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AMORE E IDENTITA’

AMORE: SULLE TRACCE DELLA IDENTITA’

 

Il corpo ha una parola precisa iscritta in sé: questa parola è “altro”, è richiamo dell’altro. Il corpo diviene se stesso davanti all’altro, mettendosi in relazione. L’amore ne concede la “possibilità” solamente ad un patto: la reciprocità.

 

Il nostro essere “individuum” è il nostro essere contemporaneamente Io e Tu, il soggetto che chiama, che chiede intercambiabilmente l’altro che risponde, che accorre, che sorregge o sostiene il rapporto nel pensiero che è dal Tu che il nostro Io “salta fuori”, articola parola, forma pensiero, vive vita. Questa esperienza è la “intercambiabilità dei posti”, presupposto indispensabile per ogni forma di nascita.

L’altro è però il mistero che sfugge a ogni analogia e riduzione di similitudine; se voglio possederlo non è più ‘altro’, e io resto solo, senza nessun altro, ricordano tanto Levinas quanto Ricoeur.

 

Nel momento in cui io voglio “possedere” l’altro, lo nego come alterità e resto solo.

La azione del possesso è al tempo stesso un pensiero che l’altro mi è garantito, una illusione che se l’altro è nelle mie mani non mi lascia e continua ad alimentarmi nel modo in cui voglio o pretendo io. In realtà io voglio possedere l’altro nel suo desiderio, in quello che di più suo esiste, in quello che ne fa la sua stessa “identità” come la mia identità è identità come desiderio, per l’appunto desiderio del Tu.

 

Roberta De Monticelli scrive in “L’ordine del cuore”: “C’è un riconoscimento di identità in ogni forma di amore personale, che coincide con la sola evidenza intuitiva piena di un sapere che è normalmente ‘vuoto’, privo di vera e piena evidenza attuale: quello dell’esistenza e unicità di un altro”. Proprio nel senso che l’amore è la sanzione delle reciproche esistenze. Reciprocità. Altrimenti non si è nessuno. Noi abbiamo la nostra de-finizione dal Tu proprio perché nell’amore “viene prima” di Io. Nella semplicissima successione che non è solo temporale, né semplicemente di causa/effetto che viene prima il rapporto tra Uomo e Donna e dopo viene il bambino.

 

Viene prima Uomo /Donna nell’amore rispetto a Io: e questa poi è la nostra intera storia: uomini e donne, come afferma la Irigaray, tali sorgenti.

Storia di soggetti amati e in quanto tali “individuati”. Sappiamo quanto per il bambino essere amato significhi essere vivo e quanto questa esperienza lo porterà ad essere individuo umano (che vuol dire né debole né forte) nel mondo.

Il venir prima non è nella logica della sudditanza, del rispetto, delle priorità. Assolutamente no. Venir prima vuol dire “venir fuori”. Fuori-uscire. Io sono figlio vostro, questo è il pensiero della salvezza e della salute.

E voi siete figli di altri alla pari mia e in questo senso siamo fratelli. Questo significa “essere uomini è essere figli”. C’è un Unico Padre. Noi siamo tutti figli. Perché veniamo fuori da un Tu che a sua volta viene prima di tutti noi. Il quale Tu ci identifica in quanto tali… “c’è un riconoscimento di identità in ogni forma di amore personale”. Amore dà identità ai figli. Che hanno ricevuto una “dotazione” (potremmo chiamarla anche ricchezza o eredità).

 

Io sono chi sono, e qui andiamo nelle nostre più o meno felici storie personali, perché mio padre e mia madre mi hanno voluto bene in quel modo e non in un altro e io a quel modo e non ad un altro (avrebbe potuto essere una illusione) ho saputo adattarmi e trarne beneficio. Il beneficio viene sempre fuori dalla relazione con l’altro. Io sono quello che sono perché i miei primi Tu mi hanno amato o non mi hanno amato in un certo modo. Oppure, avendomi amato loro in modo che io non ho ritenuto adeguato, sono stato capace o non sono stato capace di andare in cerca dei giusti sostituti (pensieri o altri reali).

 

Ho avuto successo o non ho avuto successo nella ricerca di altri Tu dai quali ottenere quello che dai miei primi Tu non ottenevo, o non ritenevo di ottenere. Ben sapendo che il succedaneo è sempre e irrimediabilmente diverso dall’originale. E questa è una legge di natura alla quale nessuno può appellarsi. Io sono Io a partire dall’amore di un altro, ma non facendomi trascinare a peso morto, cioè “a finire” dall’amore di un altro.

