-Email -Email   STAMPA-Stampa 

PENSIERO D’AMORE

 

 

PENSIERO D’AMORE

( Amore e desiderio: due dimensioni, due moti, due realtà che sono segno della “divisione” dell’Uomo

 

“Chi” amo? E il “Chi” del mio Amore è lo stesso “chi” del mio desiderio? La domanda è antica.

 

Platone nel Simposio: “ Non c’è nulla di assoluto, come accennai prima, (è il discorso di Pausania), e niente è bello o brutto per se stesso, ma diventa l’uno o l’altro a seconda che sia fatto bene o male. Così l’Amore diventa cosa spregevole se, senza alcun buon gusto, uno si concede a un essere spregevole, è cosa bella, invece, quando lo si fa onestamente con persona onesta. Ed amante del tutto indegno, volgare, è colui che ama più il corpo che l’animo, perché infatti costui non è costante, preso com’è da cosa che non dura”. Si ama l’anima. L’amore del corpo, quello che chiamiamo desiderio, va contro la virtù della onestà.

 

Platone pone immediatamente la questione della divisione, della distanza tra desiderio (erotico) e Amore. L’uno è la “animalità” del corpo. L’altro è la costanza del sentimento. E Freud non usa parole dolci per esprimere il medesimo pensiero nel secondo dei Contributi alla psicologia della vita amorosa del 1912. “I genitali, in se stessi, non hanno partecipato a quell’aspetto dello sviluppo umano riguardante la bellezza: sono rimasti animali e quindi anche l’amore è rimasto, nella sua essenza, animale come è sempre stato”.

 

Ancora nel Simposio: “Oltre che la giustizia, Amore possiede in somma grado la temperanza. Tutti sono d’accordo nell’affermare che la temperanza consiste nel dominio delle passioni e dei piaceri. Ma non c’è nessun piacere più intenso dell’Amore e quindi se tutti gli altri sono meno intensi, sono inferiori a lui che, perciò trionfa e ha il dominio sulle passioni e sui piaceri e, come tale, è in sommo grado, temperante”.

 

Amore è temperante perché cerca continuità e certezza. Mentre il desiderio si muove verso il nuovo, il non conosciuto, ha le forme della precarietà in quanto è il nostro “essere arrischiati” nel Mondo. “Arrischiati” significa possibilità della perdita. Non per scelta nostra ma per principio di Necessità. L’Uomo è fatto così e non diverso da così. Anela all’Amore ma il desiderio lo può portare “fuori” (Mondo/Altro).

 

Stephen Mitchell in L’amore può durare? Il destino dell’amore romantico afferma: “Se l’amore e il desiderio sono difficili da sostenere nella stessa relazione, non è perché si sono evoluti in momenti diversi della filogenesi. L’amore e il desiderio sono completamente umani. Il problema è che si orientano verso obiettivi completamente diversi. L’amore cerca il controllo, la stabilità, la continuità, la certezza. Il desiderio cerca l’abbandono, l’avventura, la novità, l’ignoto. In amore cerchiamo punti di appiglio e ancoraggio, qualcosa su cui possiamo contare. Nel desiderio cerchiamo quello che ci manca, i pezzi di noi stessi che abbiamo rinnegato e qualcosa che si trova al di là di noi stessi, al di fuori dei confini dell’autoriconoscimento, che, in circostanze normali, proteggiamo in modo così deciso. La passione erotica destabilizza il nostro senso di sé”.

 

L’altro del desiderio noi lo sentiamo nella pelle. E la sua “specificità” ( e trattandosi di pelle potremmo anche dire “superficialità”) è per noi rischiosa ma anche attraente. Siamo attratti dall’altro che pone una legge al di fuori del nostro controllo. Questa è la divisione dell’Uomo. Il prodotto è lo stato di vulnerabilità. Che può anche essere vissuta come pericolo di perdita della struttura. All’Uomo non è concesso di attaccarsi troppo a ciò che può andare perduto. Pena l’angoscia. Per essere struttura noi la dobbiamo conoscere. L’amore vuole il “sapere” l’altro come “sappiamo” noi stessi. Più che il “Conosci te stesso” per l’uomo è più facilmente praticabile l’”Esprimi te stesso”. Ma la legge della relazione è quella della divisione, del velo tra Io e Tu, come scrive Simone Weil.

 

Continua Mitchell: “Il tipo di sapere che spesso uccide la passione nelle relazioni d’amore stabili, la certezza che l’accessibilità e la profondità del coinvolgimento proprio e del partner siano un dato di fatto sicuro, implica la sovraimposizione di una trasparenza e di una stasi illusoria su qualcosa (qualcuno) che invece è per natura elusivo e mutevole”.

 

Siamo in continua dialettica nella tensione tra “unicità” e “dualità”: gran parte della complessità del rapporto tra desiderio e Amore sta qui. Il desiderio rimanda all’”uno”, all’individuo, al personale perché dall’altra parte c’è la mancanza. Si desidera ciò che manca. L’amore vuole il “due” come saturazione e pacificazione della relazione.

 

Non a caso J. Lacan scrive: “L’Amore (ma qui sarebbe più opportuno parlare di desiderio) è dare qualcosa che non hai a qualcuno che non conosci”.

E qui entra il tempo. Ammesso che sicurezza possa esserci, essa, la sicurezza totale, la completa prevedibilità dell’altro e soprattutto la sua assoluta unicità, diviene qualcosa che ben presto ottunde. La nostra vita, il suo destino, è la oscillazione tra la solitudine e il legame. L’una istanza non può sopraffare l’altro.

 

“Tutti, chi più chi meno – scrive Galimberti in un articolo apparso su Repubblica il 14 febbraio 2004 (giorno di S. Valentino), abbiamo fatto esperienza che l’amore si nutre di novità, di mistero e di pericolo e ha come suoi nemici il tempo, la quotidianità, la familiarità. Nasce dall’idealizzazione della persona amata di cui ci innamoriamo per un incantesimo della fantasia, ma poi il tempo, che gioca a favore della realtà, produce il disincanto e tramuta l’amore in un affetto privo di passione o nella amarezza della disillusione”.

 

La domanda di Freud cade qui quanto mai opportuna: “Quanta felicità barattiamo in cambio della sicurezza?”.

 

E ancora Galimberti: “L’amore uccide il desiderio. E siccome in qualche modo lo sappiamo, non è raro che trasformiamo in abitudini le persone che amiamo, e, attraverso questa degenerazione protettiva, ci garantiamo la sicurezza della casa e ci difendiamo dalla vulnerabilità intrinseca dell’amore”. E Luce Irigaray in un altro articolo, stessa testata e stesso giorno, scrive che “Esiste una permanente confusione tra erotismo e desiderio. Se l’amore si congiunge difficilmente con l’eros, il desiderio non è il suo nemico”.

 

Il desiderio ci vulnera perché porta divisione. Entra nella carne. Non è un prodotto della nostra carne. Il desiderio viene sempre dal “fuori”, dall’altro. E’ una chiamata che a volte noi non vogliamo ma che a volte bramiamo tanto. Il desiderio in ogni caso è un interrogarci più su noi che sull’altro. Il desiderio ci divide dal “tu”. Un “Tu” universale, che per noi si presenta sotto forme infinite. Il “Tu” del fuori. E’ il “Tu” del Besorge (“aver cura”) di Heidegger. Che noi siamo risucchiati del “fuori”. Perché la conoscenza avviene fuori. Quando desideriamo siamo “già” fuori. Noi siamo dei “provenienti” quando torniamo alla nostra individualità.

