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GUIDO SAVIO: L’UOMO “DOPPIO” – LA CONTRADDIZIONE CHE CI ABITA

 

 

L’ UOMO “DOPPIO” – LA CONTRADDIZIONE CHE CI ABITA

La vita dell’uomo si struttura e si dipana, a mio modo di vedere, sul fatto che dentro di noi c’è contraddizione, e poi superamento della contraddizione, e poi ritorno della contraddizione,  e poi convivenza di contraddizione e superamento…e così via.

Contraddizione è quella che Freud rileva parlando de Il perturbante, ovvero, riducendo in poche parole, ciò che ci disturba o ciò che ci fa paura, e che noi proviamo dentro di noi fin dalla prima infanzia. E che ritorna, sotto forme e modalità diverse per tutta la nostra vita.

Infatti contraddizione, secondo Freud, è che:

“Il perturbante rientra in un genere di spavento che si riferisce a cose da lungo tempo conosciute e familiari”.

Ma anche:

“La parola tedesca unheimlich è ovviamente l’opposto di heimlich e di heimisch (casalingo, familiare, nativo) ossia l’opposto di ciò che è abituale, per cui tenderemmo a dedurre che una cosa ‘perturbante’ spaventa proprio per non essere nota e consueta.”

Dunque, secondo Freud, ciò che noi possiamo temere (pensieri, fantasie, ricordi, immagini, personaggi, persone reali, etc.) ha una matrice o una struttura “che viene da fuori”, cioè sconosciuta, extrafamiliare (se così si potesse dire), ma anche che “viene da dentro” ed è legata a esperienze o figure, o fantasie, etc. che il bambino ha già vissuto dentro le pareti domestiche.

 

Freud usa, per esporre la sua teoria sul perturbante, il famoso esempio del “Mago Sabbiolino” (il mago che getta la sabbia negli occhi dei bambini cattivi), racconto contenuto nei Notturni di Hoffmann.

 

Protagonista è appunto un bambino: “Il piccolo Nataniele – scrive Freud ne Il perturbante – era abbastanza di buon senso e grande da non credere al Mago Sabbiolino. Decise di scoprire che aspetto aveva il Mago Sabbiolino e una sera, che si attendeva l’arrivo del Mago Sabbiolino, si nascose nello studio del padre. Riconobbe nel visitatore l’avvocato Coppelius, individuo ripugnante da cui i bambini erano stati spaventati quando era venuto, in qualche occasione, a pranzo. Allora Nataniele identificò questo Coppelius con il temuto Mago Sabbiolino.(…) Il padre e l’ospite stanno lavorando intorno ad un braciere dalle ardenti fiamme. Il piccolo curioso ode Coppelius gridare: ‘Qui gli occhi! Qui gli occhi!’ e si tradisce con un urlo. Coppelius lo afferra e sta per gettargli negli occhi del carbone ardente, per poi buttarli nel braciere, ma il padre lo implora e gli salva la vista”.

Tuttavia la storia di Nataniele finisce lo stesso male quando, in seguito al trauma riportato in questa occasione, divenuto studente e innamoratosi di Olimpia, figlia del Professor Spalanzani, alla fine scopre che questa altro non è che un automa, impazzisce e vuole farla finita gettandosi da un ponte. Tra la gente che comincia ad accalcarsi in basso, sotto al ponte, si fa avanti la figura di Coppelius che grida a coloro che vogliono correre in soccorso di Nataniele: ‘Aspettate: verrà giù da sé!”

“Nataniele – conclude la storia Freud – si quieta all’improvviso, si accorge di Coppelius e, con un grido selvaggio ‘Sì, occhi! Begli occhi!’ si getta oltre il parapetto”.

 

Freud lega la paura di Nataniele del Mago Sabbiolino (la paura di perdere gli occhi) alla paura di castrazione nei confronti del padre (amico di Coppelius).

Dunque l’Edipo che si manifesta: la trasposizione del timore di castrazione in paura di accecamento è il fulcro della Teoria psicoanalitica di Freud. Il complesso edipico appunto.