 

Remo Bodei nel suo “Destini personali” scrive: “L’identità non si riduce dunque a una formula semplice come Io=Io, ma non si appiattisce neppure sulle condizioni storiche ed empiriche in cui l’individuo viene a trovarsi”. Noi figli non siamo quelli che ci vediamo allo specchio, ma neppure quelli che la nostra storia ha fatto. Noi figli, forse, ci trascendiamo”.

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“E’ peraltro chiaro – continua Bodei – e persino banale, che non esiste un Io senza un Noi che non sia formato dall’avvertito senso di appartenenza dei molteplici Io, dai sedimentati ma attivi processi transindividuali di individuazione: varia solo l’accento che cade sull’uno o sull’altro termine o il grado della ibridazione reciproca. (…) La complementarietà dell’’ego cum’ e del ‘noi altri’ resta lo sfondo stabile della condizione umana. Del resto, nella sua genesi, l’Io viene ritagliato dalla coppia Io-Tu della madre e del bambino e, successivamente, da quella dell’Io-Noi (come è noto, inoltre, il bambino comincia a riferirsi a se stesso in terza persona)”.

 

Io non esiste se non figlio del Tu. Io non esiste se non nella relazione d’amore, nella relazione di una passione, a partire da quella primaria tra madre e bambino, dell’Io-Tu. Ma quello che è fondamentale è che prima di essere coppia madre-figlio quella è una coppia Io-Tu. Ovvero l’Io figlio dell’altro. L’Io figlio del Tu. Dopo verranno i ruoli e i compiti e i doveri.

Il bambino, per indicare se stesso, fa il proprio nome proprio perché sente l’altro che lo chiama con quel preciso nome. Sente il Tu che gli dà un nome. Sente il Tu che gli dà quella identità che poi diverrà la sua nel momento in cui lui la “sente”.

 

“’Individuum, che traduce il greco ‘atomos’ – continua Bodei – , ciò che è indivisibile, allude, in effetti, ad una duplice indivisibilità, logica e ontologica…”. Il bambino coglie contemporaneamente, nel cogliersi figlio, la logica della propria esistenza e il senso della propria esistenza: quella che è “saltato fuori” da chi gli sta davanti. In un modo o nell’altro è saltato fuori. Io atto secondo di cui Tu è atto primo, atto generativo.

 

Galimberti nel suo “Il corpo” propone una felice metafora: “L’intenzionalità del corpo umano, la sua originaria apertura al mondo, il suo es-porsi e attendere dal mondo indicazioni per sé è attestato, innanzitutto, dalla sua struttura anatomica. Noi siamo eretti non per la meccanica dello scheletro o per la regolazione nervosa del tono (queste sono piuttosto conseguenze e non cause), ma perché siamo impegnati in un mondo”.

 

Non possiamo che prendere come un mito questo pensiero di Galimberti. Ma il senso è chiaro: noi abbiamo la stazione eretta, cioè stiamo svegli e attenti, perchè abbiamo la volontà e il desiderio della apertura verso il mondo “dal quale” veniamo, cioè dal Tu, dall’Altro. Sei Tu che mi fai stare in piedi.

 

“L’intenzionalità del corpo non è oggettivamente quella dell’intelletto che possiede le cose solo distanziandosele, ponendosele di contro a guisa di oggetti (Gegen-stand, ob- jectus); l’intenzionalità del corpo è il suo essere destinato a un mondo che non abbraccia né possiede, ma verso cui non cessa di dirigersi e progettarsi”.

 

E’ pur vero che per capirci qualcosa del mondo noi dobbiamo prenderne le distanze. La differenza e la distanza sono strade vitali. Ma tale distanza non è la distanza da cui e con cui si tiene in mano un oggetto per leggerlo, ma è la distanza con cui io tengo in mano un oggetto per non possederlo e per distinguerlo da me, pur avendone una relazione, visto che nella mia mano sta. La passione chiede la distanza.

 

“Solo quando ci guardiamo come fossimo fuori di noi, ci accorgiamo di ciò che siamo – scrive Bodei -. In termini mitici ci sentiamo quali dovettero sentirsi, secondo la Bibbia, Adamo ed Eva dopo aver commesso il peccato originale:’ Allora si aprirono gli occhi di ambedue e conobbero di essere nudi’ (Genesi, 3, 7 ). In termini filosofici, come quell’individuo, descritto da Sartre mentre è interamente assorbito da quanto vede ed è improvvisamente costretto a prendere coscienza di sé dallo sguardo altrui (che lo sorprende, magari, in situazioni imbarazzanti, chino a guardare furtivamente una scena ‘dal buco della serratura’”.