 

Siamo dei “compitori di atti” come afferma Heidegger. E la nostra individualità è un provenire continuo “da”. Noi siamo dei “da”. Veniamo da “fuori” e “fuori” andiamo a compiere i nostri atti. Ha ragione Bresson quando afferma che “l’anima ama la mano”. E’ il nostro “allungarci” nel desiderio dell’altro, del “fuori”.

 

Ma il “fuori” è popolato. Grande popolazione è la natura dell’altro a cui è diretto il nostro desiderio. Tragico è perdere non la popolazione ma l’Uno. Perdere non il desiderio ma perdere l’Amore per l’illusorio ”unico” del nostro legame. “Ma siccome perdere chi è ‘unico al mondo’ è molto più doloroso che perdere uno qualsiasi, – prosegue Galimberti – dall’idealizzazione e dal desiderio ci si difende o troncando la relazione dopo il primo incontro, o aggrappandosi alle imperfezioni e ai difetti del partner per tenere a bada la fascinazione. Brividi sì ma brividi sicuri”. L’Amore tende al bilanciamento. L’amore è bilanciato. La fascinazione sposta il baricentro. Non solo quello dell’Io ma anche quello del Tu. Disequilibrio. Ma disequilibrio quanto mai prolifico.

 

Infatti Platone insegna la “medierà (il METAXY)”, lo stato medio dell’amore. Amore non è né bello né brutto. E’ un Dio che è giusto con l’uomo giusto e perfido con l’uomo perfido. Il discorso di Diotima: “E così anche a proposito di Amore, visto che anche tu sei d’accordo che non è né buono né bello, non pensare che debba essere malvagio e brutto, ma qualcosa tra questi due estremi”.

Amore è medietas, mediazione. Che non è una caratteristica della passione e del desiderio. L’amore platonico è figlio di Poro e Penia. Di Abbondanza, che è la personificazione della prudenza, e della Povertà. Amore è lo stare in mezzo, non è lo stare “fuori” del desiderio. E l’Amore platonico è amore per la “ricongiunzione” (il mito dell’androgino).

 

“E lo struggimento per quella perduta unità – scrive Platone sempre nel Convivio – il desiderio di ottenerla si chiama amore”. Il “fuori” è essere fuori dalla unità, il fuori è sempre lo stato della relazione e del rischio della relazione proprio perché siamo dei “compitori di atti”. Possiamo perdere il prodotto dell’atto. Il “fuori” é il lavoro anche della gioia in questo lavoro: che porti esso soddisfazione! L’amore è la condizione del “dentro” e del “fuori” che sorregge tutta la filosofia freudiana.

 

Conclude Galimberti il suo articolo. “Per questo Platone erge amore a simbolo della condizione dell’uomo, mai in possesso di sé, ma sempre dilaniato, ragion per cui amore non è solo una vicenda di corpi, ma traccia di una lacerazione, e quindi incessante ricerca di quella pienezza, di cui ogni amplesso è memoria, tentativo, sconfitta”. “Amarsi – scrive la Irigaray – significa ‘fare uno’”.

 

 

 

Che non fosse una sola questione di corpi, anche se parte dalla “scelta dell’oggetto”, lo scriveva già Freud nel 1910 nel primo dei tre Contributi alla psicologia della vita amorosa dal titolo Un particolare tipo di scelta oggettuale nell’uomo. Freud parla di “condizioni necessarie per amare”. Come se per “amare” dovesse essere sgomberato il campo da impedimenti preesistenti, ontogenetici e filogenetici. E in realtà così è. Amare è una delle attività più complesse. La complessità è data semplicemente dalla dualità Io/Tu. L’Io sul Tu lavora incessantemente per “ridurlo”, mentre il Tu lavora altrettanto incessantemente per non farsi ridurre. Ovviamente qui si parla di ridurre il desiderio in modo che l’Amore o l’affetto sia possibile. Io chiamo il Tu. Lo chiamo con il proprio nome. E da quel momento ho dettato una sanzione: confessione: racconto di una storia: vissuto di una storia. Manca la sicurezza che l’andare avanti porti beneficio. Spinge forte il bisogno di trovare sicurezza e protezione il prima possibile. Protezione dal proprio stesso desiderio. E dal desiderio dell’altro. Qui il confine tra normalità e psicopatologia è più sottile di quanto si creda. Lo lascia continuamente intendere tra le righe Freud nei suoi Contributi.

 

Seguendo il ragionamento di Freud. Egli parla della “scelta oggettuale maschile”. Ovvero quali caratteristiche debba avere il “Chi amo” prelevato dall’universo femminile. Godere di un beneficio è incerto. Nominare “chi” amo diviene la dichiarazione (dalla quale a volte non si può tornare indietro) di tale incertezza. E’ la cifra del desiderio. E’ il segno di distinzione tra amore e desiderio. Freud parla di due “precondizioni”.

 

“1 – Possiamo dire che la prima di queste precondizioni per amare è assolutamente specifica, perché in tutti i casi in cui è presente si trovano anche le altre caratteristiche di questo tipo. Questa precondizione esige, per così dire, l’esistenza ‘di una terza persona offesa’: il soggetto in questione non sceglie mai come oggetto d’amore una donna non vincolata da alcuno –ossia, una nubile o una donna attualmente senza legami – ma solo una donna su cui un altro uomo (fidanzato, marito o amico) possa rivendicare un diritto di possesso”. Il pensiero di Freud è fin troppo carnale ma fin troppo vero. E’ vero nella misura giusta: il desiderio va verso chi da altri è desiderato. Che questo “altri” poi sia oggetto di offesa può essere secondario. La passione sorge nel momento in cui c’è relazione da parte della donna con il desiderio di un altro. L’oggetto di amore deve già essere in relazione con un altro Tu. La seconda precondizione altro non è che una estensione della prima che Freud liquida “con espressione piuttosto cruda, ‘amore per le prostitute’”. Che in qualche maniera l’uomo si propone di salvare. L’altro singolo della prima condizione adesso diventa l’altro al plurale dei clienti delle meretrici.

 

Ma stacchiamoci dagli esempi fin troppo realistici di Freud per tornare al desiderio. Il desiderio dichiara che l’altro non deve essere libero da vincoli. Questo altro è il “fuori” assoluto di Heidegger. E’ la mano amata dall’anima di Bresson. E’ “il desiderio è il desiderio dell’altro” di Lacan. Fin troppo semplice dire che solo “fuori” avviene la relazione, solo “fuori” avviene la passione, il desiderio. Chiederci: fuori da che cosa o da chi forse è superfluo. Fuori e basta. Forse fuori anche da noi stessi in quanto il desiderio stesso è fuori e noi lo seguiamo. Il desiderio lo si nomina. Lo si chiama per nome e il nome è il nome dell’altro. Non si nomina la stasi ma si nomina il moto. Non si nomina la ripetizione ma si nomina la novità. Non si nomina l’essere protetti ma si nomina l’essere ex-citati. Ovvero il soggetto prende parola e si autorizza nel momento in cui si professa diviso in sé e chiamato dall’altro. Anche al rischio che l’altro rappresenta nella relazione con lui. Il rischio che l’altro mi lasci tra le braccia dell’abbandono. Che altro non sono che le braccia della morte. Ma l’uomo non è disposto a tanto. E allora nasce Amore, per Platone medietas. Stare in mezzo. E’ il moto opposto alla morte. E’ quello del “mettere al mondo”: quello della creatività, della poiesis, della poesia.

