-Email -Email   STAMPA-Stampa 

QUANTO FA MALE IL DOLORE?

QUANTO FA MALE IN DOLORE?

 

“Resisti, cuore, anche se soffri mali irresistibili: si fa convulsa l’anima dei vili” (Teognide, libro I°, 1029-1030).

PREMESSA

L’uomo che soffre è sempre un po’ un uomo nuovo, di fronte agli altri ma soprattutto di fronte a se stesso.

L’uomo che soffre molto, soffre in special modo per la difficoltà a comunicare il proprio dolore. Il nostro soffrire non potrà mai essere capito fino in fondo dall’altro, e la sua comunicazione si pone come un problema nel problema, che spesso porta a isolamento, senso di precarietà, solitudine.

Il dolore è l’esperienza umana che più chiama il soggetto a richiedere la sostituzione di ciò che, attraverso il dolore, gli viene tolto: la potenzialità, la opportunità, il benessere, la salute, il tempo di vivere.

Nessun uomo potrebbe vivere la sofferenza, o sopravvivere ad essa, se non riuscisse a dare un senso a ciò che patisce. E per questo motivo allora egli, come soluzioni soggettive, si dà delle strade da percorrere: quella della speranza di guarigione, quella della Fede, quella della fede nella tecnica, quella del pudore, quella del giusto orgoglio per salvare se stessi, e molte, molte altre ancora.

Scrive Umberto Galimberti nel suo “Il Corpo” che “l’uomo non muore per il fatto di essersi ammalato, ma gli capita di ammalarsi perché fondamentalmente deve morire”. Si tratta di una visione innovativa e anche sconvolgente della natura della malattia all’interno del nostro percorso di vita: non è la vita a finire a “causa” di una malattia, ma la malattia interviene come “direttiva” all’interno di una vita che deve finire. Galimberti scambia la condizione causa-effetto nel rapporto tra malattia e morte. Il dolore allora che è la cifra di ogni tipo di malattia, quella del corpo medico e quella del corpo psicologico, per quanto male faccia, è un indicatore del nostro limite e della caducità della nostra esistenza, della nostra più profonda umanità.

 

 

Corpo e anima soffrono assieme, sempre. Oltre dunque il cosiddetto “errore cartesiano” della distinzione tra Corpo e Psiche e ancor prima di quello che Aristotele compie nel “Sinolo” distinguendo Forma e Materia. Corpo e anima che in ogni caso, di fronte al dolore, non possono intenderlo come “nemico” perché, fondamentalmente, il dolore è “innocente”. Oltre la logica giudaico cristiana che troppo spesso lo ha visto come punizione o invito ad una giustificazione. Sappiamo che le antiche come le moderne Etiche si sono sempre misurate sul dolore e sulla capacità del soggetto di intenderlo e di portarlo. Chi elegge il proprio dolore a nemico da sconfiggere lo soffre doppiamente perché in qualche modo si schiera contro una parte di se stesso. Una parte nuova, non desiderata, critica, forse insolente e offensiva, ma sempre una parte di noi che sempre una conoscenza porta oltre che spendibilità di vita. Meno odiamo il nostro dolore e meglio lo (ci) curiamo.

Come ha modo di dire Nietzsche in “Frammenti Postumi 1882-1884” : “Prima che il destino ci colpisca bisogna condurlo per mano come un bambino e dargli la frusta: ma quando ci ha colpito, bisogna amarlo”. Certo è difficile il pensiero di amare il proprio dolore (fuori da una logica masochistica) anche se il filosofo tedesco insiste più avanti su questo concetto: “L’unica salvezza per colui che soffre a causa dell’esistenza è quella di non soffrire più per la propria esistenza. Come potrà ottenerlo? Con una rapida morte oppure con un lungo amore”. Proprio l’amore per quella parte di noi che sta soffrendo e che attraverso la sofferenza qualcosa porta. Nulla si butta della nostra vita, come Saba affermava delle proprie poesie, proprio perché la nostra “normalità” non può essere pensata come “assenza di dolore” (e dunque solo piacere) ma come una coesistenza di bene e male, di luce ed ombra.