 

La nudità di Adamo ed Eva è famosa. Molto meno famoso il pensiero che tale nudità “avviene” ad opera dello sguardo dell’altro. E questo sguardo è appassionato dalla passione che chiama desiderio e nello stesso tempo rinuncia.

E’ il Tu che fa la nudità. Per l’Io da solo non ci sarebbe nudità in quanto l’Io non può guardarsi. E’ sempre lo sguardo dell’altro che ci guarda.

 

“’Così sei Tu’ è una traduzione della famosa frase sanscrita ‘tat tvam asi’, in cui viene espressa l’idea che la verità che si cela dietro ogni cosa , e che ne è l’essenza è anche il sé (atman)” scrive Kim Knott in “Induismo” commentando il brano delle Upanisad, Chandogya Upanisad, 6. 13 in cui il padre Uddalaka Aruni insegna che cosa sia l’Atman al figlio Svetaketu.

 

Sono in cerca del simile, del sale di cui sono composto Io alla pari di quello degli Altri, ma sono alla ricerca anche del diverso. Non cerco solo l’”idem” (da cui identità) ma anche dell’’”alter” (da cui alterità). Sto andando in cerca del diverso nell’altro e questa è la basilare “felix” contraddizione di cui è fatta la nostra pasta, di cui è fatta la nostra identità.

 

Il diverso nell’altro. Lo stesso di cui parla Simone Weil quando descrive il “velo” che inequivocabilmente ci divide dall’altro. Velo che è chiamata alla conoscenza, ma anche impossibilità alla conoscenza completa. Velo che è distanza dall’altro ma nello stesso tempo desiderio di percorrere la stessa distanza.

 

Il Mistero, e questo mistero è felice, cioè prolifico proprio perché il corpo dell’Io e il corpo del Tu non diventeranno mai “uno” in quanto mossi i due corpi l’uno verso l’altro da quello che è simile e da quello che è diverso. La ricerca del simile e la ricerca del dissimile. L’altro che non posso inglobare è la mia stessa salvezza.

 

Ildegarde von Bingen parla di “corpus capax mundi”, il corpo che contiene il mondo intero in quanto somiglianza e diversità. Il corpo che “è capace del mondo” fa scrivere a Luce Irigaray che il corpo è capace solo se si capacita sulla differenza dell’altro e dall’altro.

 

“La differenza sessuale è certamente il contenuto più adeguato all’universale…”

 

Il mondo è fatto di uomini e di donne e di nient’altro significa che la differenza sessuale è il velo di cui parla Simone Weil e nello stesso tempo il sale di cui parla Uddalaka Aruni. La differenza sessuale che è un dato universale che ci fa simili e nello stesso tempo diversi. Passione che ci separa, ma che costituisce il richiamo alla unione. Sapere la differenza sessuale e sapere che dal suo saperla vivere dipende la nostra salvezza: è la legge universale più universale che possa esistere.

 

Il pensiero che noi abbiamo dell’altro fa vivere con maggiore profondità anche il pensiero che noi abbiamo di noi stessi. Noi traiamo vita nel pensare all’altro. Nel senso di averne cura ma soprattutto nel senso di trattarlo bene.

 

La comunione è sempre: è il tempo che due consumano assieme. Ogni evento, ogni accidente, ogni vita, ogni relazione si incontrano e si incastrano sempre. Non perfettamente, ma sempre.

 

Se qualcuno si dà a me è come si desse a se stesso. Rinuncia non è perdere, ma guadagnare: “Ci si perde per ritrovarsi.

 

Il perdere non è mai perdere il bene. Si perde sempre il male, la inibizione, la malattia, fosse anche questa la nostra stessa vita.

 

Dandosi all’altro si perde la propria patologia.

 

Noi siamo solo “dentro” all’altro. Amore e rapporto sessuale altro non sono che questo. Il “dentro” all’altro è la nostra identità. Se mi perdo è per ritrovarmi. Cioè mi ritrovo se prima mi perdo.

 

In questo senso “perdo” significa guadagno, cioè ho soddisfazione proprio per il fatto che sono “dentro” all’altro. Il vivere è solo dentro all’altro nel senso della libertà che l’altro ci dà conferendoci i nostri confini.

