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LA SALVEZZA E LA SALUTE

 

LA SALVEZZA E LA SALUTE

 

 

 

Vorrei parlare della salvezza.

Questo tema per il semplice fatto che, a mio modo di vedere, la questione più “vitale” della nostra esistenza, quella che giustamente occupa il tempo dei nostri giorni e anche delle nostre notti, specie di questi tempi difficili, è quella “Come mi salvo (e come aiuto a salvarsi le persone che amo)?”.

 

Salvarsi il Corpo, l’Anima, le Relazioni, l’interesse, il danaro, la pelle intesa come semplice e naturale carne. Le vedrei queste le condizioni della vita. Non le vedrei tanto una meta da raggiungere una volta per tutte, alla fine di un percorso, di una storia (la nostra); quanto una costante cura per noi stessi e per gli altri che ci accompagna nei nostri giorni.

Vedrei ulteriormente Salvezza e Salute (fisica ma soprattutto psichica, emotiva, relazionale) come due binari che costituiscono la stessa ferrovia.

Vedrei salvezza come salus , pari pari tratta dalla traduzione latina che ne dà il vocabolario: salute, sanità, salvezza, guarigione, liberazione ma anche mezzo di salvezza, sicurezza, saluto, prosperità sorte e fortuna.

 

L’altra sera, durante una telefonata, è nata assieme al mio amico dall’altra parte del filo ( si sarebbe detto un tempo) una domanda: se la questione della salute si possa articolare nella semplicissima e banalissima espressione “Si salvi chi può, oppure comporti e/ debba comportare molto e molto di più?

 

“Si salvi” significa salvare se stessi, nel senso della azione di amore verso se stessi. L’azione rivolta a me stesso nel senso… verso il mio corpo. Si salvi se stesso… l’oggetto del salvataggio non può essere che il nostro Corpo. Questo è l’egoismo maturo, maturo perché solo se salvo me posso salvare anche l’altro, altrimenti no. Ci si salva sempre in due.

 

E ci si salva sempre nelle condizioni di pericolo, o dalle onde al mare, o dal pendio della montagna, o dal fuoco dell’incendio… ci si salva sempre nel Corpo e mettendo in pratica una… pratica, una prassi, un saperci fare. Fatti, non parole. La salus deriva soltanto da una condizione pratica.

 

“Chi può”, seconda parte della nostra frase.

 

Il “chi” noi abbiamo imparato a dividerlo (nella vecchia e sana analisi logica) in “colui il quale”. Ovvero in… due persone. Colui e il quale: come a dire la nostra duplicità interna, ma soprattutto esterna. Noi e il nostro altro interno, noi e la nostra alterità. Non si tratta di un artificio. Il chi contiene sia il soggetto che la sua alterità, la diversità da se stesso. Il “chi” è sempre composto e al tempo stesso diviso tra identità e alterità.

 

“Chi può” è l’atto della potenza (i fatti). Binario, strada, pensiero di futuro che l’uomo ha e che lo porta attraverso questa pratica verso la meta della salvezza.

Vorrei citare Salvatore Natoli, filosofo che amo e stimo infinitamente. Ma prima lo anticipo con qualche verso del Dies Irae (vedi poi la splendida Messa da Requiem di Mozart):

 

 

Rex tremendae majestatis

Qui salvandos salvas gratis

Salva me

Fons pietatis

 

Ovvero Signore salvami. Dio della tremenda maestà, che quelli che devi salvare li salvi gratis, salva me, fonte della Pietà. La scena io la vedo così: la salvezza del corpo e dell’anima, rinvenibile in un aldilà soddisfacente, io la vedo in un… salva me. Tira fuori me. Scegli me. Senza che questo sia un atto di prevaricazione verso gli altri. Bensì una attestazione di garanzia presso gli altri che come me vogliono salvarsi. E si salvano avendo con loro un soggetto che proprio perché pensa a se stesso saprà pensare automaticamente agli altri. Io mi fido di chi vedo che ha fiducia prima di tutto in se stesso, specie nella determinazione a salvare il proprio Corpo e la propria Anima.