 

 

Come scrive Salvatore Natoli nel suo “L’esperienza del dolore”: “Se è vero come dice Eschilo, che ‘sapere è soffrire’ (to pathei pathos), vale anche il contrario, che soffrire è sapere. Ogni esperienza è frutto di conoscenza ma l’esperienza del dolore inaugura una nuova tipologia di “rivelazione” reciproca. Il dolore produce una discontinuità sufficiente per gettare nuove luci (e forse anche nuove ombre) nella conoscenza del soggetto di se stesso e del soggetto dell’altro. Nel dolore si intersecano l’individuo e l’Universale, a patto che la sofferenza non rimanga muta. Essendo il dolore una esperienza universale, il soggetto che soffre “sa” che il suo patire è saputo e conosciuto dal mondo, o da una parte di esso che in quel momento sta vivendo la medesima pena.

Noi attraverso il dolore sappiamo di noi, ma sappiamo anche dell’altro che vediamo soffrire. Nel dolore la relazione (soprattutto la relazione d’amore) è di più pulita lettura. Ci si capisce meglio nella sofferenza, anche se la sofferenza “fa male” e tutti sappiamo benissimo che meno si soffre e meglio è. Ma il destino non è completamente nelle nostre mani, come afferma Terenzio.

Il dolore è sempre relazione: mette l’Io più vicino al Tu in una duplice accezione. La prima è data dal fatto che se io soffro, automaticamente faccio soffrire anche l’altro. La mia pena diviene la sua pena. E’ un dato imprescindibile. La seconda è che proprio attraverso questa divisione della pena io posso guarire, non essendoci altra cura appunto che l’amore della relazione.

Il solco di divisione che il dolore determina attorno a chi soffre è un dato oggettivo come sottolinea Natoli: “Uno dei tratti dominanti ed insieme più tremendi della sofferenza è data dal fatto che essa traccia un profondo solco di divisione intorno a chi soffre. In tal modo il dolore ‘delimita’”.

Appunto il dolore delimita il contesto sia del nostro essere soli ma delimita anche il contesto dell’essere con l’altro. Nel bene e nel male, nella luce e nell’ombra.

Il dolore rimanda inevitabilmente al pensiero di morte. Nessuno può essere sostituito dall’altro nel suo dolore e dunque l’esperienza del proprio dolore è una esperienza anticipatoria della propria morte, che ben sappiamo non può che essere un “pensiero” essendo possibile solo l’esperienza della morte dell’altro, non della propria (e proprio per questo la morte è la massima rappresentante di tutte le paure che accompagnano l’uomo, ma che vivono sotto un unico denominatore: la paura della perdita).

Il dolore crea un clima di morte. Esso è una esperienza anticipata di morte non solo perché restringe (limitazione) la possibilità e la potenza di vita (opportunità, progetti, spettanza, diritto, etc.) ma perché esso, come la morte non viene scelto dal soggetto ma gli viene “assegnato”. Per questo il dolore non può essere eletto a nemico. Il dolore non è un agente ma un compagno.

 

 

 

 

IL DOLORE DEI BAMBINI

 

Il dolore diviene solitudine (“gli altri vanno mentre io me ne resto fermo e impotente”). Non avere parole per il proprio dolore è la stessa cosa che non avere “ragione” del proprio dolore. I bambini non hanno “ragione” del proprio dolore. Come gli animali. Per questo soffrono di più e noi spesso non sopportiamo il dolore dei bambini. In prima istanza perché non possiamo intendere “colpa” nel bambino e ci strazia la sua impotenza. In seconda istanza perché nel bambino che soffre noi ci identifichiamo: vediamo o immaginiamo noi stessi bambini nelle nostre esperienze o fantasie di dolore.

Il dolore nel bambino non può che rimandare ad una questione vecchia come il mondo: la teodicea. “Sive Deus, unde malum?” recita la famosa domanda di Agostino. Come può Dio accettare tanto dolore sulla terra? E soprattutto come può accettare Dio tanto dolore sui bambini?

