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FANATISMO E PERVERSIONE

FANATISMO E PERVERSIONE

 

Mi sono spesso chiesto in questi ultimi tempi, vivendo dentro questi tempi difficili, se il fanatismo sia legato a una psicopatologia o a più psicopatologie, con particolare riguardo alla perversione. Ovvero se il fanatico sia sostanzialmente un malato perverso.

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Se così fosse poi si aprirebbe la questione purtroppo “ideologica” che ad essere malati sarebbero migliaia se non milioni di persone.

Se così fosse poi c’è da chiarire anche che “fanatismo” non è uno stato di cose, un dato oggettivo, bensì un giudizio espresso sui comportamenti, pensieri, idee di qualcuno da parte di qualcun altro.

Posso anche premettere che se il sedicente moderato dicesse al fanatico: “Tu sei un fanatico”, questo probabilmente risponderebbe: “Il fanatico sei tu”.

E quindi prenderebbe il via la corsa, la ridda alle reciproche “dimostrazioni” che ad essere fanatico (malato) sei tu e non io. O viceversa. Raramente entrambi.

Sia ben chiaro che nessun fanatico ammetterà mai di essere un fanatico, come nessun peccatore ammetterà di meritarsi la giusta pena. La trave nel proprio occhio, che però ti spinge a guardare la pagliuzza in quello dell’altro, non è una invenzione del Cristo.

E ancora tutti siamo portati a vedere chiarissimamente la psicopatologia dell’altro (fanatismo e perversione) piuttosto che gli altrettanto chiari segni della propria.

Ma torno al punto di partenza. Dato per assunto che qualcuno possa dire a qualcun altro: “Tu sei un fanatico”; dato per assunto che il fanatismo non sia un giudizio ma una realtà; dato per assunto che dietro ogni forma di fanatismo si possa nascondere una malattia….bene, quale è questa malattia?

 

E’ una malattia endogena dalla quale, anche se vuoi, non ne puoi scappare (vedi le parti sofferenti del mondo dove il fanatismo è più cattivo)?

E’ una malattia esogena, che ti viene da fuori ma che se sei attrezzato potresti anche non prenderla (vedi le parti del mondo dove il fanatismo è meno cattivo)?

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Prima di addentrarmi però in questa questione penso sia corretto guardare l’etimo della parola fanatismo. Che, guarda caso, è duplice essa stessa, Wikipedia conferma:

L’etimologia della parola fanatismo – usata quasi sempre in accezione negativa – deriva dalla sfera religiosa e porta al latino «fanaticum, “ispirato da una divinità, invasato da estro divino”, derivato di fanum “tempio”, voce che deriva da avvicinare (avvicinarsi) a fas “diritto sacro”». La radice latina fas indica, in effetti, un’azione di tipo religioso.

Altra ipotesi è una relazione con l’arabo “fanā'”, annichilimento, distruzione, nell’amore per il divino.

Dall’etimologia appare evidente che caratteristica del fanatismo è una “vena di follia”, accompagnata o addirittura causata da una credenza autentica e sincera, da uno zelo eccessivo ed acritico, particolarmente per una causa religiosa, amorosa oppure politica .

La “causa” è sempre la causa del fanatismo. Ma sappiamo che esistono buone cause e cattive cause per cui lottare, impegnarsi, ed offrire anche la vita, anche “sacrificarla” su di un altare che non offre assolute garanzie e che (ahimè) troppo spesso è portatore di delusioni e angosce.

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Dare tutto se stessi per una causa è un rischio. Meglio “spalmare” come si dice di questi tempi. Meglio avere più cause da difendere nell’agenda del telefonino. Se non te ne va bene una…te ne andrà bene un’altra. E la mia non vuole essere affatto una battuta.

 

Ma di questo il fanatico non ne vuole nemmeno sentire parlare. La causa è una e unica: la “sua”. E spesso si sovrappone alla sua disperazione. Forse (come sto cercando di ragionare) alla sua malattia.