Non sono un egoista, non faccio a gomitate per salire sul carro della schiera degli eletti, non prendo il posto di nessuno. La insindacabilità del Giudizio Divino io non la sindaco, non prendo il posto di nessuno ma mi propongo. Prendi me Signore nel tuo progetto di Salvezza. Non ci si salva da soli ma ci si salva con qualcuno.

Bene. Questa l’anticipazione. Scrive allora Natoli nel suo libro Stare al Mondo, che è un po’ il rifacimento o ampliamento di Le cose ultime e penultime, di La Felicità di questa vita, e di L’Esperienza del dolore.

 

Vedo come introdurre la questione.

 

Il malato “sano”, cioè ognuno di noi che vive sofferenza esistenziale, il sofferente, chi ha paura motivata (come la sana paura che tutti proviamo in questi giorni) è colui che non pone esclusivamente la condizione del suo piacere o della sua soddisfazione nella proprie “possibilità”. Ovvero nella propria Potenza. Il soggetto “malato” invece è che colui che non si pensa capace di salus. E pensa di non averne Potenza, cioè capacita e conoscenza per perseguirla. Non pensa di averne diritto e dunque non chiede, non formula la domanda. E sappiamo che chi non sa domandare all’altro prima o dopo si ammala.

Egli fugge direttamente o indirettamente, consciamente o inconsciamente alla questione della salvezza perché sente che non gli rientra nel pensiero. Che l’esercizio del suo Pensiero e della sua Pratica (come si diceva all’inizio) non rientra nella sua potenza vitale, nel suo saper vivere e anche soffrire il Tempo.

 

Per questo della salvezza bisogna avere un pensiero, un pensiero pratico ma soprattutto un pensiero di Diritto. Io ho diritto a salvarmi. Il pensiero di diritto è: “Io al pensiero di diritto ho diritto”. Penso sia chiaro a questo punto come alla parola salus io possa avvicinare la parola Piacere. Senza piacere e senza la soddisfazione non esiste salus.

 

 

Scrive Natoli: “L’antica catechesi cristiana insegnava che ci sono peccati che (e io questa storia me la ricordo, fin da piccolino me la ricordo, non perché abbia una memoria particolarmente elefantina) non possono essere mai perdonati. Tra questi c’è la “desperatio salutis”.

 

Come dire che non amare se stessi è il peccato peggiore. Come dire che pensare di non avere diritto ad accedere al “principio di piacere” è il Peccato. Se il peccato originale è un peccato di superbia, il peccato della desperatio salutis io non so quanto distante sia dalla Superbia.

 

Nella desperatio salutis, all’osso dell’etimo c’è il dis che significa “cattivo” e spes che significa “speranza”. Cattiva speranza. Un ossimoro, una contraddizione in termini. Non può esistere una speranza che sia cattiva e, se è cattiva, non è una speranza. Io spero e credo nella mia fortuna, nel bene, nel successo, nella salute, nei soldi, cioè nel Bene. Questo significa “non disperare”. La desperatio è un contro-lavoro, qualcosa che va contro la mia stessa salvezza. Ma allora… chi me lo fa fare? C’è poco da dire: questo è il discorso del perverso (cioè del superbo, di colui che non ha bisogno di domandare).

 

In più. Pensare dentro di me che “non ci arrivo mai” alla Salvezza/Salute è un pregiudizio, un pensare appunto da superbo di sapere già come le cose andranno a a finire. Ovvio che al pregiudizio non consegua mai un atto, non un agire, bensì un pre-agire o un presagire, cioè una inibizione, uno stare fermo, un temere, una paura malata, un aspettare che qualcosa ci venga addosso (malattia per prima).

