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LA SALVEZZA (“SI SALVI CHI PUO'”)

 

LA SALVEZZA (“SI SALVI CHI PUO’”)

 

 

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SALUS

Vorrei parlare della salvezza. Parto da qui per il semplice fatto che, a mio modo di vedere, la “questione delle questioni” della nostra esistenza, quella che giustamente occupa il tempo dei nostri giorni e anche delle nostre notti è la salvezza.

Come dice Lucio Dalla…. “arrivare in forma al gran finale”.

Salvarsi il corpo, l’anima, le relazioni, l’interesse, il danaro, la pelle. Le vedrei queste le condizioni della vita, più che una meta, una costante presenza che ci accompagna nei nostri giorni.

Dico che salvezza e salute per me sono la stessa cosa. Scrivo salus perché la traduzione latina dal Campanini-Carboni dà: “salute, sanità, salvezza, guarigione, liberazione” ma anche “mezzo di salvezza, sicurezza, saluto, prosperità sorte e fortuna”: l’intero campionario della Città di Dio di Agostino.

 

L’altra sera, durante una telefonata, ho maturato assieme alla mia interlocutrice che la questione della salute si articola nella semplicissima e banalissima espressione “Si salvi chi può”.

 

“Si salvi” significa salvare se stessi, nel senso della azione di amore verso se stessi. L’azione rivolta a me stesso nel senso… verso il mio corpo. Si salvi se stesso… l’oggetto del salvataggio non può essere che il nostro corpo. Questo è l’egoismo maturo di cui ho sempre detto e scritto. Il “si” riflessivo è il nostro corpo. E ci si salva sempre nelle condizioni di pericolo, o dalle onde al mare, o dal pendio della montagna, o dal fuoco dell’incendio… ci si salva sempre nel corpo e mettendo in pratica una… pratica, una prassi, un saperci fare, un to know how. Fatti, non parole. La salus deriva soltanto da una condizione pratica.

 

“Chi può”, seconda parte della nostra frase. Il “chi” noi abbiamo imparato a dividerlo (dalla buona grammatica italiana) in “colui il quale”. Ovvero in… due persone. Colui e il quale: come a dire la nostra duplicità interna. Noi e il nostro altro interno, noi e la nostra alterità. Non si tratta di un artificio logico-linguistico. Il “chi” contiene sia il soggetto che la sua alterità, la diversità da se stesso. Il “chi” è sempre rotto tra identità e alterità.

 

“Chi può” è l’atto della potenza. Binario, strada, pensiero di futuro che l’uomo ha e che lo porta attraverso questa pratica verso la meta della salvezza.

Il Requiem:

 

Rex tremendae majestatis

Qui salvandos salvas gratis

Salva me

Fons pietatis

 

 

Ovvero, Signore salvami. Dio della tremenda maestà, che quelli che devi salvare li salvi gratis, salva me, tu, fonte della pietà.

 

La scena io la vedo così: la salvezza del corpo e dell’anima, rinvenibile in un aldilà soddisfaciente, io la vedo in un… “salva me”. Tira fuori me. Scegli me. Senza che questo sia un atto di prevaricazione verso gli altri o peggio un atto di… asservimento verso il Dio. Non sono un egoista, non faccio a gomitate per salire nella schiera degli eletti, non prendo il posto di nessuno. La insindacabilità del giudizio divino io non la sindaco, non prendo il posto di nessuno ma mi propongo. Prendi me Signore nel tuo progetto di Salvezza. Non ci si salva da soli ma ci si salva con qualcuno. Ed io a questo qualcuno, chiunque egli sia, io chiedo, io gli rivolgo una domanda. Senza timore che questo presentarmi al Salvatore sia un atto di egoismo. Il mio salvatore è sempre un altro a cui io riconosco tale virtù. Soprattutto nell’amore.

 

Scrive allora Salvatore Natoli nel suo recente libro Stare al Mondo, che è un po’ il rifacimento o ampliamento di Le cose ultime e penultime, di La Felicità di questa vita, e di L’Esperienza del dolore.

