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SOLITUDINE IN RETE

SOLITUDINE IN RETE

 

Si chiama “Fomo” acronimo di “fear of missing out”.

Se chiedessimo a tanti dei nostri ragazzi se conoscono questo acronimo, penso che molti guarderebbero il soffitto.

Ma se noi chiedessimo agli stessi ragazzi se vivono sulla propria pelle la paura di essere tagliati fuori, essi farebbero immediatamente loro l’acronimo. Direbbero che la parola riproduce alla perfezione il loro stato di dipendenza dai social network.

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Sono Facebook, Twitter, Flickr, Hunk, Foursquare, Instagram gli orpelli che poi “scolpiscono” nella testa dei nostri giovani il “Fomo”. O sei dentro o sei fuori. Scolpiscono quasi come un marchio, un tatuaggio.

Il nostro mondo è stato invaso dalla necessità di essere sempre presenti.

Se io non so, minuto per minuto, addirittura secondo per secondo, che cosa stanno facendo i miei amici, conoscenti, parenti, vicini di casa, addirittura padre e madre, di me che ne è? Sono un relitto se non traffico tra le mani la “google maps” degli altri miei viciniori.

Sono tagliato fuori. Sono finito se non sono aggiornato.

 

Ma non solo se non so che stanno facendo in questo istante i miei amici, i miei compagni di classe o di lavoro, bensì i Vips, i cantanti, i miei idoli, del passato del presente, le mie “vedettes”, le mie morose vecchie, il mio compagno di banco a cui ho regalato (o negato) tanti compiti da copiare, etc, etc.

 

Dan Ariely è un docente di psicologia alla Duke University e autore del saggio “Prevedibilmente irrazionale”.

Scrive: “Quando cominciamo a consultare le pagine Facebook dei nostri amici si insinua il tarlo del dubbio che… stiamo prendendo le decisioni sbagliate su come passare il tempo libero. Se vedi la foto dei tuoi amici che si stanno scolando una bottiglia di vino, senza di te hai l’esatta percezione che sei nel posto sbagliato”.

Che tu stesso sei sbagliato (e gli altri sono giusti).

Il “Fomo” determina la categoria degli “altri” da cui io posso essere dissociato. E dunque mi nasce la paura. E’ proprio questo il pensiero psicopatologico: “senza di te”.

Il pensiero “senza di te” è il trarlo della solitudine, di quella più ispida e pericolosa.

La solitudine più perniciosa è il continuo pensiero ossessivo di quella che è (e che io non ho) la “vita degli altri”.

Un’altra studiosa delle relazioni sociali nell’era digitale, Sherry Turkle del MIT ha coniato per un suo studio il titolo: “Insieme ma soli”.

Mozart scriveva e faceva cantare: “Così fan tutte (tutti)”. Sarà mai questa la soluzione del dramma della solitudine nell’era di Internet?

 

GUIDO SAVIO

 

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