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PASSIONE E’ VIVERE

PASSIONE E’ VIVERE

«Da qui deriva, forse attraverso la letteratura, questa idea tutta moderna e romantica che la passione sia una nobiltà morale, e ci ponga al di sopra della legge e dei costumi. Chi ama con passione accede ad una più alta umanità, ove le barriere sociali scompaiono». (De Rougemont, L’amore e l’Occidente).

Certo che la passione con cui si vive l’amore è il senso dell’intera nostra esistenza, della nostra storia passata e presente. Di quello che noi lasciamo in ricordo dopo e oltre noi. Anche quello che lasciamo in eredità per i nostri figli: loro guarderanno sempre come padre e madre hanno saputo vivere con passione la loro vita. Non ascolteranno parole o sermoni ma guarderanno il “corpo passionale” dei proprio vecchi, che è invecchiato proprio perché tanta passione ha saputo provare e sopportare.

E la passione è sempre liberazione: liberazione dalla patologia che costringe alla inibizione. La salute è «rinunciare a rinunciare» come forma e contenuto del senso dell’intera nostra esistenza. Due che si amano non dovrebbero mai andare per il sottile, a mio modo di vedere dovrebbero spendere, spendere, spende e consumare. La vita appunto. Solo la passione ci insegna e solo con la passione si impara.

«L’uomo della passione attende dall’amore fatale qualche rivelazione, su se stesso o sulla vita in generale». (De Rougemont, idem)

Fatale non è mortale ma «incontrabile». E’ la incontrabilità dell’altro il moto del nostro corpo, di tutti i nostri corpi. La possibilità, il potere di un incontro che il fato, cioè quello che riesco a fare, mi può consentire. Il potere che sta nelle mie mani non è «verso» l’altro, ma «verso» la incontrabilità dell’altro, che per l’appunto non è programmabile ma solamente incontrabile. Fatalmente appunto. La passione lo può snidare e mi può snidare dalle mie problematiche, dalla mie paure, dalla mie ubbie, dalle mie reticenza, dalle mie pantofole.

 

Patire è sempre attendere. Il “pathos” è la attesa del non ancora avvenuto. E quando noi siamo appassionati in amore ci aspettiamo sempre più, sempre oltre dall’altro che (poverino/poverina) arriva dove ci arriva. Non oltre. Ma la passione chiede, anzi, a volte esige sempre l’”oltre”. E di questo passo potremmo aspettare tutta la vita che l’altro, con la sua passione, corrisponde alla nostra.

La attesa è il tempo popolato dall’ostacolo. Anche se ad essere ostacolo è il tempo stesso. Fatalità, la fatalità che ci chiama è quella del superare l’ostacolo. E se l’ostacolo non ci fosse forse non si potrebbe parlare di passione.

«La verità è che bisogna ricreare degli ostacoli per poter desiderare di nuovo e per poter esaltare questo desiderio fino alle dimensioni di una passione cosciente, intensa, infinitamente interessante» (De Rougemont, op. cit).

Il desiderio è sempre «di nuovo». Si proviene sempre da un prima nel nostro desiderio; un prima che ci ha fatto scuola, un prima che ha a che fare con i nostri primi altri (padre e madre). Il luogo e la situazione primitiva probabilmente ci rimarranno per sempre conosciuti. Chi siamo e come gli altri ci hanno visto da bambino/bambina resterà sempre un mistero. La passione che i nostri genitori hanno avuto per noi per allevarci probabilmente lo stesso. La loro assenza…idem. Di sicuro sappiamo e portiamo sulla pelle che tuti i nostri genitori hanno lasciato su di noi dei “detriti tossici” che dovremo smaltire nel corso della nostra intera esistenza.

Uno strumento io ritendo sia indispensabile per questo lavoro di “depurazione”: il vivere con passione le cose che abbiamo, le relazioni che frequentiamo, l’hobby che ci attanaglia, gli amici che ci invitano (e anche quelli che no), i figli o i nipoti che ci strattonano da una parte e dall’altra.

 

Chi ha passione per le proprie cose e per se stesso non dà la “colpa” a nessuno se non a se stesso. E’ il principio di imputazione di Kelsen: meglio guardare dove ho mancato io piuttosto che arrovellarmi il cervello in cerca di dove hanno mancato gli altri.

Passione è chiamarsi in causa sempre e comunque. Senza offesa però, senza farsi del male, senza ferirsi (che a ferirci ci pensano abbastanza i fati e i destini).

Vorrei dire che la pratica della passione nella vita è un modo per mettere in ordine il disordine della nostra malattia. Perché noi tutti siamo stati malati.

Il pericolo della passione romantica, dall’amour-plaisir che slitta sempre verso una sofferenza, come si può vedere ad esempio in Isotta e Tistano, è che chi vive passione l’ostacolo ce lo metta apposta o per forza. In questo caso si tratterebbe di perversione.

