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NON FACCIO IL BENE CHE VOGLIO…”

“NON FACCIO IL BENE CHE VOGLIO…..”

 

Perché noi dobbiamo accettare che dentro di noi c’è un magma, mobile, non sempre comprensibile, anzi, spesso portatore di confusione su dove sta il bene e dove sta il male? Senza sapere esattamente dove sta il nostro bene e dove sta il nostro male?. Noi uomini viviamo nella contraddizione, chi non avverte ciò non è che non sia un uomo, ma è un uomo con un pezzo di pensiero in meno.

Contraddizione, dunque che è il motore e il freno al tempo stesso della nostra vita, vorrei partire da dove molti più capaci, più preparati e più intelligenti di me sono partiti per ragionare attorno a queste cose. Si tratta sostanzialmente della frase di Paolo dalla Lettera ai Romani: “Non faccio il bene che voglio ma faccio il male che non voglio. Questo faccio”.

Confesso che mi sono assai cimentato su questa frase in quanto io mi ci riconosco perfettamente. La pratico e la subisco.

Dividerei la frase in due parti: la prima (“Non faccio il bene che voglio”), tutto sommato scontata che afferma che… tra il dire e il fare, tra il volere e il fare… c’è di mezzo il mare. E non occorre spendere ulteriori parole. La seconda parte invece (“Faccio il male che non voglio”) è molto più complessa in quanto, per l’appunto, mette a nudo tutta la mia incoerenza, tutta la mia contraddittorietà, se vogliamo anche tutta la mia inaffidabilità. Mette a nudo il mio affanno nel non essere me.

Sia nella salute che nella malattia noi viviamo e sperimentiamo il nostro essere contraddittorio. Al momento dico soltanto che dentro di noi, accanto certo anche alla esperienza del nostro essere chiari e leggibili, esiste una contraddizione di fondo, esistono dei caratteri che anche noi facciamo fatica a decifrare. Illeggibili nel leggibile. Persi nella corsa per ritrovarci. Mescolati quando aneliamo alla unità e alla unicità.

In mezzo alla tela c’è dunque la parola contraddizione, (come un ragno sempre pronto ad accalappiare la mosca) che io ritengo comprensiva e comunicativa di tutte quelle altre parole che ho possono stare attorno (errore, mancanza, infedeltà, egoismo) che noi potremmo usare per definire quello che siamo come Paolo ci ha definiti.

Siamo animati da una forza centrifuga.

“Questo attaccamento al male resta inspiegabile (almeno razionalmente) se non si introduce quello che Freud chiama ‘pulsione di morte” (Massimo Recalcati, Ritratti del desiderio, Cortina 2018 p. 78).

Certo, Freud dice a chiare lettere che “ognuno vuole morire a modo proprio: che nessuno intervenga nella determinazione della propria morte (magari un camion impazzito o una tegola dal tetto, non un accidente in ogni caso ma il fine della pulsione di vita stessa).

Si è tanto parlato del Lust freudiano, del piacere. Allora noi uomini non tendiamo al Bene (stoicamente, filosoficamente, moralisticamente inteso, etc.) ma al Piacere. E io sono d’accordo.

 

Ma perché allora noi uomini, conoscendolo non andiamo verso il Piacere abbracciandolo: sappiamo dov’è e come arrivarsi. E allora? Siamo Impediti?

“I pazienti non vogliono guarire – scrive ancora Recalcati – e mostrano un attaccamento inquietante alla loro sofferenza, abbracciano languidamente proprio ciò che li rende schiavi, adorano ciò che fa loro male!”. (Massimo Recalcati, Ritratti del desiderio, Cortina 2018, p.82.).

Né Freud né Sade, né Kant avrebbero potuto dire meglio.

Siamo attratti dal male che ci fa male e che ci porta a infilarci in una porta che ci porta in un luogo dal quale a volte non esiste ritorno. E stiamo male guardando fuori dalla porta quelli che stanno bene.