Dostoevskij ne “I fratelli Karamazov” tenta una sua risposta nel capitolo IV del libro Quinto intitolato “Ribellione. Il famoso dialogo tra i fratelli Ivan e Alesa che verte appunto sull’amore di Dio per l’uomo. “Volevo parlare – dice Ivan – delle sofferenze dell’umanità in generale, ma è meglio se ci soffermiamo solo sulle sofferenze dei bambini. (…) in primo luogo i bambini si possono amare anche da vicino, anche se sono sporchi, brutti di viso (anche se a me pare che i bambini non siano mai brutti)”. E dopo aver parlato delle infinite sofferenze a cui gli adulti sottopongono i bambini, continua: “E se la sofferenza dei bambini servisse a raggiungere la somma delle sofferenze necessaria all’acquisizione della verità tutta, non vale un prezzo così alto. Non voglio insomma che la madre abbracci l’aguzzino che ha fatto dilaniare il figlio dai cani. (…) Hanno fissato un prezzo troppo alto per l’armonia, non possiamo permetterci di pagare tanto per accedervi. Pertanto mi affretto a restituire il biglietto d’entrata. (…) Non che non accetti Dio, Alesa, gli sto solo restituendo, con la massima deferenza, il biglietto”.

Il dolore dei bambini non può entrare in nessun progetto né programma divino afferma sconsolato Ivan e non accetta la logica della volontà superiore.

Elie Wiesel ne “La notte” evoca l’impiccagione di tre prigionieri di Auschwitz, tra cui un bambino, “l’angelo dagli occhi tristi”.

“I tre condannati salirono insieme sulle loro seggiole. I tre colli vennero introdotti contemporaneamente nei nodi scorsoi. ‘Viva la libertà’ gridarono i due adulti. Il piccolo, lui, taceva. ‘Dov’è il Buon Dio? Dov’è?’ domandò qualcuno dietro di me. A un cenno del capo del campo le tre seggiole vennero tolte. Silenzio assoluto. All’orizzonte il sole tramontava. ‘Scopritevi!’ urlò il capo del campo. La sua voce era rauca. Quanto a noi piangevamo. ‘Copritevi’. Poi cominciò la sfilata. I due adulti non vivevano più. La lingua pendula, ingrossata, bluastra. Ma la terza corda non era immobile: anche se lievemente il bambino viveva ancora… Più di una mezzora restò così, a lottare tra la vita e la morte, agonizzando sotto i nostri occhi. E noi dovevamo guardarle bene in faccia. Era ancora vivo quando gli passai davanti. La lingua era ancora rossa, gli occhi non erano spenti. Dietro di me udii il solito uomo domandare: ‘Dov’è dunque Dio?’ E io sentivo in me una voce che gli rispondeva: ‘Dov’è? Eccolo: è appeso lì a quella forca…”.

E questo passo drammatico non può non richiamare Nietzsche de “La gaia scienza” in cui l’uomo folle annuncia la morte di Dio: “Il più grande evento dei tempi moderni, che comincia a gettare le sue prime ombre sull’Europa”.

La domanda è fin troppo umana: dove è Dio quando migliaia di bambini soffrono pene indicibili (e non solo per mano degli adulti) e soprattutto muoiono senza una “ragione”, senza avere ragione né della loro morte né della loro vita?

Nel suo “Il concetto di Dio dopo Auschwitz” Hans Jonas ha modo di scrivere. “Dopo Auschwitz possiamo e dobbiamo affermare con estrema decisione che una Divinità onnipotente o è priva di bontà o è totalmente incomprensibile. (…) Allora la sua bontà non deve escludere l’esistenza del male; e il male cè solo in quanto Dio non è onnipotente. Solo a questa condizione possiamo affermare che Dio è comprensibile e buono e che nonostante ciò nel mondo c’è il male. (…)”. E riferendosi direttamente all’olocausto: “Ma Dio taque. Ed ora aggiungo: non intervenne non perché non lo volle, ma peerchè non fu in condizione di farlo”. E Hans Jonas è uno dei massimi teologi del secolo passato.