 

Continua Natoli: “Colui che non nutre amore per se stesso è colui che ritiene di essere un irrimediabile”. L’irrimediabile è un Narciso. E lo vorrei far vedere dopo quando tratterò il Mito di Orfeo e Euridice, la cui lettura magistrale e altrettanto magistrale interpretazione che ho sentito giorni fa trattare dal mio vecchio Professore di Filosofia a Padova Umberto Curi.

 

Passaggio successivo (scusate le digressioni) sta parlando ancora Salvatore Natoli: “Nella sofferenza mentale è sì presente una componente somatica, ma è presente anche una dimensione di irresponsabilità”. Ossia chi dispera della propria salute è un irresponsabile.

Chi non ha fede di arrivare in fondo alla propria vita con le proprie gambe, come dice Lucio Dalla “arrivare in forma al gran finale” o Freud che afferma che la “pulsione di morte significa… arrivare a morire con le proprie forze”.

 

La pulsione di morte in Freud è un pensiero illuminante rivolto più alla vita che alla morte. Come se il soggetto potesse dire alla morte: “non mi freghi prima… io arrivo a morire come dovevo morire, né prima né dopo, né in un modo né in un altro ma… nel modo che era stabilito. Io ho libertà di morire, e questa è determinata dal mio corpo che va a morire come deve morire. Nulla di più e nulla di meno. Vorrei richiamare la vostra attenzione su questo passaggio. Natoli afferma che uno che pensa di non salvarsi è un irresponsabile verso se stesso ma soprattutto verso gli altri. Uno che pensa di non salvarsi, di non avere diritto alla salvezza, al piacere , alla soddisfazione diventa un peso morto. Vogliamo metterla così? Diventa un peso morto per la società, un peso nella economia della produzione di tutti che producono per tutti andare avanti.

 

Allora Natoli qui diventa sanissimo moralista: “Uno che dispera di arrivare alla fine nel senso della realizzazione di sé è uno che è debole nel senso della propria morale”.

E’ sempre una questione morale e la morale è sempre una questione banale, cioè semplice, la messa in pratica del buon senso.

 

A mio modo di vedere un irresponsabile è un immorale perché non sa e non vuole rispondere. Con gente del genere noi non vorremmo mai avere a che fare. L’irresponsabile non è amabile. Non lo vogliamo. Non lo desideriamo. Uno che non è responsabile non ci interessa assolutamente.

 

Bruno Forte che è un grande teologo e lavoro a quattro mani con Salvatore Natoli: “Perciò nella modernità spariscono assieme la salvezza e la redenzione. Nel momento in cui l’uomo crede di potersi salvare da sé stesso perverte l’idea stessa di salvezza.

 

Proprio così, in quanto ci si salva con l’altro, mai da soli.

 

Laing, psichiatria democratica. Grande scrittore. Da L’Io e gli Altri: “Complementarietà. La donna ha bisogno di un figlio per essere madre, l’uomo ha bisogno di una moglie per essere marito, l’uomo senza la persona amata è un amante potenziale…la maggior parte delle identità ha bisogno di un altro”.

 

Laing qui non sta dicendo che noi stiamo meglio, viviamo meglio, siamo più felici se stiamo con gli altri e… amenità del genere… sta dicendo che la nostra stessa Identità è legata all’altro e anche all’ Altro. Nella nostra identità noi non ci possiamo pensare senza l’altro. E’ l’altro che ha la vista più acuta e più realistica della nostra. Se tu mi dici che sono così mi chiami per lo meno a pensare al motivo per cui io per te sono come tu mi dici. Poi il resto verrà. La mia “definizione” di me verrà se verrà. Con te meglio in quanto io sono un uomo di fede. Possiamo noi nella nostra vita, amici non essere uomini di fede? Diversamente sarebbe la desperatio salutis. Chi non ha fede è perduto. Perduto con le sue stesse mani.

 

Allora qui il mito.