 

Allora la perversione, che sta dentro e fuori il fanatismo consiste nel battere sempre lo stesso chiodo e non sapere fare altro? Penso che in parte sia così.

 

Battere sempre lo stesso chiodo è caratteristica della perversione. Come caratteristica peculiare del perverso è la militanza. Ovvero: la mia causa, la mia missione, il mio credo e lo scopo della mia vita è il “convertire” l’altro alla mia causa. Con le buone o con le cattive.

 

Purtroppo il fanatico è sempre machiavellico fino all’osso: il fine giustifica sempre i mezzi: costi la morte mia assieme alla morte dell’altro (se non si vuole convertire alla mia causa) ma lo devo “convertire”.

 

Su questo tema tuttavia sono fortemente dibattuto. Davvero il fanatico cerca la “redenzione” dell’altro alla propria fede o alla propria causa? Oppure al fanatico, in fin dei conti, non gliene può fregare di meno né di se stesso né dell’altro. Gli interessa solo fare danni (distruzione e morte)? Non gli interessano nemmeno le tacche sul calcio della pistola: l’altro è sempre un mezzo, mai un fine.

Il fanatico, a mio modo di vedere, è il massimo rappresentante di quel cupio dissolvi che nella catechesi cristiana è

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il massimo dei peccati. Voglio farla finita, voglio dissolvermi (cintura esplosiva?) voglio farla finita, “muoia Sansone e tutti i Filistei”, senza che nella mia azione ci sia uno scopo politico, bellico, umanitario, bestiario… Mi interessa solo farla finita con questa storia. Che è la storia della mia vita e della vita dell’altro.

Questo è un punto in cui sono molto dibattuto. Perché poi sembra che dietro alla azione eclatante del fanatico ci sia un progetto, uno scopo, un fine, un paradiso da guadagnarsi. Il cristiano nelle missioni, nella cosiddetta evangelizzazione. L’islamico nella lotta al miscredente, nell’irrigidimento e “irregimentamento” (si diventa un “reggimento” militare e militante) del proprio Io –soggetto in una gruppalità che può obnubilare la propria coscienza e la propria capacità di giudizio.

 

Quando il fine giustifica sempre i mezzi, sempre è difficile fare i conti e soprattutto fare tornare i conti.

 

E qui la perversione. La perversione è la teoria patologica che dice che non c’è regola, non esiste scopo, non esiste fine se non il mio prevalere sull’altro, spinto a tal punto che anche con l’altro che io voglio “fare mio” ci posso morire assieme.

 

La perversione è…”qui lo dico e qui lo nego”. Il fanatismo è la stessa cosa. Se vogliamo, ridotto all’osso, “predico bene e razzolo male”.

Ridotto ancora più all’osso: io mi interesso e propagando le teorie e i valori che meno padroneggio, che meno stanne nelle mie corde, che maggiormente vorrei possedere, e che invece la mia perversione mi nega.

 

Il perverso è colui che si fa forza della sua parola là dove la sua parola meno corrisponde alla sua natura, al suo cuore alla sua sensibilità. Predica quello che non è capace di mettere in pratica.

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Come se il perverso-fanatico procedesse per viam negationis: sfronda tutto quello che non è capace di vivere per sé e di questa sfrondatura ne fa un credo, una dottrina, un dogma da imporre all’altro. Perché lui non è capace di seguirne la sana regola.

Il fanatico infatti non è mai pragmatico. Il suo è un gene perverso che non porta da nessuna parte.

Il fanatico come il perverso non conosce la parola “compromesso”. Che è la parola del pragmatismo, della soluzione e anche della comunione tra le persone, tra marito e moglie, tra maestro e allievo, tra popolo e popolo.

 

La prima regola del mondo dice: importante è mantenere la vita. La migliore possibile e per il tempo più lungo possibile. Questo è il “semplice” senso della nostra vita. Per portare avanti questa vita è necessario percorrere tutti i giorni la strada del compromesso.