Il dolore nel bambino spiazza ogni nostro pensiero logico e teologico in quanto è proprio privo di senso. Anche se è lo stesso Nietzsche poi a scrivere sempre nei ”Frammenti postumi 1882-1884” che “noi dobbiamo accettare tutto il dolore che è stato sofferto da uomini e animali, e avere un fine nel quale ‘questo dolore’riceva una ragione”.

Ma sappiamo che il bambino non ha “ragione” del proprio vivere, non ha il pensiero di fine e cerca di attingerlo dalle persone che sono chiamate alla sua cura, Dio compreso, forse.

 

DEBOLEZZA E PRECARIETA’

Il dolore è sempre debolezza e precarietà. Che se il soggetto sa bene vivere diviene forza e saldezza. L’uomo forte è l’uomo saldo e continente, ovvero che sa stare al proprio posto, anche quando questo posto è alquanto doloroso. E’ vero tuttavia che il dolore scopre il fianco di chi soffre e lo rende fragile ma soprattutto timoroso dell’altro (specie se l’altro è “nemico”). Come annota ancora Natoli: “Il dolore è debolezza, è intriso di timore per il sopravvento dell’odio e del disamore: il sofferente ha paura che le discrasie, le difformità e gli asti già esistenti rispetto all’altro ed in generale rispetto al reale, nel dolore si acuiscano, che le debolezze e le incrinature, che già erano in atto, si accrescano, che tutte le ragioni, che a diverso titolo rendono ognuno di noi bersaglio degli altri e della sorte, nel dolore giungano a compimento e prendano definitivamente il sopravvento su di noi”.

E qui il dolore diviene davvero pensiero di perdita. Perdita intesa come attacco o furto da parte dell’altro. In ogni caso umiliazione. Perdita della propria carica vitale e della propria potenzialità libidica. Nel dolore la restrizione di vita si collega alla perdita e alla morte.

E quasi non serve la voce per dirlo il proprio dolore: “Ma, se io parlo, il mio dolore non si lenisce/ e, se taccio, non se ne va da me (Gb., 16, v. 6)”.

Il dolore è un “essere in balia”, un sentirsi messi alla prova, ma molto poco evangelicamente (“Vi ho provati come oro colato nel crogiolo…”).

Il dolore mette alla prova, da qui l’importanza della capacità di sopportazione del dolore (l’”amarlo” di Nietzsche) e della capacità di sopportare la frustrazione. Il dolore fa perdere il potere, il progetto.

ALLEVIARE IL DOLORE

Il pericolo di morte, il pensiero della morte rende l’uomo più fabbrile. Ognuno di noi “tiene” alla propria vita. Noi “siamo attaccati” alle “cose” della nostra vita. La nostra vita è gratuita. Gratis il respiro, il battito del cuore, gratis la digestione e il vedere il mondo, gratis il gustare gli odori, etc. A tutto questo noi siamo “attaccati” e non accettiamo la perdita. Ognuno di noi diviene previdente cercando in tutti i modi di allontanare la morte essendo profondissima appunto la differenza tra la vita e la morte. Allora quando l’uomo realizza, nel dolore, il senso della propria precarietà, in un certo qual modo “si sveglia” alla vita allora diviene febbrile. Si dà da fare, quasi a recuperare tempo, opportunità, speranza, futuro, respiro. Ed è questo il mito di Prometeo: l’uomo che “si ammaestra” nella prospettiva di riprendere la vita che il dolore ha momentaneamente sospeso.

L’uomo in questo “allenamento” si sveglia, si sveglia alla vita. Proprio come Cristo ha insegnato. Cristo che prima di tutto era un uomo sveglio che sapeva tirare tanto di etica quanto di logica (nessuno infatti, né farisei né pubblicani, è mai riuscito a metterlo nel sacco). Il Cristo uomo e figlio di Dio che si è lasciato raccontare la Luca, che in questo modo ha potuto scrivere il primo e più grande libro di psicologia.