 

“Tutto ciò, infatti, per cui qualcosa passa dal non essere all’essere, è poesia e, quindi, ogni attività creativa (sta parlando Diotima) è poesia e tutti i creatori sono poeti. (…) E così è anche l’amore. In genere ogni desiderio di bene e di felicità è per ognuno <possente e ingannevole amore>, ma mentre quelli che cercano di realizzarlo per altre vie, come per esempio attraverso i guadagni o l’educazione fisica o la filosofia, noi non diciamo che amano né che sono amanti, gli altri, invece, quelli che seguono e preferiscono un particolare tipo d’amore, ne prendono anche il nome generico: amore, amare, amanti” (…) Infatti gli uomini altro non amano che il bene”.

 

L’Amore ha bisogno di un nome per stare al mondo. La passione ha bisogno di un nome per vivere. Il desiderio ha bisogno di un nome per passare dal non essere all’essere: questo nome è “Tu”. Un “Tu” tanto ottenibile quanto perdibile. Di sicuro più desiderabile in quanto perdibile. L’amore è più delicato sulla “perdibilità”: teme il non ritorno: teme l’atto definitorio: teme la crisi come soluzione, o da una parte o dall’altra.

 

Chiamare “per” nome l’altro del desiderio significa rivolgersi all’altro attraverso il proprio volto parlante dicendo un “nome”. Norma. Regola. Regola tra due. Il desiderio ha regola fragile.

 

Nel già citato secondo Contributo dal titolo Sulla tendenza universale alla devalorizzazione della vita amorosa, del 1912, ancora Freud ha modo di scrivere: “La libido volge le spalle alla realtà, viene dominata dalla attività immaginativa (il processo di introversione) rafforza le immagini dei primi oggetti sessuali e si fissa ad essi”. 

 

 

 

 

 

La passione è intesa come una “derealizzazione” e nello stesso tempo una “regressione” a oggetti infantili del desiderio. Se è presente il cosiddetto “principio di realtà”, ovvero la persona amata possiede virtù tali per esserlo… Freud ribadisce che “Se una donna produce un effetto capace di destare un’alta ammirazione di carattere psichico, vediamo che questa non si traduce in una eccitazione sensuale ma in un semplice affetto privo di cariche erotiche. In queste persone l’intera sfera dell’amore resta divisa nelle due direzioni rappresentate nell’arte dall’amore sacro e dall’amore profano (o animale). Quando amano non desiderano, e quando desiderano non possono amare”.

 

Ecco l’assioma: il desiderio non sposa “il principio di realtà”, mentre l’Amore tende a farlo proprio, proprio per difendersi dalla precarietà del desiderio. Caduco, impellente, incontrollato, il desiderio non ha padroni. L’amore sì. Noi tendiamo la mano all’altro e vorremmo essere “compresi” nella sua cavità: vorremmo essere “conosciuti” dal suo pensiero. Il “chi” di cui andiamo in cerca è il “soggetto supposto sapere” di Lacan. Quello che abbia una cavità, un posto, una nicchia per noi, e solo per noi, entro la quale avvenga la conoscenza. E solo la conoscenza tra “noi due”. Intimità. Illusione forse.

 

Mitchell si pone su questo una domanda interessante. La restringe al campo del rapporto sessuale. Ma essa può, anzi, deve, essere estesa all’ambito morale ed economico della relazione. “Questa differenza tra uomini e donne è alla base della domanda che ancora molti uomini fanno, nonostante la comprensione del suo impatto antierotico abbia soppresso la sua formulazione orginaria: ‘Sei venuta?’. Ognuno di noi vuole sapere dall’altro: ‘Dov’eri mentre facevamo l’amore? E’ stato meglio con me o con altri/e? Quali sono state le fantasie, le sensazioni, le risonanze inconsce?’”.

 

Ma il sesso, assieme alla morte, è l’esperienza più privata. Una delle esperienze in cui l’altro è alterità assoluta perché sciolto dalla padronanza. Dal nostro e anche dal suo stesso desiderio. In-conoscenza dell’esperienza dell’altro. L’esperienza sessuale può essere conosciuta solo dal di “dentro” mentre noi la realizziamo nella condizione del “fuori”. Vorremmo che le pareti della mano dell’altro ci rispondessero della sua esperienza, del suo sentire, dei riverberi, dei pensieri, dei ricordi, degli odori, della storia che avviene in quel momento. Invece l’insicurezza regna. Portata dallo stesso desiderio nella sua natura ambivalente: avere/perdere. L’arte del sapere non è un’arte che pertiene il desiderio. Ha ragione Platone quando afferma che l’Amore è un affare da dei.

 

Difficile dunque. Chiama e chiede virtù, che non sempre è possesso dell’uomo. La virtù è la già incontrata onestà. “…con la stessa onestà, a seguire la volontà di chi lo rende sapiente e migliore e quando il primo sia veramente capace di dare senno e virtù, e l’altro veramente desideroso di educarsi e d’acquistare, in ogni modo, sapienza, quando questo avviene (sta parlando Pausania), quando queste due direttrici convergono a un unico fine, oh, allora sì è una cosa bella che la persona amata conceda i suoi favori a chi l’ama, altrimenti niente da fare”.

 

Certo che si cresce dall’Amore. L’amore fa crescere, ma fa crescere la propria conoscenza di se stessi. Non fa crescere la conoscenza dell’esperienza di amore dell’altro. Il corpo dell’altro può restare misterioso. E’ il limite dell’essere “uno” di ognuno di noi. Io leggo la mano dell’altro ma ne do una mia interpretazione. Vige il cosiddetto “principio di indeterminazione”.

 

Scrive ancora Mitchell: “In un certo senso, questo cambiamento del significato del conoscere va a pari passo con i cambiamenti che hanno caratterizzato la scienza stessa dai tempi di Freud ad oggi. L’implicazione centrale del ‘ principio di indeterminazione’ sviluppato dal fisico Werner Heisenberg è che non si possono accertare e descrivere contemporaneamente la velocità e la posizione di un elettrone. Determinare la sua velocità è cambiarne la posizione. Determinare la sua posizione è alterarne la velocità. Per apprendere qualcosa sul mondo esterno bisogna interagire con questo mondo, e questa interazione ha un impatto importante sulle cose che si stanno studiando, e le modifica. Questo è certamente vero per quanto riguarda la conoscenza dei sé, del proprio e di quello altrui. Quello che si scopre di un’altra persona dipende in gran parte da chi si è e da come ci si avvicina all’altro. E quello che si impara su di sé dipende molto da come uno si avvicina al proprio sé e dagli scopi che ne fa”.