E qui non c’entra niente né il masochismo né l’autopunizione o il senso di colpa: l’uomo va alla ricerca di un proprio male per… stare bene. E su questo non ci piove sopra. L’impotenza delle terapie psicologiche sta qui: che contro questa “chiamata” non esiste contro-chiamata. L’uomo è “chiamato” (Beruf weberiana) a stare male.

L’Io diviso di Laing sarebbe troppo diviso. La nostra molteplicità interna ci disintegrerebbe. Ci vedremmo in mille specchi senza riconoscerci affatto. Il confine, il limite sono necessari.

Probabilmente ci troveremmo a pezzettini nel nostro pensarci senza un pensiero che ci contiene, magari senza il nostro bel “cogito ergo sum”.

Non avremmo in pratica la forza di sopportare questa divisione interna. Il Volere sta da una parte e il Potere sta dall’altra parte e noi saremmo tristemente destinati alla malattia (ma alternativa non esiste).

 

Il fatto che io figlio abbia un piacere, una soddisfazione, un gusto, entra nella logica fiduciaria che qualcuno (il Padre) sia lì a guardarmi mentre io provo piacere.

Garantisco che c’è un sacco di gente che ha un sacco di problemi a farsi vedere mentre sta provando piacere. Il Padre invece è contento di vedermi quando io sono contento. Il figliol prodigo torna e si merita il vitello grasso nel momento in cui ha un pensiero di Padre (che lo perdona perché ha saputo muoversi: andata e ritorno) ed egli si sente addosso il diritto che il Padre rinunci a parte della sua ricchezza per fargli festa. Prima lui era uno scavezzacollo, un debosciato, un perditempo. A nobilitarlo è stato il pensiero che il Padre lo avrebbe perdonato, ovvero che avrebbe provato con lui piacere.

Ma Karl Bart scrive perentorio nel suo commento alla Lettera ai romani: “Difatti io so che il bene non abita in me, cioè nella mia carne. Poiché il volere mi riesce. Ma il compiere il bene no. Poiché il bene che voglio non lo faccio, ma il male che non voglio, quello promuovo K. Barth in  L’Epistola ai romani, Feltrinelli, p. 239).

Ed è per davvero così. L’uomo si infila sempre nel male che non….(vuole?).

Torniamo allora al cespite. Perché io faccio quello che odio (per me e contro di me?) E’ sufficiente la spiegazione di Freud del Todenstrieb? (la pulsione di morte’)?

A me non convince il pensiero che allora ci dovremmo accoppare tutti per stare tutti bene:

Eppure tutti noi torniamo sul luogo del delitto per risubirne/rigoderne le pene. Come la spiaghiamo?

Sade parla del godimento della eccitazione (a tornarci in questi luoghi). Kant parla del godimenti della provazione (a non tornarci in questi luoghi).

Eppure noi ci torniamo.

E tuttavia la massima opposizione alla cura terapeutica è l’attrazione per il passato, per il rimosso, per il doloroso , per il melanconico, per il vuoto.

La solitudine è l’infermiera dell’anima” scrive un po’ elementare Madame De Lambert citata da Leopardi.

La solitudine come fonte della soddisfazione che l’uomo ha nel pensarsi nella sua unicità e nella sua originalità. Solitudine non come perdita ma come atto del trovarsi.

Come sembra che esca dai versi di W. Szimborska: “Puoi conoscermi, però mai fino in fondo./ Con tutta la mia superficie mi rivolgo a te;/ma tutto il mio interno è girato altrove”.

Soli quando ci accorgiamo che le persone che abbiamo attorno noi le possiamo penetrare solo in parte nel loro corpo e nella loro anima. Quando ci accorgiamo che le nostre parole entrano fino ad un certo punto nel capirci dell’altro, ecco, allora siamo soli. E ci sentiamo soli. Soli fino alla punta dell’osso sacro. E allora ci viene voglia di lasciare stare, di perdersi, di tornare all’indistinto

Dio allora: il grande guartitore. Dio è l’Altro. Dio è il pensiero che permette che tutto ciò si realizzi in questo tempo ma anche in un altro tempo. Dio è un mio pensiero di garanzia. Dio è un garante alla mia soddisfazione e alla mia salvezza, e anche al mio piacere, oltre questo tempo, nel tempo dell’aldilà .