 

Molte donne (più che gli uomini) affermano che “amano l’amore”. Che tradotto in soldoni, all’interno della relazione, si trasforma nella continua accusa “Io so amare più di te. Tu sai amare meno di me. Dunque che vuoi da me?” (Relazione già naufragata al varo, semmai ci fosse stato).

Possiamo pensare che la passione esiga sempre una «vittoria», una risoluzione di un sospeso (ma anche l’amore, tutto sommato, segue questa logica). Ma nell’amore vero e sano questa vittoria (non necessariamente una vittoria «su» qualcuno) non sarà mai la pretesa che “tu mi soddisfi come voglio io”.

La soddisfazione sana si lega inesorabilmente e fortunatamente all’ «l’oltrepassare». Viene dal corpo dell’altro ma nello stesso tempo va «oltre». In luoghi e contesti dello spirito che spesso ci risultano sconosciuti. Memoria, sogno, futuro, un ulteriore desiderio, la rinascita del desiderio stesso. Non ci si ferma mai completamente nel corpo dell’altro. Ma senza il corpo dell’altro non potrebbe esserci nessun oltre. Nemmeno un «oltre» con la “O” maiuscola.

E’ la doppia mandata della passione, di due che vivono se stessi come passione l’uno per l’altro/a.

La soddisfazione in amore è data dalla lettura del corpo dell’altro e dalla rielaborazione di noi stessi che noi siamo in grado di compiere con il nostro corpo in relazione con quello dell’altro. Si tratta di «sentire» un corpo con un corpo. Il risultato allora va «oltre» entrambi i corpi, li oltrepassa. Il passaggio dalla esperienza appena vissuta alla attesa di una nuova esperienza. E’ la attesa della passione. L’ostacolo che è già divenuto tempo.

In effetti noi siamo più «capaci» di elaborare con il nostro corpo un qualche cosa di cui abbiamo già avuto esperienza. Come quando anche semplicemente parliamo, discorriamo con qualcuno: la riflessioni dell’altro, le sue idee permettono alle nostre di formarsi crescere in modo diverso e più completo rispetto al fatto che noi ci trovassimo da soli. E’ l’altro, anche come “testo” di esperienza precedente, che ci consente di indirizzarci verso la soddisfazione. Come abbiamo visto che è l’altro che ci “dà il tempo” e un indirizzo. Indirizzo comunque sempre nella libertà.

Passione sembrerebbe chiamare ad un altro unico, ad un altro irrinunciabile come entità concreta e fisica. Un lui o una lei in sostanza. Invece la passione conserva sempre la alternativa. E’ povero non chi è privo di ricchezza, ma chi è privo di alternativa. L’uomo che vive la propria vita con passione, e vive l’amore con passione, non si «fissa» all’altro. Lo ama ma non si fissa o “lo/a” fissa, non ne chiede l’esclusiva come in un primo tempo potrebbe sembrare. Ci si uccide ultimamente per questi motivi.

L’altro che amo, lui/lei, nome e cognome, mi rimanda sempre alla sua alternativa. Mi rimanda ad un altro ulteriore proprio perché mi ama. Mi rimanda alla «possibilità» di un altro proprio perché vuole la mia libertà nel senso che io sia quello che sono, che da me esca tutto il meglio che io sono in grado di dare. Questo è il potere dell’amore: una possibilità sempre «oltre».

Non è detto tuttavia che l’”oltre” sia popolato. In quanto possibilità non è detto che sia popolato da altri. L’”oltre” potrebbe anche rivelarsi una mancanza, la perdita stessa della possibilità. La fatalità prevede che ci sia assenza. In questo caso destino c’è se ci aiuta ad accettare la perdita (ma non il pensiero che siamo sfortunati perché l’altro non riempie la nostra esistenza).

Montaigne afferma nei Saggi che tutto ciò che insegniamo viene da mano umana e tutto ciò che impariamo viene da mano umana e la verità pertiene soltanto a Dio. E la conoscenza è la prima ricchezza che manca all’uomo povero. E la conoscenza relativa è quella che spetta agli umani. Ma è questa relatività che muove la passione, come la assenza, il mancare. E l’altro per noi, per noi tutti, rappresenta il massimo della assenza e nello stesso tempo il massimo richiamo alla presenza. Per questo in questo lungo (o breve) tragitto rappresentato dalla nostra vita noi commettiamo tanti errori, tanti errori in questo viaggio.

Noi viviamo «di» altri, viviamo della vita di altri. Questa è la passione. In questo ambito la passione potrebbe fare anche male, potrebbe ferire, nel momento in cui l’Io si trova ad essere eccessivamente «abitatore» di altri, nel momento in cui non ha più casa propria perché si perde in quella dell’altro sopravvalutandone la ospitalità. Potrebbe diventare una questione di dipendenza, dunque di angoscia.