I due personaggi del mito, che poco tempo fa ho sentito ritrattato dal mio vecchio professore universitario di Filosofia, sono, manco a dirlo Orfeo ed Euridice. Sui quali mi è ancora inevasa la domanda: “Ma l’ha tirata fuori o no?”.

 

Certo è che l’immagine che ho avuto da scolaro elementare e che mi è rimasta tuttora è questa: Orfeo davanti che sta uscendo dall’Ade, Euridice di dietro. Orfeo arriva quasi alla meta e poi è come se dicesse: “No, non è possibile, non ce la faccio, non vincerò” e questo pensiero lo fa voltare e far ripiombare per sempre la povera Euridice tra gli inferi. Tra le grinfie di Proserpina e Poseidone.

 

Bene, il mio professore di Filosofia a Padova, Umberto Curi, fa questo discorso, usando come testo la IV Georgica di Virgilio. Premessa, di Virgilio stesso: questa storia dovrebbe essere della serie amor vincit, vince l’amore, dovrebbe vincere l’amore, nel senso amor vincit omnia. E proprio perché l’amore vince io, fin da piccolo, non riuscivo a capire questa testa da… bigolo di Orfeo che mangia fuori tutto all’ultimo momento per cui Euridice avrebbe benissimo potuto dire… “ma chi me lo ha fatto fare a mettermi con un cretino del genere!?”.

Ma andiamo per ordine. Vediamo le varie esegesi tra le quali la principe sarebbe quella della follia improvvisa di Orfeo. Il musico dà un colpo di matto a pochi metri dal traguardo disperando appunto di poterlo tagliare (desperatio salutis).

 

Tutti gli esegeti si sono misurati su questa incongruenza: “Come mai Orfeo non riesce a fare a meno di fare una cosa (girarsi indietro) tutto sommato semplice?”. Io ho sempre letto questo colpo di matto come la sua incapacità di reggere al desiderio; un desiderio troppo forte lo aveva arso durante tutto il viaggio e… alla fine mangia fuori tutto.

 

Curi tuttavia si chiede, saggiamente, che cosa realmente era stato chiesto dagli dei a Orfeo tale che lui non ha saputo rispondere alla attesa. Gli è stato chiesto una cosa da poco? Portare dall’Ade la tua donna che era morta, non è cosa da tutti gli uomini e da tutti i giorni, sopporta tuttavia ancora un po’, non sarà la fine del mondo… ed invece niente, Orfeo si gira. Ricordo ancora che quando la mia buona maestra leggeva in classe di questo tipo… a me prudevano le mani: non so ancora adesso come mai mi sia rimasta così impressa questa storia! Fatto sta che Curi va a vedere Virgilio, va a vedere il testo e scopre che gli dei avevano stretto con Orfeo un foedus, un patto che, per definizione, non viene fatto da superiore a inferiore ma viene stipulato tra pari. Non è una condizione, un ultimatum quello degli dei. Ciò significa evidentemente che tanto alta era la posta in palio e tanta alta doveva essere la difficoltà della prova. E la posta in palio era davvero alta: tornare dal mondo dei morti. Se la prova fosse stata facile noi adesso potremmo indurre che gli dei gliela avrebbero regalata su di un piatto d’argento ad Orfeo la sua Euridice.

 

Gluck porta in ballo una certa corresponsabilità di Euridice che fa la isterica, la smorfiosa e mette ancora di più in difficoltà la già di per se stessa fragile resistenza di Orfeo. Poi Monteverdi e Rilke danno altre letture ed esegesi.

 

Virgilio ad un certo punto , descrivendo il volgersi indietro di Orfeo, usa il verbo respicit. Nel vocabolario al verbo respicio troviamo scritto: avere cura, amare, aver riguardo e significati di questo tipo.