Dove c’è vita c’è compromesso. Diversamente non è, e mai potrà essere.

Ma il compromesso, alla lettera, è sempre un cedere, un dare, un dare senso e misura al proprio limite. Il compromesso non sarà mai felice, porterà sempre dentro se stesso una contraddizione.

Ed è questa contraddizione che il perverso e il fanatico li fanno vomitare. Non la accetteranno mai perché l’integralismo è il loro credo. Integrale significa “non contraddittorio”, non sindacabile, non discutibile, non mediabile.

Integro vuol dire alla lettera “mi spezzo ma non mi piego”. Di questo passo il genere umano sarebbe già scomparso dalla faccia della terra poco dopo l’era dei dinosauri.

Restando, noi occidentali, alle cose che vediamo del fanatismo, possiamo dire che il “top” del compromesso è la necessità della scelta tra la vita e la morte. Il fanatico non ha dubbi nello scegliere tra la imperfezione umana della vita e la perfezione di una morte gloriosa.

Ricordo qui il passo del padre di Freud che da ebreo, un certo signore, un tipo “gentile” per strada, nel fango, lo ha costretto ad andare nel fango. E gli ha dato un ceffone che gli ha fatto cadere nel fango il cappello. Vergogna! Ignominia! Vendetta! Pensava il giovane Sigmund nel sentirsi raccontare dal padre questo episodio. Era la normale domanda di un normale marmocchio: “E allora tu che cosa hai fatto?”. Risposta del padre: “Ho raccolto il cappello, l’ho pulito, e sono ritornato a casa”.

Senza questo “compromesso” (poi ognuno giudicherà in cuor suo) ingoiato dal proprio padre, il padre della psicoanalisi non avrebbe mai potuto studiare e diventare tale. E il nostro mondo, oggi, sarebbe molto ma molto diverso.

La capacità del padre di Freud di accettare quel “compromesso” ha consentito la vita non solo della propria famiglia, ma anche un alito di speranza per il mondo che poi il suo stesso figlio ha seminato.

 

Se il padre di Freud, il buon Jacob, avesse fatto il furbo, il duro, il “mi spezzo ma non mi pi

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ego”, avrebbe scelto una “morte gloriosa”. Ma di questa morte gloriosa il mondo che se sarebbe fatto? Una tra milioni. Mentre il rospo ingoiato dal padre di Freud ha permesso al mondo di cambiare.

Ovvio che nessuno sapeva niente della gloria che attendeva il piccolo Sigmund, e il futuro era ancora tutto da riempire. Qui siamo sui massimi sistemi. Ma sono convinto che tutti i padri che scelgono la vita (di se stessi e della propria discendenza) piuttosto che l’onore e l’orgoglio della pertinenza del fanatico o del perverso, sono i veri “continuatori della specie”. E la accezione darwiniana qui non può che cascare a fagiolo.

Ma… homo sum, humani nihil a me alienum puto. La frase di Publio Terenzio Afro è semplicemente il sale della vita. Non la perdita della vita. Non il dissolversi della vita dentro un pensiero malato, una ideologia perversa, una serata che qualcuno mi ha lavato il cervello.

 

Se sono uomo devo difendere la mia unicità e la mia originalità. Pur sapendo e capendo quello che accade nel mondo. Senza meravigliarmi o schifarmi delle porcherie del mondo. Ma non posso, come fa il perverso e il fanatico, di fronte alle porcherie del mondo, vendere il mio cervello e il mio corpo al miglior offerente.

 

Il fanatico, in fin dei conti, questo è. Un venditore del proprio cervello neanche tanto al miglior offerente, ma al primo che capita, all’ideologo-macellaio dietro l’angolo di casa.

 

Macellaio non perché poi ci siano le centinaia di morti nelle piazze o nei mercati. Macellaio alla lettera. Perché anche lui (se ce la fa) macella una carne di cui non conosce le caratteristiche.

