-Email -Email   STAMPA-Stampa 

L’OFFESO

 

LA LOGICA DELL’OFFESO

 

La posizione dell’”offeso”, di colui che dall’altro ha o pensa di avere ricevuto una offesa, è sempre una posizione di privilegio che consente (senza il pagamento di alcun senso di colpa) l’attacco verso l’altro e la obiezione alla relazione.

La posizione dell’offeso altro non è che una “teoria patologica” per cui io penso di “avere diritto” al risarcimento per una presunta offesa o serie di offese ricevute. Diritto non dimostrato né dimostrabile. La posizione dell’”offeso” diviene allora una posizione “ansiolitica” in quanto libera il pensiero della ingiustizia subita e consente l’attacco alla stessa giustizia di cui non si è stati fruitori.

Attaccare è sempre un modo per mettersi al riparo dalla angoscia. Nasce di qui quel sentimento melanconico “controllato” (i cui effetti benefici sono ben conosciuti) in cui narcisismo ed amor proprio la fanno da padrone.

Noi sappiamo che non possiamo essere o dire quello che vogliamo (ammesso che esista una conoscenza sufficientemente esaustiva del nostro volere): la posizione dell’offeso ci mette nella liceità di volere (dall’altro) ciò che vogliamo, contravvenendo alla regola fondamentale della relazione che richiama al rispetto della differenza dell’altro e soprattutto del suo desiderio.

Vogliamo sempre il nostro vantaggio, anche se questo richiede di porre delle intercapedini, dei diaframmi (se non muri) nella relazione con l’altro.

Questa azione di “isolamento” diviene una difesa e nello stesso tempo un attacco che ci permette di vedere nell’altro il male per cui di lui ci lamentiamo, senza voler intendere che quello è lo stesso male che è presente in noi e che noi stessi tacciamo alla nostra coscienza.

Esiste indubbiamente dentro di noi una volontà di “fare del male” all’altro: piccoli mali magari, che spesso stanno dentro alle parole o ai giudizi.

Non possiamo nascondere che spesso il “parlare” degli altri è un “parlarne male”, quasi che questa azione per noi fosse vitale. Questo, forse, per prevenire che l’altro lo faccia prima di noi, ma molto più probabilmente perché il “fare del male all’altro” è una affermazione della nostra stessa identità. Forse.

Questa intercapedine che noi poniamo nella relazione crea indubbiamente, alla lunga, una certa distanza. Distanza che si fa patologica nel momento in cui noi ci sentiamo appunto “offesi” dalla cattiva volontà dell’altro nei nostri confronti (“l’altro non vuole il mio bene”). Questo pensiero ci autorizza al ritiro dal rapporto con l’altro, che spesso assume la forma della infedeltà.

Noi siamo infedeli all’altro quando ci rivolgiamo da un’altra parte, delusi dalla “cattiva volontà” (secondo noi) che l’altro ha espresso nei nostri confronti (come se si trattasse di una “cattiva condotta”), dal suo “disinteresse”, dalla sua “mancanza di sensibilità” o altre amenità di questo tipo.

Ma non si tradisce mai il marito o la moglie. Si tradisce sempre l’amante.

L’altro non sarà mai “sufficiente” di fronte alla operazione di idealizzazione che noi compiamo nei suoi confronti. Idealizzazione che ci viene “naturale” come afferma Freud quando parla del “Grande Uomo”. Abbiamo bisogno di protezione e di qualcuno che lavori al posto nostro, e se questo altro non compie questo lavoro secondo il nostro desiderio (idealizzazione), siamo pronti a tradirlo.

 

L’ALTRO CADE

 

Non si spiegherebbe il motivo per cui l’altro “cade” così di frequente davanti a noi, davanti alla domanda che noi gli rivolgiamo. In sostanza noi non vogliamo “capire” (essere capienti) il limite dell’altro, non accettiamo la sua mancanza o la sua contraddittorietà, la sua “non esclusività” nei nostri confronti. E’ da questa posizione di “delusione” che noi tradiamo, proprio perché non intendiamo il limite.

Il narcisismo impera soprattutto nella azione di “idealizzazione” che noi compiamo nei confronti dell’altro, che appunto non sarà mai all’altezza della nostra richiesta (che poi in patologia è una pretesa). Siamo tutti affezionati alla domanda eccessiva di attenzione nei nostri confronti: e questo diviene malattia. Narciso è colui che non sa denudarsi di fronte agli altri perché ha paura dell’immagine che lo specchio gli rimanda. E’ bloccato perché teme di incontrare il proprio limite. Che è poi il contatto con la propria frustrazione.

