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L’ALTRO CADE

Non si spiega mai il motivo per cui l’altro “cade” così di frequente davanti a noi, davanti alla domanda che gli rivolgiamo.

A mio modo di vedere non vogliamo “capire” (essere capienti) il limite dell’altro, non accettiamo la sua mancanza o la sua contraddittorietà, non accettiamo il fatto che l’altro non è una nostra esclusiva.

Il narcisismo impera soprattutto nell’atto di “idealizzazione” che compiamo nei confronti dell’altro, che non sarà mai all’altezza della nostra richiesta (che in patologia è una pretesa). Ma perchè siamo noi a metterlo là in alto.

Di converso siamo tutti affezionati alla richiesta eccessiva di attenzione nei nostri confronti: e questo diviene malattia. Narciso è colui che non sa denudarsi di fronte agli altri perché ha paura dell’immagine che lo specchio gli rimanda. E’ bloccato perché teme di incontrare il proprio limite. Che è poi il contatto con la propria frustrazione.

Alziamo tanto in alto l’altro per metterci in una posizione di “povertà” dalla quale andiamo meglio a chiedere aiuto, interesse, desiderio, amore, etc. all’altro che noi stessi abbiamo idealizzato (cioè messo fuori dalla portata di assolvere umanamente alla nostra domanda).

Sembra un gioco perverso. Ci mettiamo nella posizione di Narciso che tanto chiede a se stesso, quanto chiede all’altro (votandosi irrimediabilmente e, nel suo caso, mortalmente, alla delusione).

L’altro ci delude perchè noi ci sdiamo illusi.

 

“Vorrei essere più di voi” è la frase che sottovento spira Narciso, nascondendola magari nel suo opposto, ovvero “Non sono all’altezza di voi”. Bugie del genere sono facilmente smascherabili. E’ da sottovento che ci si oppone al rapporto, mai nella piena disposizione della propria onestà. Se il nevrotico affermasse chiaramente che si oppone al rapporto, non sarebbe più nevrotico). Se il nevrotico affermasse chiaramente il proprio limite sarebbe uscito dalla malattia in quanto attore di un atto giuridico. Ma il nevrotico è sempre, da qualunque parte lo si prenda, un fuorilegge. Il nevrotico non vede il proprio limite, lo individua soltanto nell’altro; in questa operazione è un esperto, gli riesce sempre e lo porta a confermare la sua teoria patologica : “Non esiste nessuno che mi meriti”: il massimo dell’idealizzazione.

Odio e superbia dimorano in questo meccanismo on/off: giacché non vedo la trave che è nel mio occhio, e qualcosa devo pur vedere, vedo allora la pagliuzza in quello dell’altro.

Il Super-Io rende deboli e fragili (nell’accezione perniciosa degli aggettivi) ed è questa visione di me che mi impedisce di vedere il mio limite. Il non cogliere il limite rende realmente fragili e incapaci di sopportare dolore e frustrazione e quindi impossibile la via della salvezza dall’angoscia.

 

L’angoscia è sempre una condizione di perdita, alla quale narcisisticamente si oppone chi del proprio limite non sa fare la propria forza.

Angoscia è perdita e mancanza di legge e la conseguenza è mancanza di ordine. Tale mancanza comporta l’immediata perdita dell’autonomia, ovvero l’esperienza della dipendenza, dapprima dall’altro reale, ma soprattutto dalle proprie paure e inibizioni. Se avverto che senza una determinata persona mi è impossibile vivere, immaginare il futuro, il progetto, ecc., inizia nella relazione una serie di comportamenti che sono riportati in questo elenco:

a – odio la persona da cui dipendo in quanto è testimonianza palese della mia impotenza. b – posso fingere fedeltà a questa persona ma in realtà sono guidato dall’invidia e dall’infedeltà. c – il bisogno della sua presenza fisica accanto a me in realtà non è sincera perché prima o poi io rimarrò deluso e mi chiuderò nel silenzio. d – non esiste in questa “relazione” un vero dare e avere, ma solo la logica dello sfruttamento. e – la verità di questo tipo di relazione è una solitudine perniciosa che mi impedisce di crescere in quanto l’altro mi ha, con il mio consenso, esautorato. f – quando ricevo dall’altro da cui dipendo un bene, tendo subito a sminuirlo, a degradarlo e privarlo di valore (“voglio quello che voglio e ottengo quello che non voglio”). g – la soddisfazione, da intendersi come accettazione del limite e della mancanza mi è interdetta in quanto il mio status di dipendente mi spinge alla “idealizzazione della soddisfazione”. h – il timore di sperimentare angoscia mi tiene lontano da “tentativi autonomi” di soddisfazione in quanto l’angoscia è sorella della inibizione. i – chi è inibito odia praticamente tutti e soprattutto ciò che gli impedisce di costruire una propria soddisfazione. l – l’alimentazione sostanzialmente saprofitica della relazione di dipendenza esterna porta ben presto le parti ad un esaurimento delle risorse e soprattutto alla confusione. m – la confusione è una delle maggiori conseguenze della dipendenza. Ma quale confusione? Quella che porta all’astrazione, alla sostituzione del reale con l’ideale. Confusione e astrazione costituiscono le due facce della stessa medaglia. n – idealizzare = confondere = dipendenza = narcisismo: questo è il percorso, che lo si legga dall’inizio alla fine o dalla fine all’inizio. A piacere.

 

GUIDO SAVIO