 

La conoscenza che vogliamo, quando il nostro desiderio è in moto, è “dell”’ altro. Ma l’altro ci rimanda la domanda. Ci manda a chiederci sulla conoscenza del “chi” siamo con lui, non di “chi” è lui con noi. Qui sta la precarietà del desiderio: sempre una precarietà di conoscenza. La lettura della mano dell’altro è poi alla fin fine la lettura della nostra mano che si protende. Non di quella che ci accoglie. Del desiderio non c’è restituzione. C’è un moto di andata, un andare verso il “fuori”. Ci si perde nell’altro. Ma ci si perde per davvero. Il ritorno è possibile ma alla condizione di rinunciare alla pretesa di ridurre l’altro al nostro desiderio di perderci in lui e che lui lavori la nostra perdita. Ci aiuti a tornare. Noi invece siamo chiamati a lavorarla la perdita. Il desiderio è un continuo “lavoro del lutto”, freudianamente inteso.

 

“L’Esserci – scrive Heidegger in Sein und Zeit – è sempre in qualche modo diretto verso… in cammino. Fermarsi e stare fermo sono semplicemente casi-limite di questo essere ‘in cammino’ diretti verso”. Essere diretti anche nella accezione di potersi perdere Non a caso siamo “arrischiati”. La conoscenza dell’altro non può essere una meta. Non può essere una pacificazione né il viottolo che ci conduce fuori dal bosco.

 

Il tempo del desiderio non è fatto per la pienezza. Il tempo è fatto per l’”allenamento” a perderlo. Passando ci insegna a perderlo. Perdere tempo significa perdere i giorni del desiderio, perdere i giorni della vita. Ma nello stesso tempo la vita è desiderio nella sua “piena” consumazione.

 

 

Consumare è vita”. Proprio nel senso che la vita, per avere senso, va consumata. Max Stirner nel suo L’Unico e la sua Proprietà, libro che potrebbe essere letto come l’inno all’individualismo dell’uomo, nel senso buono e anche nel senso cattivo come l’Idealismo può avere un senso buono e un senso cattivo. Scrive Stirner: “Ma come si usa la vita? Consumandola come una candela. La si usa bruciandola. Si fa uso della vita e insieme di se stesso, il vivente, consumando la vita come se stesso. Godere la vita significa usarla, consumarla”.

 

Uno. La candela produce luce, calore, bellezza, ricchezza, vita. Due. Ma è proprio espletando a questa funzione che essa si consuma, cioè si estingue, muore, va a finire tutta in cera persa sul tavolo.

E portando subito la questione sul piano della relazione, che è l’unica cosa che ci interessa al mondo, uso il vocabolario per definire meglio questa duplice strada della consumazione, che è poi la strada della concomitanza del vivere come avvicinamento alla morte.

 

Leggo nel Dizionario i due binari. La prima definizione della parola “consumazione” è: “Consumare, portare a termine, portare a conclusione, dare perfezione, portare a compimento, portare ad un fine”. E dunque la prima accezione della parola come un legame stretto tra la consumazione e il tempo nel senso del prodotto. Fare qualche cosa insomma. Portare a termine qualche cosa come produzione di ricchezza, come produzione di vita. Anzi, direi di più. Consumare come vita stessa, la candela di Stirner insomma.

 

La seconda accezione della parola consumazione recita: “Ridurre a nulla togliendo poco per poco, dare fondo”.

 

Premessa e conclusione: è il Tu che fa l’Io. Ovvero non senza l’Altro, non siamo nulla. Il senso profondo del nostro essere è quello dello “scaturire” dalla relazione con il Tu. Dal “venirne fuori” non tanto nella logica dell’esserne contenuto passivamente, ma nella logica (come la intende Roberta De Monticelli nel suo “L’Ordine del Cuore”) che la nostra identità stessa è sancita dalla relazione con l’altro. Se cambia l’altro della nostra storia cambiamo anche noi. Non solo la nostra esistenza è impossibile senza l’altro ma è impossibile anche il nostro avere un pensiero di noi stessi. Senza l’altro è impossibile la nostra stessa identità.

Quando si usa l’espressione “tenere un posto per l’altro”, ovvero usare disponibilità affinchè l’altro entri in noi, avere capienza per l’altro, ossia volontà di capirlo dentro di noi, dare ascolto, offrire la nostra nicchia, un agente contenitore pronto per l’altro. Tolleranza, accettazione… prendiamo per buone tutte queste accezioni.

 

Ci accorgiamo che non è tanto che dentro di noi ci sia “già” il posto per l’altro. Tale posto lo fa nascere l’altro, lo determina l’altro con il suo comparire davanti a noi. Non c’è la sedia vuota già pronta attorno alla tavola e… se arriva qualcuno ha dove sedersi. No. E’ il comparire dell’altro, il comparire del Tu che fa saltare fuori la sedia e allora noi la andiamo a prendere e ceniamo tutti contenti con il nuovo ospite in più. E’ stato il comparire del Tu che ha sanzionato il fargli posto dentro di noi. E’ il tu che crea la condizione per la nostra capienza, per la nostra accoglienza. E’ l’altro che con il suo comparire fa sì che salti fuori la sedia dentro di noi. La sedia non c’era già. Quando l’altro bussa salta fuori la sedia: è il Tu che determina l’Io, sempre. Quando entra il Tu fa l’Io.

 

Scrive la De Monticelli nel libro che ho citato prima su questo essere determinante del Tu nei confronti dell’Io. “Quello che c’è di indubbiamenmte misterioso nell’amore, perfino nelle sue forme più naturali e familiari, perfino in quello materno e filiale è la circostanza che l’amore apre gli occhi a un suo fondamento non altrimenti dato: la realtà di un individuo”. La De Monticelli afferma che la realtà, dunque la storia di un individuo è data dal fatto che un altro ha amore per lui. E’ il Tu della relazione che ci apre gli occhi su chi siamo. Siamo in quanto siamo amati. Proprio come tuona Giovanni della Croce quando afferma che “Alla fine della vita saremo giudicati sull’amore”. Dato e ricevuto. In quanto è il dare e ricevere amore che determina tutti gli Io e tutti i Tu che calcano la Terra con i loro passi. Io esisto come individuo in quanto c’è un altro che mi ama. Diversamente avrò mille difficoltà (patologie) nel cogliermi come individuo, individuum unico e irripetibile.

 

Per questo è fondamentale che il bambino nella sua crescita, senta l’amore dell’altro, dei suoi genitori, perché è attraverso questo sentire che egli struttura la sua identità, il suo essere pensante, il suo essere pensante un buon pensiero di se stesso in quanto altri lo hanno avuto. Il suo amare se stesso.

  

Aprire gli occhi. L’amore… sveglia. Nel momento in cui io colgo l’amore dell’altro verso di me… mi sveglio. Mi sveglio ad un sentire nuovo, ad un annusare il mondo in modo diverso, a sentire con la pelle le fragranze che la novità dell’apparire dell’altro nella mia vita ha determinato. Mi sveglio a un capire nuovo, a un ricevere nuovo perché ogni altri Tu che io incontro nella vita mi cambia. Noi cambiamo solo attraverso l’altro. E qui sta la banalità della cura, se vogliamo della cura psicologica. Un altro mi sveglia all’amore e con l’amore.

 

Non è che compare nella mia vita l’Amore con la A maiuscola, quello dell’Andrea Chenier, l’amore dei libri, delle teorie, delle parole vuote. No. Compare un Tu in carne ed ossa. Carne e sesso. Non esiste l’Amore in generale ma esiste l’amore di un Tu, unico e irripetibile e anche mutabile nelle sue manifestazioni, è sempre l’Io che dà il senso all’essere. Io come soggetto sono il gestore del mio amore, del mio odio, della mia noia, della mia volontà di tirare tardi alla sera.