 

Il malato, il sofferente, ma anche l’ignorante è colui che non pone la condizione del suo piacere o della sua soddisfazione nella proprie possibilità. Ovvero nella propria potenza. Il soggetto malato è quello che non si pensa capace di salus. Sfugge direttamente o indirettamente, consciamente o inconsciamente alla questione della salvezza perché sente che non gli rientra nel pensiero.

 

Mettiamo la questione dal punto di vista dell’insuccesso. L’insuccesso uno se le vuole. E questa è la verità che noi facciamo fatica a riconoscere in noi stessi, ma non appena guardiamo le esperienze degli altri….rimaniamo convinti! Se io apro la finestra di casa mia, guardo gli altri, gli altri che stanno male o che soffrono o che… non concludono mi è fin troppo facile dire: “E’ perché te la vuoi”.

Molto più difficile dire la stessa cosa per la mia esperienza di dolore o di fallimento.

 

Per questo della salvezza bisogna avere un pensiero, un pensiero pratico ma soprattutto un pensiero di diritto. Io ho diritto a salvarmi. Il pensiero di diritto è… io al pensiero di diritto ho diritto. Penso sia chiaro a questo punto come alla parola salus io posso sostituire la parola piacere.

 

 

DESPERATIO SALUTIS

 

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Scrive Natoli: “L’antica catechesi cristiana insegnava che ci sono peccati che (e io questa storia me la ricordo, fin da piccolino me la ricordo, non perché abbia una memoria particolarmente elefantina) non possono essere mai perdonati. Tra questi c’è la desperatio salutis”.

 

Come dire che non amare se stessi è il peccato peggiore. Come dire che non pensare di accedere al principio di piacere è il peccato. Se il peccato originale è un peccato di superbia, il peccato della desperatio salutis non credo sia molto lontano dalla superbia.

 

Nella desperatio salutis, all’osso dell’etimo c’è il dis che significa “cattivo” e spes che significa “speranza”. Cattiva speranza. Una assurdità. Una bestemmia. Un ossimoro!!!! Non può esistere una speranza che sia cattiva e, se è cattiva, non è una speranza. Io spero nella mia fortuna, nel bene, nel successo, nella salute, nei soldi, cioè nel bene. Questo significa “non disperare”. La desperatio è un contro-lavoro, qualcosa che va contro la mia stessa salvezza.

 

Pensare, dentro di me, che “non ci arrivo mai” è una teoria, non è mai un atto, non è mai un agire, è un pre-agire o un presagire, il male che verrà.

 

Continua Natoli: “Colui che non nutre amore per se stesso è colui che ritiene di essere un irrimediabile”. L’irrimediabile è un Narciso.

Passaggio successivo, sta parlando ancora Salvatore Natoli,: “Nella sofferenza mentale è sì presente una componente somatica, ma è presente anche una dimensione di irresponsabilità”. Ossia chi dispera della propria salute è un irresponsabile. Papale papale. Potrei dire che non c’è niente da aggiungere su questa questione. Chi non ha fede di arrivare in fondo alla propria vita con le proprie gambe, Lucio Dalla “arrivare il forma al gran finale” e Freud “pulsione di morte che significa… arrivare a morire con le proprie forze”.

 

La pulsione di morte in Freud è un pensiero illuminante: non voglio essere fregato prima… io arrivo a morire come dovevo morire, né prima né dopo, né in un modo né in un altro ma… nel modo che era stabilito. Io ho libertà di morire, e questa è determinata dal mio corpo che va a morire come deve morire. Nulla di più e nulla di meno.

 

Natoli afferma che uno che pensa di non salvarsi è un irresponsabile verso se stesso ma soprattutto verso gli altri. Uno che pensa di non salvarsi, di non avere diritto alla salvezza, al piacere, alla soddisfazione diventa un peso morto. Vogliamo metterla così? Diventa un peso morto per la società, un peso nella economia della produzione di tutti che producono per tutti andare avanti.

