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RESTITUZIONE (ALL’ALTRO)

LA RESTITUZIONE

 

Tempo fa mi è capitato di ascoltare e vedere in un programma di RAI5 una intervista a quello che, a mio avviso, è il miglior direttore d’orchestra orientale di musica classica occidentale: Myung-Whung-Chung, coreano del sud (1953).

 

Il quale, oltre ad essere un talento prodigioso con la bacchetta in mano direttore d’orchestra, è un ottimo pianista (ha vinto a 21 anni il concordo Tchaikowsky di San Pietroburgo) è ora un “uomo buono” che si dedica all’aiuto delle persone che sono state nella vita meno fortunate di lui.

Ma quello che maggiormente mi ha colpito nella intervista è stato questo passaggio. Egli ha diviso la vita dell’uomo in tre fasi. La prima è quella dell’apprendimento e della formazione, della istruzione e dell’imparare (quella della gioventù).

La seconda (quella della maturità) è la fase della produzione e della realizzazione dei progetti, del fare e dell’arrivare da qualche parte.

Ed eccoci. La terza fare, secondo Myung-Whung-Chung è quella della restituzione.three-sisters-1952.jpg!PinterestLarge

 

Molto semplicemente: quello che abbiamo ricevuto, elaborato, affinato, arricchito nel corso della nostra vita, lo dobbiamo restituire agli altri.

 

Francesco Stoppa (1955) lavora presso il Dipartimento di salute mentale di Pordenone. E’ analista membro della Scuola di psicoanalisi dei Forum del Campo lacaniano e docente dell’istituto ICLeS per la formazione degli psicoterapeuti.

 

Stoppa ha scritto un libro che mi è piaciuto molto e che io ho usato in vari tempi e modi per portare un contributo ai miei di libri.

Nella prefazione al suo libro “La restituzione scrive: “La questione fondamentale attorno alla quale il libro si interroga è la seguente: riuscirà la nostra generazione a svolgere anch’essa il suo compito trasmissivo in modo tale che ciò che abbiamo dato ai giovani possa essere restituito proprio nei termini dialettici cui abbiamo fatto riferimento prima?”.

 

Recentemente mi sto occupando molto della questione della responsabilità presso i giovani. Meglio, della loro capacità di “fornire” responsabilità, ovvero risposta del loro comportamento nel senso della costruzione dei valori trasmissibili e godibili nel futuro.

Più semplicemente mi sto molto interrogando se i nostri giovani (dai 17 ai 34 e più anni) hanno in mente che quelle che sono le loro scelte poi potranno essere patrimonio (o debito) futuro per le generazioni che verranno dopo.

 

Nel mio nuovo libro Giovani e Responsabilità (Armando Editore Roma 2016) mi interesso molto della posizione di Hans Jonas in merito alla responsabilità.

 

In Il principio responsabilità Jonas perora la causa secondo la quale la accezione più profonda del concetto di responsabilità (più profonda e moderna), è la responsabilità verso le generazioni future. Pur dalla famiglia (padre e madre) che abbiamo avuto) in qualche modo dobbiamo trovare spazio, tempo, intelligenza e volontà per… fare il bene dell’altro.

 

Hegel diceva che la famiglia è patogena per definizione ma…non se ne può fare a meno. Non sempre la nostra famiglia ci ha lasciato grandi eredità. Anzi spesso ci ha lasciato grandi debiti, debiti in banca, debiti di coscienza, debiti di istruzione, debiti di formazione. Francesco Stoppa parla di “detriti nocivi”.

Non vedrei espressione migliore: “Effettivamente ciò che intendiamo per restituzione – in quanto processo di responsabilizzazione del soggetto rispetto alla propria storia – coincide anche, per cose si piò, con un’opera di arginamento e isolamento di alcuni detriti nocivi del passato affinchè la loro tossicità non si propaghi automaticamente sulle generazioni a venire” .

 

E’ questa la questione della Restituzione. Che cosa le generazioni presenti riusciranno a lasciare a quelle future, visto, pesato, e speso quello che hanno ricevuto.

 

La questione è fortemente morale: se io nella vita ho ricevuto (e questo non è un dato oggettivo ma la maturazione di un pensiero) in qualche modo devo restituire ad altri. Sottolineo “devo” perché l’imperativo categorico kantiano qui non può essere messo in discussione.

 

Per i nostri giovani (figli che essi siano), ma anche per noi adulti che vogliamo ancora vivere l’aria della nostra gioventù, il primo movimento su questo tema, a mio modo di vedere, è l’arginamento dei “detriti nocivi” che la nostra storia familiare e non solo, ci ha lasciato, affinchè la loro tossicità non si propaghi automaticamente nelle generazioni future.

 

Ovvero maturare il pensiero maturo che se i miei genitori sono stati fatti di una certa pasta, se i lasciti che loro mi hanno lasciati sono stati più o meno nocivi (o più o meno salvifici), io con questa realtà devo fare io conti.

 

I conti sono quelli di saper prendere o perdere quello che il convento ha passato.

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L’orfano (o meglio, il pensiero di orfano) è il soggetto che questi conti non li fa passare: sentendosi deprivato, mancante, luttuato (tutti dati di realtà) fa fatica ad accedere ad un principio di realtà che… quello che gli è toccato, e non diversamente. Quegli sono stati i genitori e i talenti o i detriti che essi su di lui hanno depositato. Non ci si scappa e non c’è riparazione a ritroso. E’ stato, se vogliamo, meno(ma forse anche più) fortunato di altri (suoi amici).

 

Poi (e qui la questione della responsabilità) sta al figlio rendere funzionale il lascito al proprio futuro: ovvero accettarlo o comprometterselo e confusionarselo senza via d’uscita.

Più brutalmente. Ognuno di noi venendo al mondo si è dovuto caricare sulle spalle la “tossicità” (oltre che la bontà) di quello che le mosse, i pensieri, le decisioni, etc. dei propri genitori hanno prodotto.

 

Meglio. Siamo nati, tutti, con un debito in banca, lasciatoci dai nostri genitori, che in qualche modo dobbiamo sanare. Oltre che di un credito di cui sanamente e giustamente godiamo

 

Se mio padre non è riuscito a sanare il mutuo per la costruzione della casa che sono io, suo figlio, la grana me la devo trattare io, figlio. E poi, ovviamente anche i rovescio della medaglia: il credito che mi trovo in tasca, se non sono uno stupido, non lo devo sotterrare per terra, altrimenti mi viene a tirare i piedi finchè dormo la parabola del Cristo dei talenti che mi manda dove c’è “pianto e stridor di denti”.

 

Ma perché noi dovremmo finire a soffrire quando stare bene non è poi tanto difficile? Basta conoscere i termini della questione: più io ho avuto…più sono chiamato a dare (beruf weberiana). Ma se tanto non ho avuto (da padre e madre) me lo posso racimolare da solo, senza finire davanti ad un tribunale penale.

 

GUIDO SAVIO

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