E la passione è un «surplus» rispetto all’amore: rischio, possibilità di perdere l’altro, emozione, trasgressione, ostacolo appunto, tempo dilatato, amplificazione del proprio corpo e del corpo dell’altro, forzatura del principio di Necessità possono essere alcuni lemmi caratteristici della passione. E se ci chiediamo se questo «surplus» sia qualitativo o quantitativo dobbiamo rispondere: entrambi. La passione è forza-forzatura rispetto all’amore sia nel registro quantitativo che in quello qualitativo.

Ed altri lemmi della passione possono essere ancora: la attesa, l’atto della mancanza, lo slancio, lo sbilanciamento al di fuori del proprio corpo, l’esperienza del «fuori», la relativa dipendenza dalle opportunità che l’altro mi offre, sorpresa nella risposta che l’altro dà alla mia domanda, spiazzamento rispetto alla mia attesa, sapere/volere cambiare registro nella comunicazione, sapere/volere dire l’ineffabile anche senza riuscirci. Passione è stile proprio attraverso il quale l’altro mi consente di «essere me stesso», essere quello che si è secondo (da sequor, seguire) se stessi e l’altro, coraggio (cor-is) ovvero cuore fatto ambito della volontà.

Passione è lo spendere come forma di investimento, pensiero che l’altro sarà pure un mistero ma non mai «misterioso» se mi ama e ricambia la mia passione.

Se l’uomo è illogico per definizione, scostante, imprevedibile, mancante, difettoso, etc., la passione non è estromessa da questo stato logica. La logica ha il suo avvenire nel corpo come progetto verso la soddisfazione. Noi non potremmo arrivare alla soddisfazione senza una logica del corpo (non logica dell’intelletto). Eppure la passione non è logica: Eppure la passione non sempre porta a soddisfazione.

La passione vive tra attesa e storia, tra attesa e memoria. Lo splendido romanzo di Xavier Marìas che porta il titolo di L’Uomo sentimentale altro non dice che questo. L’amore vive tra la memoria e la attesa (e non è mai presente). Tesi, se vogliamo, discutibile ma affascinante. Noi diciamo che un presente esiste perché amore ci possa essere. Ma nessuna tesi, in amore, può godere del privilegio della esattezza.

La passione, nella logica dell’ amour-plaisir , per essere tale deve godere del segreto. Abelardo/Eloisa, Tristano/Isotta coltivavano, giocoforza, il segreto, chiedevano l’esclusiva. Nel senso che se fossero stati loro a voler svelare il segreto… bene. Ma se altri si fossero intromessi….

Eppure, quando noi viviamo una passione d’amore, vorremmo gridare a tutto il mondo il suo contenuto, perfino nei minimi particolari, nelle pieghe della esperienza e del pensato. La passione, se è passione, deve spazzare i cinque venti. Altrimenti è melassa o acqua benedetta, al massimo.

Vorremmo, in altre parole, che qualcuno addirittura venisse a chiederci conto del nostro segreto. E noi saremmo pronti a rivelarlo e dopo poco a smentirlo allo stesso modo:

«L’amore al mondo è per far sì che il mondo venga dimenticato» scrive Paul Elouard. L’amore è «nel» mondo (principio di realtà), e così diversamente non potrebbe essere. E allo stesso modo è «fuori» del mondo (principio di piacere), e così, altrettanto, diversamente non potrebbe accadere.

Vorremmo tenere il segreto e allo stesso tempo che tutto il mondo sapesse.

“…perché il mondo, inteso come gli altri, non può reggere ad un eccesso di sincerità e di trasparenza, non può tollerare tutto l’esistente. Si può quindi scegliere di celare un segreto per proteggere l’altro e la relazione stessa, per soddisfare una richiesta tacita dell’altro. Che non vuole necessariamente conoscere tutto”. (G. Turnaturi, Tradimenti, L’imprevedibilità nelle relazioni umane).

E il segreto non sarebbe tale se non possedesse molteplici registri anche nella sua codifica.
«Il segreto, tramite la sua ‘polisemia’, può assumere quindi diversi ruoli all’interno delle interazioni e delle relazioni, divenire una modalità di comunicazione sia se celato sia se svelato» (G. Turnaturi, Idem).

Certo è che nessuna passione è indolore (anzi): in ogni caso però la passione, per chi la vive e la fa vivere, è una «promozione». Ci si sente promossi ad una categoria superiore, ci si sente eletti dall’amore incondizionato dell’altro, ci si sente diletti nella sua conservazione della nostra intimità, ci si sente protetti. L’altro promuove me che lo ho scelto e io promuovo l’altro per averlo scelto. Promuovere significa «passare» (come si «passa» agli esami). E si passa da una posizione antecedente ad una posizione susseguente. Si procede. Si va avanti. Ci si accompagna nella strada.