 

Allora Natoli qui diventa sanissimo moralista: “Uno che dispera di arrivare alla fine nel senso della realizzazione di sé è uno che è debole nel senso della propria morale”.

E’ sempre una questione morale e la morale è sempre una questione banale, cioè semplice, del buon senso, della familiarità.

 

A mio modo di vedere un irresponsabile è un immorale perché non sa e non vuole rispondere. Con gente del genere noi non vorremmo mai avere a che fare. L’irresponsabile non è amabile. Non lo vogliamo. Non lo desideriamo. Uno che non è responsabile non ci interessa assolutamente.

Bruno Forte che è un grande teologo e lavora a quattro mani con Salvatore Natoli: “Perciò nella modernità spariscono assieme la salvezza e la redenzione. Nel momento in cui l’uomo crede di potersi salvare da sé stesso perverte l’idea stessa di salvezza”.

 

Proprio così, in quanto ci si salva con l’altro, mai da soli.

 

Laing, psichiatria democratica. Grande scrittore da L’Io e gli Altri: “Complementarietà. La donna ha bisogno di un figlio per essere madre, l’uomo ha bisogno di una moglie per essere marito, l’uomo senza la persona amata è un amante potenziale…la maggior parte delle identità ha bisogno di un altro”.

 

Laing qui non sta dicendo che noi stiamo meglio, viviamo meglio, siamo più felici se stiamo con gli altri e… amenità del genere… sta dicendo che la nostra stessa identità ha a che fare con l’altro. Nella nostra identità noi non ci possiamo pensare senza l’altro. E’ l’altro che ha la vista più acuta e più realistica della nostra. Se tu mi dici che sono così mi chiami per lo meno a pensare al motivo per cui io per te sono come tu mi dici. Poi il resto verrà. La definizione di me verrà se verrà. Con te meglio in quanto io sono un uomo di fede. Possiamo noi nella nostra vita, amici non essere uomini di fede? Diversamente sarebbe la desperatio salutis. Chi non ha fede è perduto. Perduto con le sue stesse mani.

 

ORFEO E EURIDICE

 

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Se io, quando facevo il chierichetto mi è rimasto impresso questo inghippo della desperatio salutis, quando facevo una delle prime classi delle elementari, ora non ricordo quale, mi è rimasto impresso nello stesso modo quando la mia amata maestra, che è ancora viva e viaggia in bicicletta verso i novanta, mi ha letto il mito di questi due qua, di questi due amanti. I due tipi del mito, che poco fa ho sentito ritrattato dal mio vecchio professore universitario di Filosofia, sono, manco a dirlo Orfeo ed Euridice. Sui quali mi è ancora inevasa la domanda: “Ma l’ha tirata fuori o no?”.

 

Certo è che l’immagine che ho avuto da scolaro elementare e che mi è rimasta tuttora è questa: Orfeo davanti che sta uscendo dall’Ade, Euridice di dietro. Orfeo arriva quasi alla meta e poi è come se dicesse: “No, non è possibile, non ce la faccio, non vincerò” e questo pensiero lo fa voltare e far ripiombare per sempre la povera Euridice tra gli inferi. Tra le grinfie di Proserpina e Posidone.

 

Bene, il mio professore Umberto Curi fa questo discorso, usando come testo la IV Georgica di Virgilio. Premessa, di Virgilio stesso: questa storia dovrebbe essere della serie amor vincit, vince l’amore, dovrebbe vincere l’amore, nel senso amor vincit omnia. E proprio perché l’amore vince io, fin da piccolo, non riuscivo a capire questa testa da… bigolo di Orfeo che mangia fuori tutto all’ultimo momento per cui Euridice avrebbe benissimo potuto dire… “ma chi me lo ha fatto fare a mettermi con un cretino del genere!?”. Ma andiamo per ordine. Vediamo le varie esegesi tra le quali la principessa è quella della follia improvvisa di Orfeo. Il musico dà un colpo di matto a pochi metri dal traguardo disperando appunto di poterlo tagliare.