E Cristo ha insegnato l’obbedienza, anche l’obbedienza al dolore, ma non la rassegnazione, ponendo anzi la “desperatio salutis” come la madre di tutti i peccati. Chi si dispera di fronte al proprio dolore, commette peccato. Accettare il dolore dunque. Anche se è più problematico accettare la sua logica.

Scrive Simone Weil nel secondo volume dei suoi “Quaderni”: “La gioia accresce il sentimento di realtà, il dolore lo diminuisce. Si tratta allora di riconoscere la stessa pienezza di realtà nei dolori e nelle gioie”. Nulla si butta, come in Saba. La vita è composta nella sua sanità, dal dolore e dalla gioia, sempre nel bene e nel male. “. Scrive più avanti la Weil: “La sensibilità dice:’ Questo non è possibile’. Si deve rispondere: ‘Questo è’. Essa dice. ‘Perché questo?’. Si deve rispondere’perché è, se è ha una causa”. Anche se a volte nel dolore questa causa è molto difficile da individuare e per questo nel corso del viaggio della nostra cosiddetta Civiltà gli uomini hanno sempre cercato questa causa nelle prime “cose” che venivano sottomano: colpa, peccato, ira degli dei, l’ontologia stessa, per cui oscuramente l’uomo è votato al dolore a causa della sua “naturaliter mala et vitiata natura”, come si spingeva ad affermare Lutero.

Ma il dolore è e basta. Da esso in qualche modo si esce e si deve ripartire. Il nostro corpo (e dunque anche la nostra anima) è fatto per vivere e non per morire. E con questo corredo naturale si riparte. Dal pensiero che la vita è in sé e per sé un valore. In qualunque caso. Nel bene e nel male. Gli antichi greci ritenevano che in nessun modo il dolore potesse essere evitato, o perché appunto inviato dagli dei o perché generato dalla necessità, e che doveva essere affrontato con coraggio e sostenuto con forza. Con saldezza. Nel dolore bisognava essere più forti del dolore: non solo bisognava reggere ad esso, ma bisognava volgere la sofferenza in stimolo.

Stimolo significa potenza, progetto, futuro ma soprattutto il sapere vedere non tanto il senso del dolore, quanto il senso della vita che contiene il dolore. La nostra sofferenza avviene sempre all’interno della nostra vita. Anche la morte avviene all’interno della nostra vita E la vita è gratis. E noi cogliamo con maggiore facilità il senso di questa asserzione se pensiamo alla estrema differenza tra la vita e la morte. Vogliamo usare una frase inflazionata? “Vivere la vita come vivere la morte”, proprio come la scommessa di Pascal. Il gioco vale la candela. Meglio credere che non credere: economicamente è più conveniente. La vita si allarga, non si allunga, essendo il “male puro” altro che la sofferenza di cui non si può fare uso, come afferma la Weil nel quarto volume dei suoi “Quaderni”. La morte non può essere interpretata come punizione, come esistenza troncata o come “vita non vissuta”. Vale il motivo lucreziano dell’”alzarsi sazi dal banchetto della vita”, ma sapersi alzare quando il padrone di casa ci chiama. Anche se nella Bibbia Dio fa capire, benedicendo Abramo, che la vita, per essere tale, deve essere lunga e piena di vecchiaia: “Quanto a te, te ne andrai in pace presso i tuoi padri; sarai sepolto dopo una felice vecchiaia (Gn., 15, 15)”.

La logica serrata del codice dell’antico samurai è proprio quella di sapere vivere la vita come la morte. Anzi, come se la morte fosse sempre presente nella propria vita. Allora la vita è vera vita. Allora (con la morte dentro) la vita merita di essere vissuta appieno.