Quello tuttavia che ci interessa per il nostro discorso è che l’angoscia di Nataniele viene sia da dentro casa (il padre) che da fuori casa (Coppelius): il perturbante come forma di “doppio”. E ogni “doppio” incute paura.

Ascoltiamo  Epicuro e Giorgio Gaber.

Il primo: “Satis magnum alter alteri theatrum sumus”.

Il secondo: “Chi ci dice che questo fa bene e questo fa male?”.

Il primo: la contraddizione esterna verso l’altro fino al nascondimento (se non finzione teatrale).

Il secondo: la contraddizione interna dentro noi stessi che ci chiediamo in continuazione sul bene e sul male e quella che mai possa essere la divisione tra le due istanze, e se noi sappiamo capirla e praticarla.

Ci difendiamo dal “doppio”, dal “non saputo” di noi stessi, ma ci terrorizzano i “doppi esterni”.

Siamo noi uomini incoerenti ma ci aspettiamo da noi e dagli altri la coerenza stessa, la affidabilità, la prevedibilità. Noi dentro di noi siamo divisi tra ciò che vogliamo e ciò che poi riusciamo a fare: la forbice del Volere/Potere è sempre più divaricata, specie in questo Tempo difficile. Parliamo di bene per gli altri ma spesso viene fuori tutto il nostro egoismo. E continuiamo a chiederci: “Dove sta il Bene e dove sta il Male?” non sapendo che la vera domanda è “Chi sono Io nel Bene e chi sono Io nel Male?”. La stessa persona? Ovviamente sì

 

La letteratura ci viene in aiuto per rispondere a domande di questo tipo.

Mario Trevi scrive nella sua Introduzione a Il dottor Jekyll e Mr Hyde:

“E’ il prodotto di un meccanismo di scissione non involontario – ma deliberatamente programmato dal sapere scientifico del dottor Jekyll”. (…) Abitiamo nella menzogna e la verità è costretta a celarsi”.

Ricordo che to hyde in inglese vuol dire “celarsi”.

“L’Es di Freud e l’Ombra di Jung (L’esso – o l’altro – e il non visto per naturale difesa) “ prosegue Trevi.

Ricordiamo Natanaele. D’altra parte il racconto di R. L. Stevenson prevede che dove c’è Hyde non possa esserci Jekyll, e viceversa, dal momento che la polarizzazione dei ruoli e lo scambio non ammettono interferenze.

Hyde – continua Trevi – diventa il Golem che sfugge al governo del Rabbi che lo ha costruito. L’avventura dell’apprendista stregone è il rischio di ogni infrazione alle leggi di natura”.

Il perno della metafora allegorica di Stevenson è lo specchio situato nel laboratorio del Dr. Jekyll: solo in quello specchio egli può contemplare le fattezze di Mr Hyde, e probabilmente inorridire. La stessa persona. Rappresentazione anamorfica della nostra stessa immagine.

Il “doppio” nostro, la nostra contraddizione, la nostra brama di sapere e ritrovarci a non “volerne” poi sapere, il cadere senza sapere perché, il male portato all’altro magari senza dolo mentre noi magari vorremmo il suo bene, il dimenticare magari volendo ricordare per forza, lo stare zitti sentendo dentro l’esplosione del voler tutto dire.

Se viene ripudiata questa nostra ridda umana di comportamenti e pensieri e sentimenti, ne può conseguire un impoverimento della nostra personalità, e ci ritroveremmo in sostanza ad essere…meno umani.

 

Questo è il tema-base di cui vorrei dire in questo scritto: tutti noi abbiamo un “doppio”: la parte di noi cosiddetta “buona” convive necessariamente con irrazionalità, incongruenza, esagerazione, fantasia non sempre sana, menzogna, viltà, etc… Ma se non accettiamo questa “parte” di noi, ed invece la combattiamo perchè ritenuta da noi o da altri “negativa”, perdiamo parte, a volte il tutto, della nostra ricchezza e piacere di vivere.

 

La vita è un continuo tentativo di correzione.