Allora io mi chiedo: gli dei avevano in realtà chiesto ad Orfeo, in fin fine, di non amarla, di rinunciare all’amore, non respicit? Nel senso che se ti prendi cura di lei, oppure continua ad amarla… la perdi. Nel senso che il sacrificio chiesto ad Orfeo era quello di portare su dall’Ade la donna amata a patto però di non amarla mai più. Ma in ogni caso Orfeo è un cretino al cubo in quanto se tu ami la tua donna, per salvarle la vita devi anche rinunciare ad amarla.

A questo punto non può non essere intervenuto in Orfeo un qualche cosa che aveva a che fare con la desperatio salutis. Lui deve essere arrivato a quel punto lì, a tre metri dalla Salvezza e probabilmente avrà disperato di riuscirci. Come le squadre di calcio che giocano bene ma hanno paura di vincere, del successo, di battere l’avversario, non riescono a materializzare la vittoria. Come se Orfeo avesse detto: “No no no, questa non è cosa per me, non me lo merito, non la voglio, non ne sono all’altezza, non ne ho il Diritto…”.

 

Ma forse potremmo vedere in Orfeo, oltre che alla paura di vincere, anche un atto di aggressività nei confronti della sua amata. I risultati parlano chiaro: la condanna, viene condannato, la perde la sua Euridice, nel senso che fa anche perdere a Euridice se stessa.

 

Ci si salva sempre in due. Invece lui la condanna.

 

Mi sembra che le possibili frasi di Orfeo, quando vede Euridice scomparire, possano essere di questo tipo: “Era destino”, “Doveva andare a finire così”, “Non c’era alternativa”. Ovvero ancora la vera e propria desperatio salutis.

Orfeo è un irresponsabile perché non ha creduto nella salvezza. Nella Salvezza/Salute .

 

Arrivare alla fine della propria vita con le proprie gambe, senza “incidenti”. Invece l’incidente c’è stato, provocato da lui stesso. Amore e Odio in Orfeo si mescolano, come ce li ha fatti vedere mescolati Freud. Orfeo è un immorale, torniamo alla accusa di Natoli.

Non a caso appena fuori dall’Ade, la Nemesi storica, le Baccanti lo fanno a pezzettini, operano il cosiddetto sparagmos, lo dilaniano. Per cui poi nella iconografia storica rimane la immagine di Orfeo, che la ha pagata cara perché la ha combinata grossa: quella sua testa staccata dal corpo con la lira vicino.

 

D’accordo, era un musico, anche se in Monteverdi troviamo Euridice addirittura gelosa della lira di Orfeo. Tutto il Corpo e l’Anima tranne la testa che gli risparmia il padre Apollo mentre stava per essere messa nel tritacarne da altre Baccanti. Leggero Orfeo, tuttavia fino ad un certo punto in quanto egli era stato prima uno degli Argonauti, uno che era riuscito attraverso il suono della sua lira a fare piegare gli alberi in modo che potessero essere tagliati per costruire la nave Argo lanciata poi alla ricerca del Vello d’Oro. Lo stesso tema del viaggio e del ritorno. Leggero ma non l’ultimo arrivato, uno al quale Giasone aveva dato anche una certa fiducia (mal riposta), ragion per cui la desperatio salutis e nello stesso tempo la sua irresponsabilità lo portano alla perdita della persona amata.

 

Possiamo dire che Orfeo fosse un incapace di “pensare e di volere” il Piacere, la Soddisfazione, la conclusione del progetto (che fosse un malato, un perverso?).

Assolutamente no. Orfeo era sano di mente e capace di intendere e di volere. Infatti le Baccanti sanzionano in quel modo. Disperando di salvare Euridice, il suo scarso amare se stesso e credere in se stesso alla fin fine la perde.

 

Salvatore Natoli, parlando di salvezza usa l’espressione inglese self help. Darsi aiuto, aiutati che il ciel ti aiuta, anche se il self inglese è un termine piuttosto ambiguo.