 

Sono convintissimo che la questione del fanatismo sia frutto della ignoranza di chi macella verso chi è macellato.

 

I macelli della “cristianità” non grondano meno sangue rispetto a quelli della “islamicità” o a quelli della “ebraicità”. E’ stata solo una differenza di tempi storici. Ma anche il presente è bello vivo e vegeto sempre pronto a mietere le sue vittime vittime. Delle macellerie aperte da altre religioni non ho conoscenza sufficiente per poterne parlare.

Ma mi accorgo che non è del sangue rosso che sto parlando, sto parlando del “sangue del pensiero” (pensiero rubato), fatto scorrere nel corso della storia sotto tutti i meridiani e i paralleli: è il pensiero rubato, ammutolito, cucito, circuito, troppo innaffiato, troppo esaltato di cui sto parlando.

 

Il fanatico è un macellaio macellato. Nel pensiero prima di tutto. Qualcuno glielo ha manipolato, strizzato, ridotto. Ma ben s’intenda: lui in qualche maniera era d’accordo.

Io non sono affatto d’accordo sulla divisione manichea che ci sono i carnefici e le vittime. Sono per il Fifty-Fifty. Ognuno ci mette la sua parte.

 

Trattandosi di fanatismo mi è sempre stata presente l’immagine di una scuola, di un convento, di una moschea, di una madrassa, di una scuola di politica, di un salotto, di una sinagoga, di un ricettacolo di sinagoga/moschea/chiesa, una specie di sancta santorum dove si distillano le grappe, dove nel crogiolo della parabola del Cristo, si distillano quelli che sono stati pesati e dunque ritenuti degni.

Ma degni di che?

Il fanatismo è un ricettacolo di false dignità, di falsi onori, di falsi amor propri, di narcisismi reali e cattivi, di intenti in cui il fine giustifica il mezzo, di una miscellanea di “non pensieri” che, come una mantide religiosa, partoriscono sì qualcosa, ma dopo la morte del fecondatore.

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Mentre la salute, la sanità del nostro tempo non può che ergersi sulla “sopravvivenza del fecondatore”. Chi produce ricchezza ( e tra questa la maggiore sono i figli) non può dirigersi verso la morte. Così come non ha fatto Jakob, il padre del piccolo Freud, così come non ha fatto il reduce soldato che si è “salvaguardato” dalle pallottole del nemico per tornare alla sua famiglia senza essere un codardo.

 

Così come invece non ha fatto Ettore che sotto le preghiere di Andromaca e del piccolo Astianatte ha preferito essere infilzato e insabbiato da Achille (che tanto tutto era già scritto) al quale non pareva vero di mettere ferro alla sua personale vendetta. Sarà stato Patroclo il vero movente della “Hybris Xilleus”?. O forse anche Achille era di per sé un integralista che non gli interessava niente di niente e la sua fede-pratica di vita era” dove batto, batto”?

 

Il fanatismo è (quasi) sempre legato alla esperienza di disperazione.

 

Dico che la disperazione è uno stato del corpo e della psiche per cui, per quanto avanti io possa guardare, non esiste soluzione, non esiste futuro, non esiste strada alternativa, non esiste piano B.

 

L’angosciato è colui che non ha…scelta. E dunque qui il fanatismo. Se io ho una donna, un figlio, una casa, un avere da difendere… non vado ad infilarmi in questioni filosofico-religiose che mi portano dove poi io non riesco più a controllarle e a controllarmi.

 

Mi fermo prima. Sto sulle mie. Accetto il mio limite. Accetto il compromesso. Anche se uno mi pigia il coltello sulla gola. Non faccio l’eroe. Non voglio passare all’eternità come uno che ha buttato a carte quarantotto famiglia, casa, figli e quant’altri solo per difendere la “propria causa”.