 

L’amore mi sveglia da silente o addormentato che ero. Svegliarsi, verbo economico. “Smettila di pedalare a vuoto, smettila di piangerti addosso, smettila di perdere tempo in quanto ora puoi capire che la ricchezza ti viene dalla relazione con l’altro”. O ci si arricchisce in due, insomma, o non si arricchisce nessuno.

 

E’ il viso dell’altro su cui apro gli occhi e l’amore diventa una “legge individuale” come la chiama Remo Bodei. Ciò la fanno l’Io e il Tu che stanno in relazione. Non si tratta di una legge esterna o sovradeterminata, non c’è fede religiosa, filosofica, politica, non c’è ideologia che tiene uniti due nella legge dell’amore, ma ci sono solo loro due. Dopo verrà tutto il resto. Uno che ama un altro non si porta dietro la carretta dei suoi pensieri, delle sue ideologie, delle sue astrazioni. Si porta dietro il proprio corpo e basta. E con il corpo dell’altro fa la legge nel momento in cui lo ama. Punto e basta. Questo, a mio modo di vedere, è un dato su cui non riflettiamo mai abbastanza.

 

Questo è il dato che libera il desiderio. La libertà del desiderio diviene la legge che in altre occasioni potrebbe essere imprigionato dalla morale, dalla religione, dalla tradizione, dalle convenienze o dagli stessi doveri, anche reciproci. Niente di tutto ciò. La libertà del desiderio produce frutti nel momento in cui due corpi si amano. E tanto basta.

 

Questa legge individuale – scrive Remo Bodei nel suo Destini Personaliha la sua icona nel volto inconfondibile di ognuno, il luogo simbolico più espressivo che si conosca, dotato di sfumature che possono moltiplicarsi all’infinito e in cui i più piccoli movimenti riescono a modificare il tutto”.

 

Il volto dell’altro è la mobilità che mi sveglia, che mi dà modo, se vogliamo, di prestare attenzione, la stessa attenzione ci cui parla Simone Weil, ovvero la cura nell’entrare e nell’uscire dall’altro rispettevole della legge individuale. Della legge dell’amore. E questa legge è garantita proprio dalla “nudità” con cui uno si presenta all’altro. Nudità del volto e del corpo come leggibilità del desiderio e della stessa volontà. La legge è fatta dalla naturalità con cui io mi faccio vedere dall’altro (e per vedere sappiamo che intendiamo “vedere la nostra contraddittorietà e la nostra debolezza”).

 

Bene. Mi sono svegliato fuori. Ho capito l’interesse della relazione. Ho capito la legge individuale dell’amore, ho capito che la relazione con l’altro è una consumazione . Bene. E’ una consumazione anche nel senso della seconda accezione del vocabolario, cioè un “andare a finire”. Ciò di cui voglio dire è che nella relazione… ci si stanca. Ciò che era prima non è più dopo e noi esseri che sappiamo amare dobbiamo riconoscere che la relazione d’amore può consumarsi anche nel senso che… va a finire. E in ciò io non vedrei nulla di innaturale.

 

Io e l’altro, consumandoci a vicenda, forse che non ci consumiamo per davvero? Ossia ci annoiamo e ci stanchiamo del nostro stesso rapporto? La candela raggiunge il suo scopo in una sua funzione. Dalla cera consumata poi che ne verrà fuori? Sarà componibile in un altro rapporto? In altri rapporti? L’energia è rinnovabile e riproducibile nella relazione oppure è destinata a fine nel senso della seconda accezione del vocabolario? Perché noi uomini e donne di questo mondo facciamo così fatica (se di fatica si tratta) a fare convivere dentro di noi il pensiero e l’esperienza che se da un lato la candela produce vita, amore, ricchezza, contemporaneamente, proprio perché espleta questa funzione, la candela va a perdersi, ovvero della relazione ci si può stancare, va ad esaurirsi, va verso la morte? Io ritengo che queste domande trovino adeguata risposta solo nell’intimo del cuore di ognuno, nella privatezza con cui noi viviamo noi stessi e anche nella onestà con cui lo facciamo.

 

Io penso che tutto abbia a che fare con la natura stessa del desiderio che per essere tale deve essere libero. La legge della vita a volte è la legge del paradosso e noi siamo chiamati a viverlo questo paradosso. Anzi, di sicuro siamo chiamati a questo compito. Il paradosso è che l’altro, come viene se ne va. E che noi come andiamo anche ci ritiriamo. E’ proprio perché l’altro è perdibile che noi lo amiamo tanto. E’ proprio perché l’altro ci chiama dal suo luogo che noi ci andiamo. Non ci chiama dal nostro luogo. E il suo luogo è il suo, nel quale egli si può anche ritirare. La forza del nostro desiderio è data proprio dal fatto che il desiderio è il desiderio dell’altro. Non è altrimenti e l’altro come è incontrabile è anche perdibile. Il desiderio è il desiderio di stare vicino all’altro. Nella nudità dei corpi: non mi interessa altro ma quell’amore lì.

 

La De Monticelli scrive ancora: “Per cancellare una credenza, una realtà, un altro reale, ci vogliono dei nuovi motivi. Non è in mio potere abolirla, non più di quanto lo sia il vedere la montagna che è davanti a me”. La filosofa afferma che per consumare, nel senso di fare finire una candela che pure sta consumando, bruciando, producendo luce e ricchezza, ma anche che si sta sciogliendo, che sta perdendo la sua natura e struttura iniziale… per fare questo io devo vedere un’altra candela. Per allontanarmi da “una credenza, da una realtà, da un altro reale” io devo vedere altro ancora. E’ la vita del desiderio questa, che noi siamo attratti dall’altro e il desiderio è il desiderio dell’altro. Il nuovo che l’altro mi porta, il nuovo che io vedo nel volto nuovo dell’altro.

 

Goethe ne Le Affinità Elettive. Edoardo e Ottilia sono nelle prime fasi del loro innamoramento e Edoardo parla con queste parole a Ottilia: “Ho da rivolgervi una preghiera cara Ottilia, vogliate perdonarmi anche se mi direte di no. Voi non fare nessun mistero (…) del fatto che sotto il vostro abito, sul petto, portate una miniatura. E’ l’immagine di vostro padre che voi avete appena conosciuto e che merita un posto nel vostro cuore. Ma perdonatemi, il medaglione è esageratamente grande e quel metallo, quel vetro, mi fanno mille paure. Ogni volta che voi pigliate in braccio un bambino (leggo questo passo seguendo con l’occhio quello che ha appena detto la De Monticelli, per passare da un posto all’altro ci vuole un motivo) o portate qualche peso o quando la vettura sobbalza (…) mi riesce insopportabile l’idea che qualche urto improvviso, una caduta o un colpo qualsiasi potrebbero riuscirvi pericolosi. Fatelo per amor mio, allontanate l’immagine. Ma non dal ricordo, e nemmeno dalla vostra camera, soltanto allontanatelo dal vostro petto dove a me sembra, forse per eccesso di sollecitudine alquanto pericolosa (Edoardo sta dicendo ad Ottilia: “Levati il medaglione di tuo padre dal petto altrimenti non avrai altri motivi per… e il motivo per… eccolo qua, sono io). Ottilia senza fretta né precipitazione, con lo sguardo più rivolto al cielo che a Edoardo, sciolse la catena, trasse fuori il medaglione, se lo premette sulla fronte e poi lo tese all’amico dicendo: ‘Tenetemelo voi finchè arriviamo a casa, non saprei come meglio dimostrarvi la vostra affettuosa premura’. L’amico non ardi premere il medaglione con le labbra ma le prese le mani e se le portò sugli occhi. Erano le più belle mani che mai si fossero strette tra loro. Gli parve che di un gran peso si fosse liberato il suo petto e che un muro fosse stato abbattuto tra lui e Ottilia”.