Alla cosiddetta “parte negativa” noi possiamo opporre la cosiddetta Volontà (o buona volontà). Ma io non sono affatto convinto, dopo quarant’anni di lavoro clinico, che la volontà “uno se la possa dare”. E dunque l’accettazione della mancanza, anche sotto forma di paura, ansia, incertezza, poca chiarezza sul nostro essere, etc. devono essere intesi come elementi che diventano un nostro capitale se noi li sappiamo usare per progredire senza la necessità di combatterli.

Accade che siamo insinceri, ma non vogliamo riconoscere il nostro peccato. Il peccato, per questo, è sempre dell’altro. Vorremmo essere uomini e donne “tutti d’un pezzo”, soprattutto nelle nostre azioni. Ed invece ognuno di noi è portatore della propria “doppiezza”.

Capito lo abbiamo capito: l’uomo è ciò che fa, la sua aretè è il bene che fa. E abbiamo anche capito che mai come in questo nostro tempo difficile le nostre parole hanno lo stesso peso dei fatti.

“L’uomo capace di superare la tentazione di antropomorfizzare il destino è quello che è riuscito a superare il padre senza odiarlo” Scrive Eugenio Gaburri in Il Doppio – tra patologia e necessità, una raccolta di saggi a cura di Enzo Funari.

E ancora torna il padre di Natanaele, torna Edipo, torna la paura o l’angoscia per “un altro”, forse “un” altro (i mille Coppelius che incontriamo strada facendo), che è molto più “forte” di noi.

Scrive Ricoeur in Finitudine e colpa. L’uomo fallibile che “l’uomo è destinato alla razionalità illimitata, alla totalità e alla beatitudine nella stessa misura in cui è limitato alla prospettiva, in balìa della morte, legato al desiderio”. E’ questo il nostro paradosso: la libertà di fare il Bene e il Male (conoscendoli e anche non conoscendoli). E’ il paradosso evangelico: “Chi vuol salvare la propria anima la perderà. Chi è disposto a perdere la propria anima la salverà.” (Lc. 9,24).

Per questo ritengo che una delle più grandi ricchezze che noi possediamo sia proprio la nostra capacità di accettare la nostra contraddizione, ma soprattutto la capacità di accettare quella degli altri. Ricchezza sarà a patto che noi la consideriamo tale.

Da ricchezza essa si trasformerebbe in castigo se noi sulla contraddizione nostra ci fissiamo, cioè non muoviamo più un passo in quanto la consideriamo indegna di noi, la avvertiamo come un corpo estraneo di cui liberarci. Peccato di superbia.

Scrive Sisto Vecchio nel suo saggio Il doppio nella reverie e nel sogno, sempre contenuto nella raccolta di Enzo Funari Il Doppio:

“Metafora suggestiva in cui si condensano vari significati che insistono nel Doppio: la vanità, in cui il soggetto si propone come unico, l’ambivalenza connessa con il doppio movimento di vita e di morte, l’ambiguità, che ne fa un fenomeno di transizione, un ‘Giano bifronte’ guardiano delle porte, oltre le quali sotto forme diverse regna la morte. Metafora infine della stessa reverie, tra notte e giorno, tra sonno e veglia “.

E scrive Simon Weil nei suoi Quaderni: “Ogni affermazione vera è un errore se non è pensata contemporaneamente al suo contrario, e non la si può pensare contemporaneamente”. Le nostre frasi vivono di antinomia. Come pure il nostro Spirito.

 

Levinas in Il Tempo e l’Altro afferma: “Antinomia che oppone il bisogno di salvarsi a quello di appagarsi”. Spesso la nostra vita deve affrontare un bivio. Forse tutta la nostra vita è un bivio.

Certo. Noi diciamo all’altro: “Sii quello che sei”. Ma nel momento in cui ravvisiamo delle incoerenze in lui siamo pronti a puntare il dito accusatore. Ma noi, a nostra volta, che siamo contraddittori e divisi anche dentro noi stessi, sappiamo puntare il dito contro noi stessi. Il nostro volere non corrisponde sempre al nostro agire. Basta leggere Petrarca nel suo Secretum.

Anzi, spesso la classica forbice essere/dover essere si divarica tanto più quanto più noi ci ostiniamo a voler essere… granitici nella nostra “moralità ”. Ricordo sempre che Nietzsche afferma che l’uomo si è dato regole morali troppo rigide da rispettare.