 

Poi mi sono accorto che tante estreme “cause comuni” altro non sono che private e soggettive disperazioni di chi non ha parole, o non le ha mai avute, per dire il proprio disagio, il proprio dolore. Il proprio marciume.

 

La civiltà occidentale per questo tipo di evenienze timidamente offre una possibilità: quella della parola, del dialogo, dell’ascolto, del fare dei propri fantasmi, pensieri tutto sommato governabili. Questa è la psicoanalisi.

 

Non so se sia così per altre civiltà, in cui il dialogo è mal visto, la vera confessione è una gogna comune, il rispetto del limite e del “peccato” stesso sono viste come sentenze inappellabili. Statisticamente sono finiti morti sulla corda del patibolo una infinità di persone “cristiane” più che musulmane. Purtroppo…tempo al tempo. Ma ho fede che i conti non verranno mai pareggiati.

 

Sciovinismo. Chi era Nicholas Chauvin? Certamente nessuno ha mai sentito parlare di costui. Era un soldato francese di Rochefort dell’impero napoleonico il cui nome fu utilizzato in vaudevilles e commedie per rappresentare il tipo del patriota esaltato e fanatico.

È il riflesso di un’ammirazione esagerata verso il proprio Paese. Può nascere anche dalla volontà di investire con questo significato ciò che invece costituisce un attaccamento o interesse personale, o comunque di parte, verso particolari usi, costumi, ambiti, situazioni contingenti di una cultura o di un Paese che in realtà non sono un dato strutturale o persistente dei medesimi. Spesso si accompagna a uno sfrenato e acritico militarismo . Armi in pugno dunque.

Fa meno morti la spada che la penna.

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Lo sciovinismo, il revanscismo (altro bel termine napoleonico), il massimalismo, l’integralismo, il fanatismo, la perversione, le nevrosi, la psicosi (e chi più ne ha più ne metta) si reggono tutti su di un pensiero talmente fuori dal mondo che il mondo stesso non lo può “comprendere”. Tutta questa gente pensa (e vive) di non essere “compresa” (questo è il pensiero malefico e comune di tutte le psicopatologie). Mentre sappiamo che la laicità e la salute chiedono all’individuo sì di recriminare il diritto di essere compreso, ma anche quello (dovere) di comprendere l’altro.

Tutta questa gente “mette in pratica” il proprio credo, la propria teoria, il proprio dogma, il proprio pensiero di essere dalla parte del giusto e che tutti gli altri sono dalla parte dello sbagliato.

Il “fanà” è debole in matematica: sa contare solo fino a uno: se stesso, la propria religione, il proprio credo, il proprio sangue. Mentre sappiamo che il mondo funziona almeno se sa accedere al numero due: il confronto, lo scambio, la relazione.

Poi il massimo del mondo libero sarebbe (sic!) ragionare sul numero tre che è il simbolico, la legge, qualcuno che tra due si pone (non necessariamente fisicamente) come l’elemento a cui i due “contendenti” si devono riferire per dirimere la loro questione, che il molti casi è poi il non ammazzarsi a vicenda. Nell’integralismo il numero tre è anni luce lontano dal thè che si sta bevendo.

 

Per questo il fanatico vede traditori dappertutto. Perché non capisce il numero due e tanto meno il numero tre. Il fanatico è parlatore di un monologo. Mortale.

 

Per questo il fanatico è affascinato dalla morte. Perché la morte è una questione tra sé e sé. Non esiste alterità, non esiste dialogo, non esiste simbolico: la morte (fanatica) è la disperazione della solitudine, il cupio dissolvi, il “muoia Sansone e tutti i Filistei”.

 

Ecco. Andreas Lubick (povero ragazzo) potrebbe essere il primigenio e il prototipo del fanatismo (se non avesse fatto quello che ha fatto solo qualche anno fa): “Per uccidere me non basto io. Vi devo condurre in cento e più contro le rocce delle Alpi francesi con il ‘mio’ aereo”. “Muoia Sansone e tutti i Filistei”.