 

La donna, per avere un altro uomo, deve togliersi dalla testa l’uomo di prima, in questo caso il proprio padre.

 

Per ovviare alla accezione negativa della parola “consumazione” devo incontrare nella vita un tipo che mi fa un discorso tipo quello che Edoardo fa ad Ottilia. “Lascia di là sa vuoi venire di qua, lascia l’altro uomo se vuoi venire con un nuovo uomo”. Che il nuovo uomo poi sia un altro reale o diverso, oppure lo stesso che sa fare discorsi e avere desideri nuovi e diversi dal passato che aveva portato alla noia e alla stanchezza, penso passi poca differenza. Ottilia da sola non ci sarebbe mai arrivata senza il Tu di Edoardo. La sua relazione con il medaglione del padre la avrebbe inevitabilmente portata ad esserne schiava e quindi a stancarsi, magari senza staccarsi. Ancora una volta è il Tu che fa l’Io. Lei si sveglia perché guarda gli occhi di un’altra persona che le dà un nuovo motivo. Se lei avesse avuto una relazione reale con un altro uomo e non con il medaglione del padre, avrebbe potuto anche essere questo uomo, ma con discorsi nuovi e con nuovi motivi a svegliarla.

 

Poi può essere che la stanchezza abbia anche un proprio significato nella relazione. Che non arrivi a caso che sia introduttiva di qualche cosa di nuovo. Oppure la stanchezza può essere patologica, anche se naturalmente patologica in quanto inevitabile. In quanto stancarsi dell’altro è l’umano dell’umano. Il paradosso e la debolezza che ci fa forti e vivi è l’umano. E dentro l’umano tutto trova posto. Non sempre il proprio posto, ma tutto trova posto.

 

 

“Se noi fossimo una potenza infinita non moriremmo mai – scrive Salvatore Natoli – , ci riprodurremmo eternamente, espansivamente. Una quantità di potenza finita tende invece a degradare” La compiutezza del limite. E la sua prolificità.(Natoli, p. 26) Tutti i discorsi che la Filosofia e la storia hanno fatto sulla potenza dell’uomo, si riducono ad una ammissione, che come tutte le ammissioni è un atto di umiltà: noi siamo esseri finiti e finibili e l’alimento che ci mantiene in vita va ad esaurimento. Tale esaurimento può essere improvviso oppure cronico ma… tutto va esaurito. La nostra potenza va ad esaurirsi non nella sua successione temporale, nel seguire il tempo della vita che automaticamente la porta verso la quiescenza, ma nasce già limitata, nasce finibile e finita. Il riconoscere la nostra potenza finita è il modo migliore per regolarci sul pensiero di morte. Il pensiero di morte non è il pensare alla nostra morte ma è il pensiero della finibilità della nostra vita. E il pensiero che facciamo lo facciamo da vivi. Non esiste esperienza della morte se non la morte dell’altro, lo abbiamo visto in più occasioni. Allora anche la solitudine del pensiero della nostra finibilità ci può essere di aiuto. Finibilità come un qualche cosa che va verso la propria stessa naturalità e lo stesso scopo per cui è nata: la morte.

 

E il pensiero di finibilità poi porta come immediata conseguenza al pensiero di “essere soli”, di essere circoscritti dalla stessa natura che opera su di noi, e alla fin fine ci rende soli.

 

“Camminare da se stessi. Ecco l’unica cosa che conta. (…) Il punto di Archimede a partire dal quale posso sollevare da parte mia il mondo è la trasformazione di me stesso. Se invece pongo due punti di appoggio, uno qui nella mia anima e l’altro là, nell’anima del mio simile in conflitto con me, quell’unico punto sul quale mi si era aperta una prospettiva, mi sfugge immediatamente(Buber, p. 27)

 

E trasformare se stessi altro non significa che quella azione, quel fare di adattamento all’altro, al mondo esterno che è l’unica strada che consente la relazione: allora dalla relazione trarremo piacere, altrimenti ci dovremo accontentare del godimento che è una condizione precaria e spesso non rispettevole del patto con l’altro. Trattare il corpo dell’altro come se fose il nostro e trattare il nostro come fosse quello dell’altro. La trasformazione di cui Parla Buber, che vuole a tutti i costi evitare il conflitto con l’altro, potrebbe stare nel “Ama il prossimo tuo come te stesso”. Te stesso soprattutto quanto vivi la riduzione alla tua intima solitudine.

 

 

 

 

 

Io posso vivere un rapporto di solitudine con il mio corpo nel momento in cui lo avverto esso stesso come una alterità, come una istanza che mi trascende. Quando io riesco ad avere un “dialogo” con il mio corpo, che in quanto tale diviene “altro” da me.

 

Io ho un rapporto con il mio corpo nel momento in cui lo sento appannaggio di altri. Lo sento nell’Universo. Lo sento altro da me stesso. Lo sento alla portata di altri come alla portata di me. L’empatia con l’altro viene da una esperienza di alterità che io ho già dentro me stesso. Il non fare del male all’altro è lo stesso non fare del male a noi stessi. Il non fare del male all’altro e a noi stessi è pensare che il male, in noi, è ordinato da un contenitore che male non è. Come Dio in Agostino crea il male stesso. (p. 29)

 

 

Il corpo dell’altro: è questo il luogo di incontro con l’altro, è il luogo in cui l’altro mi chiama a conformare e “dimensionare” il mio desiderio. Io sperimento nel campo la mia contraddizione interna non tanto nel momento in cui sono solo ma il corpo dell’altro fa attrito sul mio, quando il corpo dell’altro stringe la mia posizione, anche la mia posizione di partenza.(p. 36-37)

 

Questi “luoghi di comunicazione” (occhi, orecchie, sesso, ano, pelle, naso) non appartengono completamente al nostro corpo, anzi, noi siamo chiamati ad “ascoltarli” in riferimento anche alla voce dell’altro. Essi sono “informabili” dalla voce dell’altro e in quanto tali non sono propriamente “nostri” ma entrano a pieno titolo nella relazione. Solo in questo modo il nostro desiderio non sarà illimitato; solo se penseremo che i nostri buchi sono abitabili in pianta stabile dalla comunicazione, dalla voce, dalle parole, dallo sguardo, dal sesso, etc. dell’altro. La nostra libertà, come afferma Barcellona, non può intendersi come libertà assoluta del nostro desiderio.

 

Esquirol, uno dei padri della psichiatria moderna, parla nel 1838 di “ennui de vivre”, la noia di vivere che egli vede come “la malattia di chi ha abusato di ogni piacere ed è sprofondato nella impossibilità di desiderare”. La impossibilità di desiderare è la morte del proprio e dell’altrui corpo come alterità e come eccitazione (vocazione).

