenda. Punta il dito e basta. Kafka fa un giochetto. Si imbroglia da solo o vuole imbrogliare gli altri imbrogliando così tragicamente anche se stesso.

 

Kafka vede più un padre totemico, quello di Freud in Totem e Tabù, che ha il possesso dei figli, delle figlie e dei figli dei figli, piuttosto che un padre reale. Reale nel senso che… quello lì gli è toccato, e da lì si comincia, non lì si finisce. Amen, ancora una volta.

 

Termino questo ulteriore passo: “Talvolta mi par di vedere spiegata una carta della terra mentre tu vi sei disteso sopra trasversalmente. Ho l’impressione che a me rimangano da viverci solo due regioni, quelle che tu non copri e che sono fuori dalla tua portata… il matrimonio è una delle due”. Come il bambino che è disinteressato al giocattolo, ma se il giocattolo lo prende in mano il compagno di giochi… sono dolori!! E scusate amici se ho trattato male il vecchio Franz!

 

ACCIDIA: IL DEMONE DELLA NOTTE (PER CONCLUDERE)

 

 

E torno, per concluderee, anche questo ciclo sui Sette Vizi Capitali, alle questioni generali della accidia.

La notte è il tempo più difficile. Nel Salmo 90 Davide dice che “Non temerai i terrori della notte…la peste che vaga nelle tenebre”.

Se ben guardiamo la noia o la accidia ci assale poco prima che il sonno ci colga e poco dopo che Morfeo ci ha lasciati alla nostra giornata.

Poco dopo aver fatto la sua comparsa, l’accidia si è mossa, come un’epidemia, da Oriente a Occidente. Anche il suo orario preferito è cambiato, nel passaggio. E non solo quello.

Era, all’inizio, demone meridiano: un incubo, per i monaci della Tebaide, che hanno scoperto per primi la devastante portata teologica dell’akedia dentro la vita dello spirito. “Il medico passa di prima mattina, scrive Giovanni Climaco, la malattia (l’akedia) visita i monaci a mezzogiorno”. A quell’ora, commenta san Nilo, il monaco si istupidisce. Se legge, non riesce a coinvolgersi e a concentrarsi; ripetutamente cerca l’abbandono del sonno, ma sono atti di volontà senza successo; si alza improvvisamente come per mettersi all’opera e gli viene voglia di mangiucchiare. Ma la noia è principalmente signora della notte.

 

Un signore in terapia da qualche anno, cinquantenne, con due figli, una buona moglie, un buon lavoro mi parla in continuazione della sua “depressione”. Che malgrado non gli manchi niente nella vita, gli manca tutto per essere felice. E’ un classico.

 

Io gli dico che forse “felice” è un po’ troppo. Lui mi risponde che si, ma almeno “Un po’ di pace in qualche momento della giornata, magari prima di addormentarmi, se dormo”.

 

L’accidia fa davvero male, allo spirito ma anche agli organi del corpo, o meglio agli arti, che contrae e rende deboli. Fa male alla gola e secca la salivazione. Fa male allo stomaco e gli impedisce la digestione, favorendone il rigurgito. L’accidia ti stende nel divano che ti fa acquistare chili di peso. Ti rimanda a rivisitare all’infinito uno screening del tuo corpo per cui quasi tutte le tue parti dolgono. Insisti a cercare il tuo male. Il tutto sta legato a un dato: se non hai altri pensieri ti vai ad infilare nel corpo, nel sezionare le sue parti, nel sentire i suoi minimi rumori e odori.

 

Secondo me l’accidia coglie dove non dovrebbe cogliere. Coglie dove i dati oggettivi la sconfessano, la casserebbero, la metterebbero a tacere. Eppure è là dove maggiormente regna.

 

Penso anche che la accidia abbia una certa predilezione per il pensiero fine, o per il pensatore fine, o almeno sgrezzato dalla banalità del nostro mondo. Ma forse mi sbaglio. I depressi, gli annoiati e gli accidiosi che si stendono sul divani troppe ore al giorno, non appartengono a una specifica categoria sociale, culturale, economica.

L’accidioso fissa nel vuoto, fissa la parete, non vede niente. Conta le pagine, legge le carte partendo dalla fine, le sfoglia distrattamente a metà, le richiude sull’inizio. Quando il demone meridiano lo coglie, l’annoiato è colpito dall’orrore del luogo in cui si trova, nel quale non c’è nulla di veramente sensato da fare; ha fastidio dei viciniori con cui vive, che gli sembrano aridi e grossolani.

Una neomamma mi telefona soltanto per dirmi che ha grandi paure di non essere capace di gestire il proprio figlio che ha un mese di vita. La ostetrica che lo ha fatta partorire raccomanda ai genitori di “stare attenti” ai comportamenti della neomamma. Lei al telefono mi parla di “essere alla frutta”, di ”punto di non ritorno” di “non sapere più quello che faccio”. Ma soprattutto insiste sul fatto che il suo bambino appena nato…”non dorme mai e grida sempre”.

Io penso alle infinite Medee dei nostri tempi. La noia non è pacifica ma attiva (quando necessita), porta a fare e fare senza pensare. E’ questo il dramma del nostro tempo.

Ma da questo dramma la solidarietà, la cura per l’altro, l’interesse per il diverso, la curiosità, soprattutto la curiosità, ne possono essere gli antidoti.I veri padri che ti portano fuori dalla disgrazia. Il mondo è ancora aperto, e ha tanto tempo da dire e da dirci.

 

 

GUIDO SAVIO

 

 

 

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