 

Lo sciovinismo del fanatismo ha anche dei tempi “morti”, dei tempi della preparazione e della…meditazione: “Domani sarà un giorno migliore. Facciamo sacrifici oggi. Io non ho niente da perdere e dunque per me il sacrificio è anche leggero. Ma voi che siete la parte produttiva del mondo dovete darvi a maggior ragione da fare per la “causa” perché più avete avuto.

 

E’ come se la parabola dei talenti andasse a dimostrare che la ricchezza (della vita) dovesse essere per forza una colpa. E dunque io perverso e fanatico mi assumo il diritto di richiamarti all’ordine (nel migliore dei casi), oppure di fartela pagare (nel peggiore).

 

Il perverso e il fanatico sono quei tipi che traggono il proprio piacere nel costringere gli altri a cambiare. In questo senso perverso e integralista e massimalista e sciovinista e revanscista e fanatico recitano la stessa “preghiera”: “Cambia sennò ti ammazzo”. Fisicamente ma soprattutto metaforicamente. Ti ammazzo il pensiero.

 

Il fanatico (e questo è quasi risibile) dimostra (apparentemente) un assoluto interesse per me che sono la pecora smarrita e/nera da ricondurre all’ovile. E se a me all’ovile non mi interessa affatto di ritornarci, ci pensa lui a guidarmi nella strada, a “in prati verdissimi mi pasce. Mi disseta in placide acque. E’ il rifugio dell’anima mia. Per diritti sentieri mi guida. Dietro di lui mi sento sicuro (Salmo 23)”. E’ il Buon Pastore.

 

Il perverso e il fanatico davvero sono il Buon Pastore. Ma di quelli che ti danno la loro pastura, il loro pastone.

 

Sono sicuro che il fanatismo prende le sue mosse “in casa” (e diversamente non potrebbe essere). Io mi metto in testa di cambiare la persona “amata” per il suo bene”. Cambiare le persone che vivono con me, dapprima mio padre, poi mia madre, magari mio fratello o mia sorella.

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Mi fanno ridere le famiglie dei kamikaze che sui propri figli…cadono dalle nuvole.

Eccola la grande trappola. Il fanatico “sa di certo” quale possa essere il bene dell’altro e ci si arrampica sopra con i suoi pensieri. Ne fa un impegno: Un obbligo. Una causa di vita. Un chiavistello che se lui non riesce d aprire…finisce all’inferno.

 

E dunque il fanatico, di tutte le razze e di tutte le religioni, fa morti (ha sempre fatto morti nella storia)…per “il loro bene”, per redimerli, per salvarli, per portarli alla giusta causa , per portarli al vero Dio.

 

Allora chi mi può contestare sulla ipotesi iniziale. Ovvero che il fanatismo sia la perversione più immorale e più mortale?

 

Avete mai incontrato un fanatico che sia di buon umore, che esprima uno spirito goliardico, il gusto per la battuta, la capacità di lasciare andare le proprie parole, lasciare andare se stesso, fare festa, perdersi un po’ (etc)? No mai.

 

Il fanatico è sarcastico, non umoristico.

 

L’umorismo è la capacità di lasciarti andare a come gli altri potrebbero vederti (dunque accettare la relazione, il limite, la salute) e dire di te.

 

Il sarcasmo è invece “parlo solo io” e sparo sentenze dall’alto non della mia umanità ma dalla debolezza di un libro che mi sono bevuto, o da cui sono stato bevuto.

 

Il fanatico è sempre tanto una povera vittima quanto un povero carnefice. Povero perché non ha più la ricchezza del proprio pensiero autonomo. Della propria debolezza dalla quale parte per una campagna revanscista (di rivincita) per dimostrare che non è l’ultimo del mondo. Ma i penultimi, o almeno i terzultimi meno capaci e meno intelligenti di lui, se li tira dietro: “Muoia Sansone e tutti i Filistei”

 

GUIDO SAVIO