 

 

 

Il piacere è piacere. E rende Soggetto l’uomo. Rende l’uomo soggetto per altri che a lui si rivolgeranno parlando la lingua del piacere. E’ soggetto alla domanda di piacere dell’altro. E all’altro piace il suo potere di piacere: qui sta la sx-citazione: all’altro piace la potenza del nostro piacere, come sostiene Luhmann:

 

“Come plaisir l’uomo è soggetto. Il che vuol dire che si può discutere se il fatto del plaisir, non diversamente che il fatto del pensiero, operi con rappresentazioni giuste o false, con mezzi puri o impuri. Plaisir è plaisir. (…) Nello stato del plaisir un uomo si fa osservare ed esplorare particolarmente bene, si apre, la sua gioia lo esalta – ed è poi particolarmente esposto allo sguardo acuto altrui. Il Plaisir rende disarmati di fronte all’osservazione e al trattamento da parte degli altri (…) Il soggetto viene stimato come colui che può e trova il suo compimento nel fatto che piace il suo potere come natura””(luhmann p. 101 e segg.)

 

E questa relazione di piacere è una Relazione in cui la alterità dell’altro è da un lato un dato “sacro” e dall’altro la stessa dimensione del desiderio (l’unità con l’altro a partire dal saper creare distacco).

 

“L’elaborazione di questa forma di relazione ha il suo punto di partenza nel riconoscimento del carattere assoluto della alterità dell’altro – si potrebbe così definire la dimensione del desiderio – e nella rinuncia alla praticabilità della via di una unità sostanziale. L’unità con l’altro, a partire da questo distacco, verrà cercata per via della sottomissione alla sua legge, dopo averlo istituito come altro capace di volontà di separazione e poi come volontà di fonte di legge”.(passioni, pulsioni, affetti, p. 21)

 

 

Più noi pensiamo di dare all’altro e che questo “conosca” ciò che noi diamo come noi pretendiamo di conoscerlo, più andiamo incontro a delusioni.

 

La conoscenza di noi stessi è poca cosa. Cosa un po’ maggiore è la conoscenza che gli altri hanno di noi. Soffriamo più quando gli altri non ci capiscono che quando a non capirci siamo noi.

 

E’ tuttavia difficile conoscere la conoscenza che gli altri hanno di noi. Essa non viene espressa con parole ma giace nel cuore dell’altro. E anche lui non è sicuro della sua conoscenza.

 

Siamo in difficoltà anche in merito alla conoscenza dei nostri ricordi, del nostro passato. Esso parla una voce sempre diversa – Con parole sempre diverse – E queste parole sono (anche) le pqrole del nostro presente, le parole dell’ora e del giorno che stiamo vivendo.

 

Così la nostra storia (il cui scambio con l’altro ci permette di averne amore meritato in cambio) è una continua ri-narrazione che usa sia le parole del nostro passato che quelle del nostro presente: le mescola. La conoscenza, se mai si potesse parlare di un concetto simile, è un mescolarsi di tempi.

Forse invece chiedere all’altro di capirci è affidargli la responsabilità di non mescolare questi tempi. Offrirgli il potere (soggetto supposto sapere) di avere continuità o oggettività di lettura attraverso i tempi. Che ci definisca egli stesso, ma con le nostre parole.

Ma l’altro non lo possiamo costringere a svolgere un lavoro per forza, non lo possiamo chiamare a fare quello che noi stessi non siamo capaci di fare. Noi chiamiamo l’altro per fargli fare quello che “lui” sa fare, e non diversamente

 

 

Obbligo e amore non possono sposarsi, non è plausibile l’amore tra due che non presupponga una norma fondamentale che si articoli sulla libertà. Altrimenti l’amore corre il rischio di essere un esercizio del Super-Io e non ci sarebbe più relazione Io/Tu ma relazione Io/Super-Io, che non sarebbe affatto un rapporto.

 

“L’obbligo è per l’amore ciò che per i religiosi sono le ore fisse degli uffizi rispetto alla preghiera. E’ una necessità per fare violenza al male che è in noi” (S. Weil, quaderno III) Essendo l’amore libertà, la una concezione non libera ne usurperebbe la reciprocità, ovvero la norma fondamentale, in diritto sacro. Il diritto è il desiderio, non la stabilità..

 

Tuttavia il nostro desiderio di amore si dirige sempre verso la stabilità pur sapendo da noi che il moto del desiderio conduce alla precarietà. Ma è difficile anche la conciliazione di desiderio e di precarietà.

 

Il mio stare con l’altro è limitato nel tempo – Il tempo è breve – Poi la corsa al non-pensiero, alla solitudine, alla assenza dell’altro, al volerlo allontanare; affinche venga fuori io+ la mia rappresentazione degli altri che popolano la mia vita ma che io in certi momenti non voglio in relazione con me. La assenza dell’altro presente. Dall’altro sfuggo fino a rifugiarmi con il pensiero in lui. Allora il pensiero mi è di gratificazione.

 

Meno io penso o vivo un altro reale nella relazione, più sono disposto a pensare e vivere altri (pensati in relazione).

 

Il pensiero di qualche cosa d’altro, o di qualcun altro, il pensiero di quello che “farò dopo” il momento di relazione che ho in atto (anche l’atto sessuale), spesso mi porta con il pensiero, ma anche con il corpo verso una certa lontananza dall’atto che ho appena compiuto (che potrebbe essere anche un atto di amore). Compiuto l’atto di amore io mi chiedo…..”e ora?”, quasi che la mia soddisfazione si fosse tramutata improvvisamente in una insoddisfazione e io mi fossi ritrovato nella condizione di solitudine dalla quale ero partito prima dell’atto d’amore.

A volte si vorrebbe dimenticare con chi si è e dove si è per praticare un ritiro, una quiescenza del pensiero, un isolamento infantile. Volerlo dimenticare l’altro finchè sono con lui. Volerlo dimenticare “proprio” perché sono con lui. Nel rapporto ci si distrae per poterlo sostenere.. Il rapporto Io/Tu si satura con una certa velocità. C’è bisogno di “pensiero di altri” per tenere in piedi la relazione Io/Tu.

 

Come nel mito dell’androgino nel Simposio di Platone, le due parti divise di noi si cercano in continuazione. Anche al nostro interno, anche all’interno della nostra divisione interna. Ma restano “divise” Noi siamo Amore e Odio, non la mescolanza delle due istanze. Siamo tutti e due assieme. Qui sta la contraddizione e la divisione dell’uomo. Non si mescola Amore e Odio come acqua fredda e acqua calda che ne viene fuori acqua tiepida. Ognuno dei due mantiene le proprie caratteristiche.

Sono dentro gli altri che con il loro sguardo e il loro giudizio mi definiscono. Platone nel Simposio voleva dire questo con il mito dell’androgino? Ma tale mito include anche la accezione dell’atto d’amore che ha a che fare con la continuazione della specie. Come se Necessità stesse sopra ad Amore. Come se i due dell’amore non vivessero in regime di libertà ma in regime di sudditanza a leggi della Natura. Come se… agli dei (al Super- Io) non ci si possa opporre (come accadde nel mito di Orfeo ed Euridice). Come se noi, nella nostra divisione ci sentissimo impoveriti dalla nostra stessa Necessità di perpetuare la specie. Come cioè se l’Amore poi alla fin fine potesse svilirsi nel Naturalismo.