Scrive Natoli: “La questione del self help quindi riguarda in primo luogo la struttura del carattere o la cura di sé. Bisogna sempre aversi a cuore, sempre dobbiamo essere competenti”. Natoli chiama qui in causa la grande condizione della salvezza, che sia pratica. La competenza non è grammatica. L’aretè greca, ovvero la virtù, è un saperci fare, una prassi, una pratica sorretta dalla conoscenza. Ognuno di noi, lo abbiamo già visto in molte occasioni, non è chi pensa ma chi fa. Competenza significa per noi desiderare quello che si può ottenere, non di più, non portare il proprio desiderio verso la frustrazione. Sapere, conoscere significa sapere e conoscere il proprio limite.

 

A mio modo di vedere questo self help, o questa Salvezza/Salute, o questo Diritto al piacere (ho già fatto in altre occasioni questo discorso) può essere sintetizzato nella parola amen.

 

“Il Cristiano, più che credere in qualche cosa presta fede a qualcuno, egli si abbandona a Cristo. Il Dio di Gesù come per gli Ebrei è il Dio dell’amen (stiamo parlando della Religione del Padre e della Religione del Figlio). Amen è la parola decisiva dell’Ebreo e del Cristiano. Amen in ebraico significa dimostrarsi saldo, avere consistenza”. Come a dire che amen significa… avanti, avanti e avanti ancora, in qualche modo andrà a finire ed io spero bene. Non come Orfeo che la parola amen non sapeva nemmeno cosa fosse, e nemmeno il suo contenuto. “Il Dio dell’amen è tale perché in lui ci si sente sicuri e a lui si dice di sì”.

Eccolo qua il cerchio che si chiude. La salute, la salvezza è dire sì a se stessi. Come il Padre del Nuovo Testamento è il Padre del Sì (della accettazione dell’essere dei propri figli, quando chiedono), così la salute è il dire o dare sì a se stessi.

 

 

Il punto di appoggio che offre l’amen è quello appunto dell’Inizio, dell’iniziare. Da qui in avanti. Amen non è finire, bensì cominciare. C’è sempre qualcuno che inizia. Figlio come inizio.

 

Scrive Natoli nel libro Delle cose ultime e penultime, sentite questa finezza: “Per condurre a buon termine la vita l’uomo deve avere una certa capacità di indifferenza, di sano egoismo (ma non è Barcellona (L’Egoismo maturo e la follia del capitale) che scrive! Mi sorprendo anch’io come questo pensiero del “sano egoismo” torni fuori ad ogni piè sospinto nei pensatori. Ciò non comporta la separazione dagli altri ma la comprensione del qui e dell’ora della condizione umana finita.

 

Ecco allora per iniziare qualche riflessione conclusiva. Il qui e ora è l’hic et nunc di latina memoria, cioè la contingenza, la realtà, la verità vera. Finita significa che noi si arriva fino ad un certo punto, significa il limite a cui noi dobbiamo “aderire” se vogliamo salvarci. Il messaggio è, a mio modo di vedere, portentoso perché mette in simbiosi la accettazione della frammentazione della realtà che noi viviamo con la salvezza individuale e collettiva.

Continua Natoli: “La accettazione della vita come dono è qui giocata nella ottica della modulazione del tempo. Conquistare il tempo con il tempo”. Modulare significa saperci fare con il tempo, renderlo soggettivo e dunque incidente e non soccombente la realtà che viviamo.

 

Laing nel suo storico L’Io diviso scrive: “Se l’individuo non è in grado di accettare come cose naturali la realtà, l’autonomia, la identità, l’essere vivo, etc., come “pezzi” della nostra identità, frutto del lavoro della accettazione degli altri deve, egli continuamente inventare dei modi per essere reale, di mantenersi vivo o di mantenere vivi gli altri, di conservare la propria identità. Deve lavorare continuamente per impedire a se stesso di perdersi”.