La passione è attività dell’intelletto quando sa giustamente dimenticare l’intelletto e procedere da sola, sapendo dell’intelletto che la «accompagna». Mi appassiona l’altro quando metto a tacere qualcosa dentro di me e… inevitabilmente faccio parlare qualcosa d’altro. Il corpo. Non esistono altre estensioni maggiormente estensibili che il corpo. Per questo noi possiamo darci e dirci all’altro: in merito alla estensibilità. Che non è un dato «naturale» ma un dato dato dal desiderio. «Nulla di troppo» recita l’Apollo delfico. Non dobbiamo, amando, allargarci troppo. Continenza. Dobbiamo stare dentro il nostro limite pure essendo «affascinanti» per l’altro. La fascinazione qui non è una alterazione della naturalità del nostro essere-con-l’altro ma ne è un completamento. Un tocco in più.

«Nulla di troppo» in quanto il «troppo» non esiste. Chi ama il troppo si ammala. Chi ci chiama verso il troppo ci fa ammalare. E nella relazione d’amore è contemplato anche questo. Fuorché. Da questo momento in avanti, la relazione non si «chiama» più «d’amore» ma di «dolore». E a noi non è lecito né permesso dare dolore a nessuno. Pena il nostro dolore successivo. Nulla di troppo.

«Nulla di troppo» è la continenza, la «Sofrosyne» non è il coinvolgere l’altro o il convincerlo alla nostra, o alla comune causa. La continenza, proprio per amore, è lasciarlo solo nella libertà della scelta di stare con noi oppure no.

Proprio in questo «senso» se non «convinco» l’altro alla mia causa ho buone possibilità di viverlo nella mia passione. Nessuno è da vincere, né nel corpo né nell’intelletto. Nulla di troppo. Nulla di troppo significa che non invado l’altro con la mia domanda.

Gli lascio il suo «segreto». Il quale segreto so che li dà grande soddisfazione.

Il segreto della relazione è fare delle cose grandi cose piccole, non perché l’altro le possa intendere, ma perché per primo, le possa intendere io. Piccole cose significa «alla portata» delle nostre mani.

Le mie mani danno all’altro, se le tendo, la possibilità di amarmi. «Amo chi mi ama» in quanto offro all’altro una possibilità. Lasciarsi amare è «che l’altro faccia». Ed io non faccio niente per oppormi alla sua mano. La abbiamo già vista in precedenza l’importanza del non opporre resistenza al rapporto, al desiderio che l’altro “dice” verso di noi.

Nella relazione, quando sono con te, sono con te. Quando non sono con te, sono da un’altra parte.

La passione vive di allontanamento e di avvicinamento. Di presenza e di assenza. Ma questa realtà viene anche a determinare la cifra della nostra solitudine.

Se l’amore ha una legge, questa si impara dall’altro, dai nostri primi altri. La legge dell’amore è redatta nella solitudine proprio per, poi, funzionare tra due. E le parole dell’amore vengono dopo. Vengono dopo della istituzione della legge. Legge in quanto gli atti dell’amore hanno senso solo se trovano parole appropriate per essere detti. Detti all’altro ma soprattutto detti a se stessi.

In amore la espressione «Fatti, non parole» significa solo «parole giuste». Giuste che significa prelevate dal repertorio della Giustizia che è una agenzia tra Io e Tu. E che solo Io e Tu possono istituire.

La legge dell’amore è quella di «imparare» dagli altri senza pensiero di sfruttamento né di sudditanza. Le legge dell’amore è redatta nella solitudine di due che si amano e che intendono tale solitudine partenza del loro percorso e luogo a cui tornare all’occorrenza durante il viaggio stesso. E L’amore, nella sua articolazione di legge, tende all’ordine, si articola sull’ordine. La passione può anche contemplare un disordine relativo in quanto esiste un naturale sbilanciamento del giudizio e del corpo verso l’altro.

La legge dell’amore recita che non bisogna avere troppo pensiero per se stessi e che il vantaggio (salute) è il pensiero dell’altro. Il fare l’altro il proprio pensiero. Per questo colui che vive volutamente in solitudine (senza esperienza d’amore) pensa perniciosamente a se stesso, ha sé stesso come oggetto del proprio pensiero e in questo senso si ammala.

Pensare all’altro significa pensare contemporaneamente che esiste «altro» ancora oltre l’altro fisico che noi amiamo. Noi abbiamo relazione con il corpo dell’altro ma anche con l’»oltre» che lo trascende. L’altro non esaurisce assolutamente il nostro desiderio ma lo fa andare avanti, procedere, verso la «sua» direzione ma anche verso direzioni «altre»: l’amore è universale in quanto nessun corpo lo esaurisce, anzi, lo rimanda verso «altro». E Altro ancora.

 

GUIDO SAVIO

 

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