Vogliamo percorrere una certa strada e invece ci dirigiamo verso un’altra. Io ritengo che questa nostra contraddizione interna sia il destino di tutti noi. Ma destino infausto per chi non lo accetta, per chi vuol farla sempre giusta, per chi vuole azzeccare tutte le proprie scelte, accarezzare il sogno del Tutto e non accetta la propria debolezza, foriera di errori.

Noi dobbiamo accettare che dentro di noi c’è un magma, mobile, non sempre comprensibile, anzi, spesso portatore di confusione. E la letteratura del doppio è ricca su questo tema: William Wilson, di E.A.Poe; Lo studente di Praga di H.H. Evers poi trasposto nel film omonimo di Stellan Rye; Sosia, di F. Dostoevskij nella figura di Goliadkin. Per non parlare de Il ritratto di Dorian Gray di O. Wilde.

Scrive Angelo Aparo nel suo saggio Dal persecutore al compagno segreto, sempre facente parte della raccolta di Funari già citata:

“Nella prospettiva qui proposta si ritiene che la figura del Doppio non sia un tòpos necessario del narcisismo, ma che l’assetto narcisistico sia una condizione indispensabile perché il narcisismo si realizzi. La produzione del Doppio si dà cioè in presenza di una carenza dell’investimento libidico oggettuale e assolve per il soggetto la funzione di proteggere le parti arcaiche di fronte ai limiti che la realtà e i codici sociali impongono”.

Paolo dalla Lettera ai Romani: “Non faccio il bene che voglio ma faccio il male che non voglio. Questo faccio è la frase emblematica del magma interno di cui cerco di parlare in queste riflessioni.

Confesso che mi piace molto questo che Paolo dice in quanto molti uomini “doppi” ci si possono riconoscere facilmente. E sono anche anche convinto che se noi tutti accettiamo questo pensiero allora avremo accesso alla capacità sanatoria e vivifica che viene fuori da questa frase, quella di metterci veramente a nudo. Il corpo nudo, il corpo che Lacan chiama le corps morcelè, il corpo frammentato, di cui ogni frammento è il corpo intero: l’intero corpo nudo. Nei confronti del quale il nostro narcisismo, da un lato, e il timore dell’altro che proviene dall’esterno, dall’altro, vanno a braccetto.

La frase di Paolo la dividerei in due parti.

La prima (“Non faccio il bene che voglio”), tutto sommato scontata che afferma che… tra il dire e il fare, tra il volere e il fare… c’è di mezzo il mare. E non occorre spendere ulteriori parole.

La seconda parte invece (“Faccio il male che non voglio”) è più complessa in quanto, per l’appunto, mette a nudo tutta la mia incoerenza, tutta la mia contraddittorietà, se vogliamo anche tutta la mia inaffidabilità. Mette a nudo il mio affanno nel non essere me.

Ma l’unica cura all’affanno è la sua accettazione.

Certo tuttavia che se l’Uomo fosse fatto solo di contraddizione si disintegrerebbe e disintegrerebbe alche gli altri.

Se noi vivessimo esclusivamente la condizione interna alla “tela” del quadro che siamo, che è la nostra vita, del nostro essere, non ci troveremmo più, potremmo perdere la possibilità di definirci Io. La forza centrifuga agirebbe in modo pernicioso. Forse esploderemmo o imploderemmo. Una tela necessita di una cornice. La contraddizione necessita di una entità che la contenga. L’Io diviso di Laing sarebbe troppo diviso. Ci vedremmo specchiati in mille specchi senza riconoscerci affatto. Il confine, il limite sono necessari.

Non avremmo in pratica la forza di sopportare questa divisione interna (se la contraddizione interna prevalesse). Se il nostro Volere stesse troppo lontano dal nostro Potere noi saremmo tristemente destinati alla malattia.

“La solitudine è l’infermiera dell’anima” scrive un po’ elementare Madame De Lambert citata da Leopardi.

La capacità di solitudine può allora essere fonte della soddisfazione che l’uomo ha nel pensarsi nella sua unicità e nella sua originalità. Solitudine allora non come perdita ma come atto del trovarsi. Dentro appunto la propria contraddittorietà contenuta dalla cornice del proprio Io. Senza che l’altro “fuori” dalla porta non manchi mai.