 

Il che significa che se noi non diamo per scontata la finitezza nostra e quella degli altri dobbiamo dannarci l’anima e sudare le proverbiali sette camice ogni giorno per ritrovarci, per non perderci. L’io non è diviso (parafrasando il titolo del libro di Laing) se accetta che dentro alla propria identità ci sono tutti gli altri (vedi Orfeo e Euridice). E questi altri non fanno a spintoni, non gli danno gomitate né gli tolgono l’aria, anzi, sono aiuti per la sua esistenza e per la sua salvezza.

 

L’altro è incorporato nella mia identità, non è un optional, non viene dopo ma è integrato nel mio stesso essere me stesso.

 

Ancora verso la conclusione. Un pensatore che ci potrebbe apparire mille miglia lontano, Ludwig Wittgenstein scrive: “Seguire una regola è una prassi. E’ proprio per questo che non si può seguire una regola privatim.”.

 

Come a dire che la regola vale solo se vale per tutti. Ma non solo. La regola vale se io la faccio funzionare nella relazione con l’altro. Nel mio essere io la regola è monca di una parte, cioè dell’altro. Continua Wittgenstein: “Come potremmo descrivere il modo di agire degli esseri umani? Solo descrivendo le azioni degli esseri umani nel loro brulicante intreccio. Non quello che uno fa in questo momento, ma l’intero brulichio delle azioni è lo sfondo sul quale noi vediamo la nostra azione”. Noi vediamo il nostro agire, il nostro fare, il nostro fare morale solo sullo sfondo dell’agire di tutti gli altri, sullo sfondo dell’universo, sullo sfondo del nostro essere uguali agli altri. In questo senso lo slogan “essere uomini è essere figli” trova qui una sua ulteriore e più profonda significazione. Privatim (ognuno per conto proprio, ognuno nel proprio orticello…) non c’è Legge, non c’è Regola. Quello che facciamo noi non lo vediamo solo in quanto lo facciamo noi ma lo vediamo… proiettato in un contesto Universale costituito dallo sfondo degli altri. Solo in questo senso c’è salvezza. Io sono convinto che noi non possiamo avere un nostro pensiero privato di salvezza. La salvezza è un pensiero comune e universale. Oltre che una pratica di questo tipo. Ci si salva con l’altro.

 

Tornando sulla questione della Salvezza, dalla quale sono partito, vorrei ancora annotare che la salvezza (“Si salvi chi può”) si muove da uno stato o status precedente. Siamo salvi da qualche cosa, da qualche altra condizione, da uno stato precedente che salute non era? Come uomo Libero significa che prima uno era in uno stato di cattività? Ci si salva da un pericolo? La salvezza è sempre una condizione seconda rispetto ad una condizione prima del genere umano che tanto sana e salva non è (per esempio l’inibizione, che è il vero nocciolo duro della malattia)? Io non so bene rispondere a queste domande .

 

Scrive ancora il nostro Salvatore Natoli: “L’uomo deve entrare in potere di se stesso. I Greci avevano una parola eloquente per questo: enkrateia. Parola che in greco significa ‘diventare padrone di sé’. E’ questa la condizione che l’uomo deve perseguire se si vuole sviluppare”. Discorso che per noi significa che se l’uomo vuole salvarsi deve esprimere tutto il proprio potenziale per arrivare dove vuole o si sente di arrivare, cioè all’unica meta: la salvezza.

 

Continua ancora Natoli (e concludo): “Solo chi è capace di enkrateia cioè di temperanza, è capace di trattenere il proprio desiderio”.

Ma l’incapacità di trattenere il proprio desiderio, l’eccessivo amore per sé, il non capire che o ci si salva in due o non si salva nessuno, che la Salvezza/Salute sta soprattutto nel “saperci fare” con il proprio pensare e con il proprio agire è il succo della triste storia di Orfeo.

 

GUIDO SAVIO

 

 

 

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