 

 

IL PUDORE

Il pudore è la vita della morte. Il pudore è il vivere il dolore all’interno del proprio coraggio, della propria dignità, del proprio silenzio anche, del proprio saper essere soli. Se la malattia ci riduce più o meno all’impotenza e ci fa sentire in balia” di qualcosa più forte di noi. Quando la pietà degli altri non sempre porta doni di sollievo, ecco allora che noi siamo chiamati all’entrare in noi stessi attraverso il pudore, ad entrare nella nostra identità più intima e a volte anche da noi sconosciuta, attraverso il pudore. Il pudore nasce quando noi siamo costretti dal dolore a ripiegare l’attenzione sul nostro corpo. Concetto che viene espresso chiaramente da M. Scheler ne “Il pudore e il sentimento del pudore” : “ Solo perché il corpo è l’essenza dell’uomo, questi può trovarsi nella situazione di dover provare pudore; e solo perché egli esperisce l’essenziale indipendenza derll’essere della propria persona spirituale dal proprio corpo e da tutto ciò che può derivare da esso, egli può, in determinate circostanze, provare pudore”. Pudore dunque come indipendenza ed unicità del nostro io di fronte al mondo e di fronte a noi stessi.

“Il pudore – scrive Natoli ne “L’esperienza del dolore” consente all’uomo di giocare la sua partita col dolore senza andare allo sbando, senza cadere preda della propria paura (…) La sobrietà del gesto di non concedersi facilmente alla propria fine”. Il pudore, in poche parole, corrisponde alla rivendicazione di sé anche nella più stretta sofferenza, e dunque alla stessa fondazione della propria identità.

Il pudore inteso anche come forza del tacere il proprio dolore (vedi il già citato Giobbe) proprio per tenere viva la relazione con l’altro, per non caricarlo del nostro peso e dunque salvare l’amore. L’eccesso di dire infatti, la cosiddetta autocommiserazione, deforma lo stato della relazione perché porta al disordine. Ancora una volta la questione della soluzione del dolore è una questione di misura, di temperanza, quella che i greci chiamavano “enkrateia”. Anche se, molto umanamente, capiamo che la capacità di reggere il dolore non può che definirsi coraggiosa, visto che, come afferma Simone Weil nel quarto volume di suoi “Quaderni “ : “La salvezza è acconsentire a morire”. Dunque saper perdere la vita equivale a trovarla.

Il pudore come è inteso da Monique Selz nel suo “Il pudore. Un luogo della libertà”. “L’uomo avrebbe cominciato a pensare a partire dalla percezione, soprattutto visiva, di se stesso e, nell’immediato, del proprio corpo e del corpo dell’altro. (…) E’ in questo ambito di rapporti interpersonali che si manifesta il pudore”. E qualche pagina più in là: “Il pudore rappresenta cioè una tappa primordiale nella costruzione del soggetto, in diretto rapporto con la sessualità”. Il pudore che diviene la circoscrizione del proprio spazio di libertà (oltre la dipendenza) e dunque il sapere mantenere il proprio posto di fronte a se stessi e di fronte all’altro. Pudore è misura del proprio limite e capacità di mantenere la distanza che è condizione fondamentale di ogni tipo di relazione, a partire da quella dell’amore.

Pudore come limite prolifico per l’uomo, limite dal quale egli parte per incontrare il mondo, conoscendo appunto il proprio mondo, e il proprio mondo lo si conosce nel silenzio e nella solitudine. Solitudine che è tutt’altro che malinconia, bensì forza nel proprio cuore e nella propria ragione. Solitudine che è tutt’altro che malinconia in quanto, come afferma Natoli “il melanconico indugia sulla sua tristezza e trae dal suo malessere una estenuata dolcezza. La melanconia, essendo poi del tutto interiore, è perfino un lusso dell’intelligenza, una acrobazia dello spirito sul suo fondo di miseria”.

Il pudore, al contrario è sì un ripiegamento verso la propria interiorità, ma per trovarne lo stimolo vitale che conduce alla soluzione del dolore, ovvero alla sua accettazione e al pensiero che non esiste una restitutio ad integrum, e che la vita è vita solo se si consuma, proprio nel senso che chi vuole salvare per forza la propria vita, la perderà; ma chi accetterà di perderla si salverà.

Guido Savio

 

 

-Email -Email   STAMPA-Stampa