Gesù infatti dice: “Vi lascio soli, ma non orfani”. Ovvero l’altro c’è sempre, anche se noi siamo lì allo specchio che guardiamo le nostre rughe! Noi, soli, a tu per tu. Ma mai orfani dell’altro. Anche se l’altro, fino in fondo, non è per noi, non è con noi, e ci può fare vivere anche il dolore della solitudine, come mi sembra esca dai versi di W. Szimborska: “Puoi conoscermi, però mai fino in fondo./ Con tutta la mia superficie mi rivolgo a te;/ma tutto il mio interno è girato altrove”.

Soli nell’accettare che le persone che abbiamo attorno noi le possiamo penetrare solo in parte nel loro corpo e nella loro anima. Quando ci accorgiamo che le nostre parole entrano fino ad un certo punto nel capirci dell’altro, ecco, allora siamo soli.

Noi, anche lontani dalla relazione con l’altro, possiamo avere quella forza, quella vitalità che dopo ci permette di rilanciarci verso l’altro, di darci più nuovi, più ricchi, dopo il lavoro di esserci trovati dentro.

 

Domanda: ma allora da che cosa sono tenute assieme le parti della tela alle parti della cornice? Che cosa incolla la nostra contraddizione al nostro limite?

Risposta: le umilissime graffette. Eccolo qui il Pensiero. Il pensiero sono le graffette che tengono unita la cornice attorno alla nostra contraddizione interna. Il pensiero tiene unite le mie posizioni contraddittorie, nel loro essere bene e nel loro essere male. Mi accorgo adesso, dicendo queste cose che sto tentando di definire l’Io, chi siamo noi. Ecco, per me è importante capire che il pensiero è dire: “è così, metto la parola fine, ci do un taglio” e consento l’avvenire di quello che deve avvenire.

Dire amen è la stessa cosa… non vuol dire… “finita qui”, anzi il contrario, significa… da qui in avanti. Scrive Natoli in Stare al mondo: “Amen è la parola decisiva dell’ebreo e del cristiano. In ebraico amen significa “dimostrarsi saldo”, “avere consistenza. Il Dio dell’amen è tale: in lui si ha fede perché in lui ci si sente sicuri, a lui si dice “sì”, appunto, amen”.

Il pensiero è un sigillo, un sigillo affermativo. Al momento mi basta che si intenda come il Padre è il Padre del “si”, ovvero dell’amen, purchè il Figlio lo voglia attraverso il lavoro del proprio pensiero.

E torno, per concludere, ancora a Paolo, sulla frase citata ma che abbiamo lasciato in sospeso. Ripeto la frase: “Non faccio il bene che voglio, ma faccio il male che non voglio, questo faccio”. Ho scelto il commento alla Lettera ai Romani di Karl Barth, teologo protestante, commento che quando è uscito nel 1919, ha suscitato non poche polemiche.

Si chiede Barth ragionando sulla contraddizione: “Forse una sola delle mie parole è la parola che cerco?”.

Di sicuro no. Noi andiamo per approssimazione. Di una parola che abbiamo scelto forse ne abbiamo scartate magari cento che avrebbero potuto dire meglio chi noi siamo, che cosa noi vogliamo. Non sappiamo.

Continua Barth: “La parola che avrei dovuto dire dal fondo della mia disdetta o della mia speranza? Posso parlare in modo tale che la mia parola non debba essere negata da quella successiva? “. Ecco, penso che qui capiamo meglio la questione della contraddizione. Io, come tutti voi, spero, a volte dico dei concetti che poi smentisco, che poi rinnego, che poi non vedo più come li vedevo prima, che poi molto semplicemente e umanamente cambio.

E chiude Barth:“O le mie azioni sarebbero in una posizione migliore? La mia infedeltà sulle grandi cose dovrebbe compensare la mia fedeltà sulle piccole cose? Accade mai che un pensatore, un artista, un uomo politico trovi in quello che ha fatto, ritrovi veramente se stesso?”.

 

GUIDO SAVIO

 

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