Sappiamo che sano è colui che sa sopportare il dolore e la propria frustrazione in quanto ha coscienza e conoscenza del proprio limite. Tutto questo sfugge a Narciso.

“Vorrei essere più di voi” è la frase che sottovento spira Narciso, nascondendola magari nel suo opposto, ovvero “Non sono all’altezza di tutti voi”. Ma bugie del genere sono facilmente smascherabili. E’ da sottovento che ci si oppone al rapporto, mai nella piena disposizione della propria onestà. Se il nevrotico affermasse chiaramente che si oppone al rapporto, non sarebbe più nevrotico.

Se il nevrotico affermasse chiaramente il proprio limite sarebbe uscito dalla malattia in quanto attore di un atto giuridico. Ma il nevrotico, l’isterico, l’isterica, il borderline, l’ipomaniaco soprattutto, ma ancora di più il perverso è sempre, da qualunque parte lo si voglia prendere, un fuorilegge. Il nevrotico non vede il proprio limite ma lo individua solo nell’altro, anzi è espertissimo in questa operazione che gli riesce sempre e lo porta a confermare la sua teoria patologica: “Non esiste nessuno che mi meriti”: il sommo della idealizzazione.

Di più: il nevrotico non vede il proprio limite, “ergo” vede quello dell’altro (non certo il limite prolifico dell’altro ma il limite che poi costituisce il motivo dell’offesa che egli rivolge all’altro e porta alla caduta della idealizzazione).

Odio e superbia dimorano in questo meccanismo on/off: “Visto che non vedo il trave che è nel mio occhio, e qualcosa per forza devo vedere, vedo all’ora la pagliuzza nell’occhio dell’altro”.

Il Super-Io rende deboli e fragili (nella accezione perniciosa dei termini) ed è questa visione di me che mi impedisce di vedere il mio limite. Il non cogliere il limite rende realmente fragili e incapaci di sopportare dolore e frustrazione e rende impossibile la via della salvezza dalla angoscia.

La angoscia è sempre una condizione di perdita, lo abbiamo già visto, alla quale narcisisticamente si oppone colui che del proprio limite non ne sa fare la propria forza. Angoscia è perdita e mancanza di legge, e la conseguenza è mancanza di ordine. Tale mancanza di ordine comporta l’ immediata perdita della autonomia, ovvero la esperienza della dipendenza, prima dall’altro reale, ma soprattutto dalle proprie stesse paure e inibizioni. Se io avverto che senza una certa persona mi è impossibile vivere, immaginare il futuro, il progetto, etc. allora inizia nella relazione con questa persona una serie di comportamenti che grossomodo e approssimativamente potrebbero stare in questo elenco:

a – odio la persona da cui dipendo in quanto è testimonianza palese della mia impotenza

b – posso fingere fedeltà a questa persona ma in realtà sono guidato dalla invidia e dalla infedeltà

c – il mio bisogno della sua presenza fisica accanto a me in realtà non è sincera perché prima o poi io rimarrò deluso e mi chiuderò nel silenzio d – non esiste in questa “relazione” un vero dare e avere ma solo la logica dello sfruttamento

e – la verità poi di questo tipo di relazione è una solitudine perniciosa che mi impedisce di crescere in quanto l’altro mi ha, con il mio consenso, esautorato

f – quando ricevo dall’altro da cui dipendo un bene, sono subito pronto a sminuirlo, a degradarlo e privarlo di valore (“voglio quello che voglio e ottengo quello che non voglio”)

g –la soddisfazione, da intendersi come accettazione del limite e della mancanza mi è interdetta in quanto il mio status di dipendente mi spinge alla “idealizzazione della soddisfazione”

h – il timore di sperimentare angoscia mi tiene lontano da “tentativi autonomi” di soddisfazione in quanto la angoscia è sorella della inibizione..

i – chi è inibito odia praticamente tutti e soprattutto ciò che gli impedisce di costruire una propria soddisfazione

l – la alimentazione sostanzialmente saprofitica della relazione di dipendenza esterna porta ben presto le parti ad un esaurimento delle risorse ma soprattutto alla confusione

m – la confusione è una delle maggiori conseguenze della dipendenza.

Ma quale confusione? Quella che porta alla astrazione, alla sostituzione del reale con l’ideale. Confusione e astrazione costituiscono le due facce della stessa medaglia.

n – idealizzare = confondere = dipendenza = narcisismo : questo è il percorso, che lo si legga dall’inizio alla fine o dalla fine all’inizio.

 

GUIDO SAVIO

 

-Email -Email   STAMPA-Stampa