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IL BAMBINO DI FRONTE A TRAUMA, OFFESA, INGANNO

Trauma: la Psicoanalisi è diventata la Grande Rivoluzione del secolo passato, nel momento in cui ha mess

o in discussione la realtà storica dei cosiddetti traumi sessuali e li ha portati sul piano di “prodotto della psiche” e non “si è

accontentata” (diciamo così) del semplice fatto realmente accaduto, per dire che automaticamente si passa, nel bambino, da un tr

auma subito allo sviluppo di una certa malattia psichica.

Vicino al trauma (trauma reale, storicamente accaduto), qualunque esso sia, ovvero di aver subito il bambino una violenza, una seduzione, un ricatto, etc. molto raramente coesiste nel bambino stesso il pensiero di imputazione (“c’ero anche io”, “c’entro anche io”).

Il bambino in pratica da un lato si sente compartecipe al trauma subito, dall’altra parte non riesce a gestire il giudizio su tale sentimento. Sa che era presente ma non sa dare un giudizio sulla parte che ha fatto (se l’ha fatta).

Spesso il bambino pensa che sia stata “colpa sua” e questo lo porta a fantasmizzare. E questi due pensieri di autoaccusa e di “non c’entrare niente” spesso coesistono.

Chiaro che traumi e violenze reali si sono perpetrate sui bambini nel corso della storia (vedi la storia della Chiesa, ad esempio). Il Progresso stesso (vedi la Rivoluzione industriale inglese e infinite altre “rivoluzioni”, hanno posto la loro base sulla pelle dei bambini). Le guerre, gli esodi, le calamità, etc. Ma non è questo il punto dal quale si apre la malattia come una ventosa che risucchia, non è questo l’incipit della nevrosi o la psicosi (a volte).

Perché si possa passare dalla violenza subita alla “malattia” vera e propria è necessario un pensiero. Che nel bambino purtuttavia è spesso quel fantasmizzare di cui s’è detto.

Ma il bambino è piccolo, infans, non sa parlare, e fa fatica a distinguere pensiero da realtà e dunque corre il rischio di mescolare tutto. Cioè fantasmizza.

Ciò significa che il bambino può “fissarsi” all’altro traumatizzatore , quasi affezionarsi come si dice…affetto da (una malattia). Il bambino nella sua fantasia “difende” a volte anche il suo (eventuale) traumatizzatore. Si tratta di un evento teorico oltre che reale del soggetto (il nostro bambino) che tuttavia in questo modo (consciamente o inconsciamente) sceglie , con tale fissazione anche la propria “malattia”. Si attacca o meno a qualcosa (pensiero) o qualcuno (traumatizzatore) di malato.

Un ragazzino dodicenne che ho seguito per parecchio tempo all’interno delle Istituzioni, difendeva quello che ormai era diventato il suo riconosciuto “amico pedofilo”, (anche presso la stampa locale) accusando di passiva pedofilia i suoi compagni di classe. Diceva che i pederasti erano loro (sic!), non il suo “amico”.

Poi non tutti i bambini traumatizzati sviluppano automaticamente la malattia: ci vuole il pensiero. Come entri in funzione questo pensiero varia dalla soggettività, dalla famiglia, dal DNA, dalla pelle, dalla…e forse nessuno sa davvero da dove.

Nel senso che…a quel trauma (“semmai c’è stato”) il bambino potrebbe anche pensaci un po’ meno, e dunque ammalarsi “meno”.

“Se ci penso troppo, se mi alleo troppo all’offensore e alla offesa, mi ammalo”. Ma sappiamo che il bambino non ha ancora autonomia di giudizio. E dunque funzionano in lui quelle caratteristiche “istintive” che lo proteggono o lo condannano, e sulle quali tutte le psicologie fanno fatica a trovarsi d’accordo.

 

Offesa: l’offesa altro non è che un giudizio espresso da qualcuno versus qualcun altro con male parole nella chiara (conscia o inconscia poco conta) intenzione di farlo soffrire. Sono i risultati che poi contano.

L’offesa pur sempre di un giudizio si tratta, e il bambino non ha tante difese di fronte all’offesa dell’altro, anzi, spesso ci si identifica: “Tu (padre-madre) mi dai dello scemo…e io da scemo mi comporto”. E’ un classico della psicologia dell’età evolutiva.

Molte nevrosi hanno a che fare con una fissazione alla cosiddetta alleanza con l’offensore, ovvero il bambino spartisce il giudizio offensivo con chi glielo appioppa addosso. Ovvero “ci crede” in quanto si identifica a chi lo pronuncia. Ma sappiamo che a volte il bambino, che ancora non ha autonomia di giudizio, diversamente non saprebbe fare.

Inganno: l’inganno significa che il bambino, in quanto ingenuo (in-genuus), può essere ingannato, può essere attaccato dall’inganno della menzogna. Ognuno di noi avrà certo più di un ricordo del momento in cui, in quel giorno, in quel luogo, da quella persona, è stato “ingannato”: qualcosa di lancinante, di paralizzante, ma che tuttavia non ce la ha fatta a respingere, a rimandare al mittente a riconoscere pubblicamente che “lui non è mica così!!”, a ribellarsi ad esso attraverso il proprio giudizio. L’Inganno è fratello stretto della delusione verso l’altro.

Come se il bambino dicesse: “Da te mi aspettavo dell’altro, e invece tu questo mi hai dato (spesso “fatto”).

Io sono convinto che “questa malattia” di tutti noi bambini sia inevitabile. Proprio perché il bambino, di fronte alla strapotenza della famiglia, non ha strumenti sufficienti per difendersi. La pensava così anche Hegel. Eppure senza famiglia non si vive. Destino.

E quindi il mondo degli adulti sarà composto da chi questa inevitabile malattia l’ha superata, e chi no. Un mondo di malati o guariti. Un mondo di persone che si sono prese cura di se stesse (o qualcuno si è preso cura di loro) e, dall’altra parte, di persone di cui mai nessuno si è occupato. E questo forse è il vero trauma.

 

GUIDO SAVIO