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“GUARDA NEL TUO PIATTO”

“GUARDA NEL TUO PIATTO”

 

 

 

PARABOLA DEI VIGNAIOLI

Una parabola evangelica che contiene in sé una affermazione di questo calibro sembra addirittura (ad una prima lettura) blasfema. Il padrone della vigna grida irritato: “Non posso fare delle mie cose quello che voglio?”

Quello che era successo prima lo sappiamo tutti. Il padrone della vigna aveva assoldato dei lavoratori in vari momenti della giornata (all’alba, alle nove del mattino, a mezzogiorno e verso le tre del pomeriggio, poi verso le cinque).

 

“Quando fu sera il padrone della vigna disse al suo fattore: Chiama i lavoratori e dà loro la paga, incominciando dagli ultimi ai primi”.

Li paga tutti in egual modo, indipendentemente dalle ore di lavoro impiegate.

“Questi ultimi – si lamentano i lavoratori assunti all’alba- hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo.

Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: Amico io non ti faccio torto. Non hai forse convenuto con me per un danaro? Prendi il tuo e vattene; ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te. Non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perchè sono buono?

Così gli ultimi saranno i primi, e i primi gli ultimi” (Mt 20, 1-16).

 

PARABOLA DEI TALENTI

 

E poco oltre nel Vangelo:

“Avverrà come di un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, ad un altro due, ad un altro uno, a ognuno secondo la sua capacità e partì”. E anche qui sappiamo come andò a finire. “perché a chiunque ha sarà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha. E il servo fannullone gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti” (Mt 25, 14-30).

 

 

PARABOLA DEL FIGLIOL PRODIGO

 

E ancora.

“ Quando era ancora lontano, il padre lo vide di lontano e gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”.

Ma il Padre disse ai servi: presto, portate qui il vestito più bello e rivestitelo, mettetegli l’anello al dito e i calzari ai piedi. Portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato.

Il figlio maggiore si trovava nei campi: al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze (etc). Si arrabbia e dice al padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per fare festa con i miei amici “ L’invidia allo stato brado. (Lc 15, 16-30)

 

 

CASO CLINICO

 

Una mia paziente di tantissimi anni fa mi raccontava spesso un ricordo (ricorrente) d’infanzia, e anche di giovinezza. Era figlia ultima di un grande imprenditore (macellaio) della carne della zona. Stiamo parlando degli anni ’50. Quindi a pranzo e a cena era facile che sui piatti della famiglia sempre regolarmente riunita a pranzo e a cena, braciole di maiale, filetti di manzo, scottate di sorana, tortellini in brodo di gallina, ossobuco, ossocollo, “ossi de mas-cio”, spezzatino di vitello, bistecche di vitellone, stinco di maiale, bolliti di lingua e cuore, rognoni e altre leccornie, fino alle cervella fritte ( i vegani ancora non esistevano per fortuna), fossero il desinare quotidiano.

 

Sta di fatto che lei, essendo l’ultima, per età e sesso, ad essere servita dalla madre, “contasse” e “pesasse” la quantità e la qualità del taglio della carne che si posava sui piatti dei suoi fratelli (mi pare cinque o sei) prima che nel suo.

Inevitabilmente la rabbia le montava non tanto per essere l’ultima ad essere servita, in quanto “immaginava” che nel piatto dei fratelli si posassero più proteine che nel suo.

 

E ad ogni pasto era così. Non riusciva (pur capendolo razionalmente) che la mamma faceva le parti uguali. Lei si sentiva sempre l’ultima, per tempo, per attenzione e per “giustizia distributiva”.

La sua era una ingiustizia vissuta (nel suo pensiero) due volte al giorno, senza rimedio, con l’isteria che cresceva anche se la carne nel suo piatto era pari a quella distribuita ai suoi fratelli.

Perché isteria? Perchè, secondo la sua lettura, il padre sempre presente al rito, non faceva nulla per calmare il suo pensiero di “offesa”, di torto, di mancanza, di “disprezzo patito” di fronte a cinque o sei fratelli maschi.