 

 

Schopenhauer afferma che quando due si amano in realtà dietro di loro si muove la Volontà che usa il loro amore per la “perpetuazione della specie” Allora piacere è in realtà una “deliberazione” della Volontà? Di una nostra “Eternità”? Diventa una necessità e non una libertà?

 

 

Se si afferma che l’Io viene fuori dal Tu si intende che io sono “fuori nel tu”.

 

E’ il “fuori” il nostro luogo, il nostro percorso e soprattutto la nostra libertà non è illimitata. Vi troviamo di sicuro istanze ingiuntive quali la Necessità, la Natura, la Perpetuazione della Specie, la Volontà e quant’altro noi possiamo intendere di limitativo, tuttavia è nostra conoscenza e anche nostra condizione il fatto che solo “fuori” avviene il nostro essere, e nel fuori troviamo chi troviamo, se si tratta di fuori significa “non nostro”, ma appunto nel “fuori” troviamo il Tu. Rischio e libertà.

 

 

In fin dei conti noi siamo figli di un Padre che manda il figlio nel mondo. E questo Padre ha un rapporto di partnership con noi. Funziona come “tramite” verso il Mondo. Il Padre è “pattern” come la madre potrebbe essere “matrix”. E’ il Padre che ci libera indicandoci lo stesse regole restrittive sulla quali il mondo e la Vita si articolano.

 

 

Il Padre non è simbolico ma affida (nel senso della fede) al figlio il Simbolo che è il pezzo di sigillo che deve combaciare con quello dell’altro affinché ci sia rapporto, relazione. Il Padre insegna a “far combaciare” in questo senso mediatore e in questo senso soggetto del compromesso. Ma se non c’è stata prima divisione (la divisione del simbolo), distacco, il secare, non potrà esserci incontro futuro. Prima divisione (Padre) e poi rapporto.

 

Figlio è figlio. Padre è padre in quanto ha un figlio. Il posto che noi occupiamo (nella vita) è “secondo” a quello di un altro. Potremmo anche dire che “dipende” dall’altro. Senza che questo pensiero di dipendenza porti alla patologia. Noi siamo sanamente dipendenti e solo in questo modo possiamo essere liberi. Liberi solo se “visti” dall’altro. Il posto ci viene dato dall’altro. Adamo ed Eva sono nudi in quanto l’uno visto dall’altro e viceversa, non perché abbiano visto da soli il loro corpo nudo. Il concetto nasce dall’apporto dell’altro.

 

 

“Tanto per capirci” potrebbe essere la frase del rapporto. Le parole, il mito, la filosofia, anche la scienza non sono esaustive di sé. Sono strumenti “tanto per capirci” ovvero tanto per avere un rapporto, tanto per stare assieme. Rapporto/Amore che io ho a disposizione poi per potermi capire.

“Tanto per capirci” mette in second’ordine tutto ciò che non è rapporto in quanto tutto è concepibile in funzione della finalità ultima che è appunto il mantenimento del rapporto.

 

 

 

 

 

 

Per quanto profonda possa essere la comunicazione e l’empatia tra due persone che si amano rimarrà sempre l’ineffabile. Ciò che non si può dire e ciò che non si sa dire e ciò che è impossibile che venga detto solamente perché è impossibile dirlo.

L’ineffabile. L’indicibile diviene anche l’indecidibile. Non si può dividerlo e non potendolo dividere non si può comunicare all’altro (confronta l’angoscia). Ma l’ineffabile non è detto che ostacoli o impedisca per forza il rapporto.

 

C’è sempre un oltre. Oltre il corpo c’è il bello come meta dell’amore. Il bello è ciò che chiama nella sua universalità all’amore. E anche l’amore che chiama universalmente. L’universale sono Io che attraverso l’Altro nell’amore per arrivare all’universale (Bello/Buono) di Platone, ma forse più semplicemente sono quello che sente dentro di sé il desiderio, ma a volte è anche un bisogno, di amare Tutti. Se mi fermassi sull’altro reale nella mia azione di amore correrei il rischio di ucciderlo.

 

C’è sempre un oltre. Oltre l’altro. Lui o lei sono soltanto rappresentanti dell’Universo . Se mi fermo all’altro reale non arriverò mai alla salvezza mia e anche dell’altro. Oltre a tutto è a tutti, alla fine del moto del nostro desiderio, troviamo sempre qualcosa di nuovo. E’ solo la novità che ci chiama. Anche quando noi non la conosciamo come tale, ed essendo “novità” è proprio alquanto difficile che noi la conosciamo. La novità è il nostro non sapere, il nostro immaginare, anche il nostro aspettare, per non dire del nostro spasimare.

 

E’ il nuovo che ci chiama in continuazione. Ancora di più se questo nuovo è il “vecchio che ritorna”. “Il vecchio che ritorna” è il nuovo per eccellenza. Sappiamo che tutte le nostre esperienze noi le riportiamo a “qualcosa” di precedente, in un punto o in un momento anche molto lontano nella nostra memoria. C’è un “primum”, ma non è detto che questa sia una esperienza realmente vissuta. Il “primum” a volte è il semplice desiderio che così sia andata (mentre proprio così magari andata non è). Come in un imbuto le nostre esperienze si affondano nella memoria, nel ricordo, alla ricerca della prima esperienza. Per questo siamo assetati di novità: perché vogliamo continuamente alimentare il “rivivere” le nostre prime esperienze: amori, affetto, immagine, odore, altro reale, tutto ciò che sta nel repertorio della vita. Vorremo un “oltre” che non finisce mai, un oltre e un oltre ancora.

 

L’”oltre ancora” non è la catena (infinita) dei significanti di Lacan ma è la trascendenza pura. Stare al di là della materia e anche del pensiero. Vivere tutto nel nostro corpo. Questa è la trascendenza (malgrado la parola possa rimandare al contrario). Trascendere è passare dal pensiero al corpo: il corpo come strumento del nostro essere nel mondo. Trascendenza significa spostare di incontro dall’altro a “con” l’altro in un luogo che sta oltre l’Io e oltre il Tu.

 

Amore è sapere anche entrare nell’altro come un aratro. Tracciarne (darne traccia) nel corpo per oltre-passarlo. Non sempre è facile capire o sentire “dove” l’altro ci consente di oltre-passarlo. Forse non c’è nemmeno un “dove”.

 

L’oltre non è nemmeno un “dove” e nemmeno un “quando”. Ad ognuno la propria sensibilità.

 

Quello che conta è l’”intanto” tra il pensiero (o realtà) di vacuità della vita da una parte e l’ineluttabile dall’altra. Quello che conta è l’”intanto”, il particolare che avviene. In questo particolare noi incontriamo l’altro dell’amore. Lo incontriamo nella sua costante novità (anche quando l’altro è vecchio d’anni) del suo essere “chi” ci cambia proprio in merito al nostro lavoro di volerlo incontrare.

“Intanto” non è il passare del tempo, bensì il tempo che si ferma nel momento in cui noi siamo in amore con qualcuno. L’amore ferma il tempo e nello stesso tempo lo riempie di senso. L’amore indica il futuro e nello stesso tempo ci fa vivere la gioia del “qui e ora” di cui l’amore è il portavoce.

 

 

GUIDO SAVIO

 

 

 

 

 

-Email -Email   STAMPA-Stampa