 

Ma a perdersi è sempre il corpo: Chi vuol salvare la propria vita la perderà. Chi è disposto a perderla la salverà.”

Ma stare dentro all’altro come agente, formatore della mia identità non sempre è semplice. Trattandosi di una questione di fede da un lato e di giudizio (su se stessi) dall’altro. Noi viviamo tra la fede nell’altro e il nostro giudizio su noi stessi e sull’altro. La maggiore difficoltà (e qui può annidarsi anche il sospetto) è quando fede e giudizio entrano in contraddizione o il conflitto.

 

Fede è entrare nell’altro. Giudizio è uscire dall’altro. Ma fede e giudizio costituiscono anche la nostra forza. Essendo la nostra forza la capacità di accettare la nostra contraddizione. La nostra “internità” è la nostra stessa contraddizione.

 

Forza è la parola del compromesso, della mediazione, del rapporto, della relazione, del sesso inteso come atto giuridico che fonda i due che lo compiono. La mediazione è direttamente proporzionale alla “ricchezza” del soggetto: più uno è ricco più è disposto alla mediazione. La mediazione è direttamente proporzionale alla ricchezza in quanto il ricco ha sufficientemente maturato il pensiero di perdita: la massima della teorie economiche.

 

Ma la vera mediazione che l’amore riesce a compiere è tra l’essere e il dover essere. Tra chi veramente sono e chi vorrei diventare nella pratica dell’amore. In tale pratica, perché sia semplice, non può esistere pensiero di performance, non può esistere prestazione. Che ridurrebbe il soggetto ad avere un rapporto con se stesso e non già con l’altro. Proprio perché “dentro di me” c’è l’altro che io riesco a parlare con l’altro. Dal dentro al fuori. Questo tragitto percorre la legge: mediazione.

 

Coraggio è la forza messa in atto. Il coraggio è quello di sapersi perdere. “Sapere” che qui non ha a che fare con la conoscenza ma con la passione..

 

Non si sa quello che si sa nel senso della conoscenza ma nel senso della passione. Nel senso che lo si sente, lo si sente nel corpo: il corpo dice sempre la verità.

Poesis è la passione dell’anima.

 

Passione nel senso di agitazione. Sia agitazione che mi viene dall’altro ma agitazione che mi viene dal fatto che sono dentro all’altro. Passione non della passività ma della domanda e della ricerca. Io cerco me stesso dentro all’altro. Ne scruto le parole e i movimenti per sentire, per capire.

 

“Dentro” non è contenzione (ambito della madre), ma libertà (ambito del padre). Padre infatti è colui che non contiene e l’altro che ci agita ci agita, se noi lo sentiamo tale, nel registro della libertà.

 

Io sono agitato in quanto la domanda sottostante è una domanda o di “confine” o di “identità”. Che poi può essere la stessa cosa. Solo le “sponde dell’ altro mi possono dare una risposta.

 

Confine è uguale a identità. La traccia è nella pelle, in ciò che tocca l’esterno e l’altro del nostro dentro.

In questo senso Nietzsche afferma:”Non esiste maggiore profondità che la superficie”.

La agitazione è sempre centrifuga. Non può essere centripeta: non mi posterà mai verso me stesso, verso il mio interno.

 

Dare e avere nella relazione avviene infatti sulla pelle. Ci si mette la pelle e si perde o si salva la pelle nel dare giusto e nel ricevere giusto. Dare e ricevere cura. Limite e confine. Li si conoscono le rispettive identità, anche se poi queste dovessero rimanere misteri. Reciproci misteri.

 

E molti sono presi dalla angoscia di conoscenza. Conoscenza è “senso”. Una delle domande della angoscia può essere queste: “A che cosa serve tutto ciò?”. A questa domanda non esiste nessuna risposta, anche se si trattasse della vita.

Angoscia potrebbe essere il contesto.

 

La angoscia è la trappola. E’ la indecidibilità di cui parla E. Morin. Indecidibilità tra la realtà e la nostra rappresentazione della realtà.

 

La uscita potrebbe essere la accettazione del relativismo conoscitivo su se stessi. La accettazione del relativismo del “sentire noi stessi: ovvero ci cogliamo nella indecidibilità. Anche nella indecidibilità del nostro giudizio su se stessi. “Chi sono in realtà?” è una domanda alla quale non c’è risposta se non nel relativismo. Ovvero nella relazione con un altro.

 

La indecidibilità è data dal portare la nostra risposta più verso il nostro giudizio o più verso il sentirci dell’altro.

 

GUIDO SAVIO

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