 

 

“GUARDA NEL TUO PIATTO”

 

“Da bambino il mio sguardo indugiava obliquo sul piatto di mia sorella per capire con quale dei due piatti la mano di mia

madre si era manifestata più generosa.

 

‘Massimo, guarda nel tuo piatto’, mi rimproverava mia madre . Come il padrone della vigna stava forse proclamando la rassegnazione alla diseguaglianza? Come il padrone della vigna voleva inocularmi il virus della passività?” (Massimo Recalcati, Contro il sacrificio, Cortina Editore, 2017, p, 126)

 

“Guarda nel tuo piatto” dunque. Il piatto degli altri sarà sempre uguale al tuo (quello che tu vedrai). Il piatto degli altri sarà più pieno, stracolmo, tracimante (quello che tu non vedrai mai, e non vorrai mai vedere) se l’invidia ti rode dentro.

 

La risposta alla chiamata del Padre è quello che conta. Quello che conta è cogliere il verbum del Padre e seguirlo nel suo patto con me. II Padre farà altri patti con altri. Ma a me non deve interessare. Interessa vivere e sviluppare il patto che il Padre ha fatto con me: solo se accetterò questa realtà, riuscirò a tirare fuori la mia ricchezza di figlio e di padre a mia volta.

 

Non convincerebbe la mia vecchia paziente dai cinque o sei fratelli la frase evangelica “Gli ultimi saranno i primi e i primi gli ultimi”. A lei, a quella signora, interessava non essere fregata nel suo essere donna e forse (per natura o per destino, destinata all’isteria, al sentirsi continuamente offesa dal “piatto degli altri”).

 

Sappiamo che la giustizia è retributiva e distributiva. Ci dobbiamo meritare quello che ci viene dato.

 

I Padri del Vangelo, quelli delle parabole che ho citato, sono tutti Padri ricchi, possidenti, padroni. Ma quale è la vera ricchezza che permette al Padre di essere un buon padre? Non c’è alcun dubbio: vivere la propria vita con soddisfazione. E’ la soddisfazione la vera ricchezza. E i figli godranno di una buona eredità solo dal vedere il proprio padre soddisfatto (umanamente) della vita che conduce.

E per vita si intende Amore e Lavoro.

 

Il Padre soddisfatto non guarda nel piatto degli altri: lascia che i piatti degli altri siano più o meno pieni del proprio. Lui guarda il suo e il figlio lo guarda guardare.

L’isteria invece (guardare nel piatto degli altri) porta alla inevitabile insoddisfazione, porta all’inevitabile difficoltà di gestire il proprio desiderio, porta alla inevitabile frustrazione, perché non ci sarà mai misura appagante, non ci sarà mai un punto in cui il desiderio sarà soddisfatto per l’isterica/o, non ci sarà mai un fermo ad una vite che si avvita drammaticamente su se stessa senza soluzione.

 

Ed è per questo che Freud e anche Lacan legano l’isteria alla malinconia. L’isterico (i primi assunti tra i braccianti della vigna, il fratello del figliol prodigo, il servo che ha nascosto la mina sottoterra, la signora con i cinque o sei fratelli) non è mai appagato, non è mai sazio, non sa appunto gestire (cioè controllare) il proprio desiderio. Leopardi afferma che il desiderio è dolore perché l’uomo “vorrebbe il tutto”.

 

Lo sappiamo che il confronto con gli altri è a volte pericoloso, anche se il confronto è a volte inevitabile. E’ umano: ci guardiamo attorno e ci confrontiamo, ma non dobbiamo per forza essere invidiosi o isterici.

 

Non sto parlando in questo scritto della rassegnazione alla diseguaglianza, alla passività di fronte all’ingiustizia che pure esiste ed è in notevole via di sviluppo. Sto parlando della salute che ognuno di noi saprà trovare se guarda nel proprio piatto e vede il Padre come uno che…distribuisce a quel modo e non in un altro. Quello mi è toccato in sorte come Padre, non altro. Sarà questo il mio punto di partenza per riempirmi da me e per tutta la vita (Amore e lavoro) il piatto della mia soddisfazione.

 

GUIDO SAVIO

 

 

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