 

Alterità. Lui non era d’accordo e sosteneva che Dio invece è il massimo della Soggettività, cioè un soggetto che vive la condizione della soddisfazione nel proprio Essere. Ecco, io non condivido il pensiero di un Dio che pensa in qualche modo alla sua soddisfazione, che fa da Soggetto al proprio piacere. Io vedrei piuttosto un Dio Imperfetto, e in quanto tale un Dio Padre. Un Dio geloso dei propri Un Dio che sente la mancanza dei suoi figli e in quanto Padre che fa da garante alla loro soddisfazione. Un Dio che fa i suoi conti con il Male e in quanto tale ancora affatto Onnipotente. Mi hanno recentemente colpito alcune cose che sto leggendo su Dio e il Male, proprio sull’antico problema… unde malum?

Mi tiene lontano Dio dalla mia ambivalenza perniciosa? Quella di volere il bene eppure praticare il male?

 

Scrive Franco Michelini-Tocci nel suo saggio Male e Libertà contenuto nella raccolta Il Male a cura di P. F. Pieri: “Sembra che la questione (quella della presenza del Male) abbia trovato tre risposte possibili, ma a ben vedere tutte e tre finiscono con il gettare la responsabilità del male, sia pure in modi diversi, sull’uomo. 1 – Dio non è buono, o è buono in modo del tutto diverso dal concetto di buono che ha l’uomo. (…) 2 – Dio è buono ma non è onnipotente (…) . 3 – Il male non esiste, nel senso che, non avendo sostanza, è qualcosa di accidentale o illusorio destinato comunque ad essere riassorbito nel bene, oppure può essere definito solo negativamente come mancanza di bene”. Martin Buber parla di un Male che è come “il lievito della pasta”, cioè qualcosa che non è negativo in sé ma che diviene negativo quando non collabora con il Bene. Hannah Arendt parla esplicitamente della “banalità” del Male. E la famosa affermazione di Hans Jonas in Il concetto di Dio dopo Auschwitz: “Dopo Auschwitz possiamo e dobbiamo affermare con estrema decisione che una Divinità onnipotente o è priva di bontà o è totalmente incomprensibile. (…) Ma Dio tacque. Ed ora aggiungo (sta parlando dell’Olocausto): non intervenne perché non volle, non perché non fu in condizione di farlo”. E ancora sul limite di Dio, perché è di questo che stiamo parlando, Simon Weil ha modo di scrivere nei suoi Quaderni: “… l’atto della creazione non è un atto di potenza. E’ un atto di abdicazione. Con questo atto è stato stabilito un ambito diverso che quello di Dio. La realtà di questo mondo è costituita dal meccanismo della materia e dall’autonomia delle creature ragionevoli. E’ un regno da cui Dio si è ritirato. Dio ha rinunciato a essere il sovrano, e può accedervi solo come mendicante, mendicante dell’amore”.

Ho riportato questi passi sulla questione di Dio nel suo rapporto con il Male perché, a mio modo di vedere, è proprio qui dove Dio si fa Padre. Anche un Padre perdente. Un padre che (non so quanto) è disposto a perdere i propri figli infognati nella loro contraddizione. Anche un Padre che non sa, che non può o addirittura che non vuole. Noi uomini non potremmo intendere un Dio se non in tutte queste accezioni. Non potremmo entrare in relazione con lui. La nostra salvezza è che la alterità di Dio è sempre una alterità di relazione. Anche incomprensibile, ma di relazione con i propri figli. Dunque Padre in quanto avente figli. Ma noi figli siamo attratti dal bene che vogliamo e al tempo stesso dal male che non vogliamo. E verso il secondo ci dirigiamo.

 

GUIDO SAVIO

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