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LA VERITA’ SECONDO PONZIO PILATO

LA VERITA’ SECONDO PONZIO PILATO

 

E’ nota a tutti la domanda che Pilato rivolse a Gesù nel Pretorio durante il processo: “Che cosa è la verità? (Quid est veritas?)”. Dopo che il Nazareno gli aveva tirato fuori questa parola/questione per dire che il Regno di questo Mondo non era il suo Regno.

 

Dal Vangelo di Giovanni sappiamo che nessuna risposta c’è stata, (Giovanni 18, 37-38) probabilmente a causa della fretta o dell’ansia del magistrato romano (“E detto questo uscì di nuovo verso i Giudei…”), o perchè, molto più probabilmente, quell’Uomo che di lì a poco sarebbe stato crocefisso, non aveva più niente da dire, o perché aveva già detto tutto. O forse troppo.

 

Claudia è la sposa di Pilato, giovane patrizia imparentata con la famiglia imperiale, segretamente devota alla dea egizia Iside, ed è dotata di un dono straordinario quanto terribile: la capacità di vedere le cose prima che accadano.

Sposa Pilato quando è appena ventenne ma avrà delle vicissitudini amorose con un certo gladiatore dacio di nome Holtan. Sta di fatto che Claudia dovrà, alla fine della fiera, seguire il marito Pilato proprio in Palestina.

Qui la trovano A.L. Webber e T. Rice, nel film Jesus Christ Superstar, (il brano è Pilate’s Dream, il sogno di Pilato, che tuttavia è un sogno di Claudia raccontato al marito Pilato)  davanti al Cristo flagellato e quasi condannato, e al marito dubbioso che le chiede consiglio sulla sua colpevolezza. Claudia è sicura della buona fede del Cristo e, guardando negli occhi Pilato, gli proclama l’innocenza del Nazareno, perché, lei dice, questa è la “Verità”. Di fronte alla frase sicura della moglie, Pilato, guardandola a sua volta negli occhi, proferisce la famosa domanda “Quid est veritas?”. La stessa che aveva fatto al Cristo.

 

La filosofia si è interrogata per secoli su questa fondamentale domanda, quella sull’ ubi consistat della verità senza tuttavia trovare una risposta (e diversamente non potrebbe essere). Anche perché, molto probabilmente, risposta non c’è (Dylan?): quella sulla Verità è la domanda inevasa dell’uomo antico come dell’uomo moderno. E tale resterà.

Infatti la domanda, al tempo del colloquio tra Pilato e Cristo, era già vecchia di secoli. Ad Atene Platone, qualche secolo prima, aveva cercato in alcuni suoi Dialoghi come il Cratilo e il Sofista, di stabilire in qualche modo se esistesse la possibilità di “fissare” la Verità: in quanto è questo il problema di fondo, che la Verità si presenta sempre relativa, meglio, relazionale e non oggettiva. La Verità la si cerca e sta nella relazione, tra due o tra più. Non può stare sotto la lente di nessun microscopio.

 

Poi Aristotele, nella sua Metafisica, tentò senza successo una definizione “scientifica” della Verità, e poi dietro di lui Tommaso d’Aquino. D’altra parte già tra i seguaci di Socrate circolavano paradossi e rompicapo per “definire” la verità, come quello di Eubulide di Mileto, noto come il “sofisma del mentitore” che diceva: “Se menti dicendo di mentire, nello stesso tempo menti e dici la verità”.

 

Poi Lucrezio, nel De Rerum Natura venne a dire che la Verità si trova nelle “sensazioni” che ogni singolo individuo ha nel rapporto con le cose. Cioè che la verità è del tutto, ancora una volta, soggettiva. E dunque opinabile.

 

Tornando a Pilato, uomo più di accampamento che di biblioteca, probabilmente pronunciò la domanda alla moglie Claudia, senza accorgersi, di certo senza pensare, alla futura “storicizzazione”. Ora invece questa domanda è diventata la domanda di tutti, come pure la risposta. Chi dice la Verità? Il maestro? Il Padre? La madre? La televisione? I politici? Il Vaticano? I Professori? L’amico? Quelli che credono di avere sempre ragione? Quelli che dicono che “la verità non esiste”? Nessuno lo sa. Sa la risposta.

 

Tornando ancora a Pilato, ricordo che alla fine del XVI secolo Francis Bacon riprese il quesito evangelico nel saggio Della verità e sostenne che Pilato proferì le parole “scherzando” e senza in realtà “aspettarsi una risposta”.

 

E poi tra i molti che ritornarono sulla questione c’è l’immancabile Friedrich Nietzsche  nel suo Anticristo. Dopo avere affermato che “in tutto il Nuovo Testamento c’è soltanto una figura degna di essere onorata” e questa è appunto Pilato, dice di non credere molto nella “Verità”, ritenendola una invenzione della dialettica, della morale, di deboli e schiavi, insomma, un prodotto che andava rottamato, e dell’episodio evangelico afferma di apprezzare solo il “nobile sarcasmo di un romano, dinanzi al quale si sta facendo un vergognoso abuso della parola…”.

Soren Kierkegaard, qualche anno prima, aveva pure lui già rovesciato il problema nel suo Esercizio del cristianesimo affermando che: “A Pilato venga in mente di interpellare Cristo a quel modo, in quel momento, questo prova che egli non aveva assolutamente l’occhio per la Verità”.

 

Più tardi Oswald Spengler nella sua celebre opera Il tramonto dell’occidente affermerà lo stato di dubbio in cui noi umani siamo destinati a vivere, appunto con una frase che non lascia dubbi, ovvero che “…nella fumosa domanda… (Quid est veritas?) è contenuto tutto il senso della storia”.

 

E ancora Hans Kelsen esamina la scena tra Pilato e Cristo nel suo I fondamenti della democrazia e, dopo avere sostenuto che quel magistrato era un “relativista scettico”, continua: “Agì con assoluta coerenza, rimettendo la decisione al popolo”.

 

Che dire allora? Prima di tutto che una risposta di Gesù, a Pilato, si legge in un apocrifo, il Vangelo di Nicodemo ma, ahimè, la risposta non è del tutto chiara. La Verità qualcuno dice che da qualche parte sta, altri che una pura illusione. Sta di fatto che questo “verbum”, questa parola, è il richiamo della nostra vita (quasi come un motore immobile aristotelico), ma noi non abbiamo sempre le forze per seguire il richiamo.

 

Certo ancora che il richiamo della Verità è “la domanda” delle domande. Però dovremmo anche chiederci se noi uomini saremmo maggiormente pacificati da una verità “fissa”, leggibile e strutturata, oppure sia meglio per noi  vivere nella incertezza e nella attesa. Nella speranza, dunque.

 

GUIDO SAVIO