 

Tutti gli esegeti si sono misurati su questa incongruenza: “Come mai Orfeo non riesce a fare a meno di fare una cosa (girarsi indietro) tutto sommato semplice?”. Io ho sempre letto questo colpo di matto come la sua incapacità di reggere al desiderio, un desiderio troppo forte lo aveva arso durante tutto il viaggio e… alla fine mangia fuori tutto.

 

Curi tuttavia si chiede, saggiamente, che cosa realmente era stato chiesto dagli dei a Orfeo tale che lui non ha saputo rispondere alla attesa. Di certo non gli è stato chiesto quello che è stato imposto a Sisifo. Porto dall’Ade la mia donna che era morta, non è cosa da tutti gli uomini e da tutti i giorni, sopporta ancora un po’, non sarà la fine del mondo… ed invece niente, Orfeo si gira. Ricordo ancora che quando la mia buona maestra leggeva in classe di questo tipo… a me prudevano le mani: non so ancora adesso come mai mi sia rimasta così impressa questa storia! Fatto sta che Curi va a vedere Virgilio, va a vedere il testo e scopre che gli dei avevano fatto con Orfeo un foedus, un patto che, per definizione non viene fatto da superiore a inferiore ma viene stipulato tra pari. Non è una condizione, un ultimatum quello degli dei.

Ciò significa evidentemente che tanto alta era la posta in palio e tanta alta doveva essere la difficoltà della prova. E la posta in palio era davvero alta: tornare dal mondo dei morti. Se la prova fosse stata facile noi adesso potremmo indurre che gliela hanno regalata su di un piatto d’argento ad Orfeo la sua Euridice.

 

Gluck porta in ballo una certa corresponsabilità di Euridice che fa la isterica, la smorfiosa e mette ancora di più in difficoltà la già di per se stessa fragile resistenza di Orfeo. Poi Monteverdi e Rilke danno e vedono altre modalità di comportamenti.

 

Virgilio ad un certo punto , descrivendo il volgersi indietro di Orfeo, usa il verbo respicit. Nel nostro Castiglioni- Mariotti al verbo respicio troviamo scritto: avere cura, amare, aver riguardo e significati di questo tipo. Allora io mi chiedo: gli dei allora hanno chiesto ad Orfeo, in fin fine, di non amarla, di rinunciare all’amore, non respicit? Nel senso che se ti prendi cura di lei, oppure continua ad amarla… la perdi. Nel senso che il sacrificio chiesto ad Orfeo era quello di portare su dall’Ade la donna amata a patto però di non amarla mai più. Ma in ogni caso Orfeo è un cretino al cubo in quanto se tu ami la tua donna, per salvarle la vita devi anche rinunciare ad amarla. O no?

 

A questo punto non può non essere intervenuto in Orfeo un qualche cosa che ha a che fare con la desperatio salutis. Lui deve essere arrivato a quel punto lì, a tre metri dalla salvezza ed aver disperato di riuscirci. Come le squadre di calcio che giocano bene ma hanno paura di vincere, del successo, di battere l’avversario, non riescono a materializzare la vittoria. Come se Orfeo avesse detto: “No no no, questa non è cosa per me, non me lo merito, non la voglio, non ne sono all’altezza, non ne ho il diritto…” e altre amenità di questo tipo.

 

Ma forse potremmo vedere in Orfeo, oltre che alla paura di vincere, anche un atto di aggressività nei confronti della sua amata. I risultati parlano chiaro: la condanna, la condanna del tutto, la perde, nel senso che fa perdere a Euridice se stessa.

 

Mi sembra che le possibili frasi di Orfeo, quando vede Euridice scomparire, possano essere di questo tipo: “Era destino”, “Doveva andare a finire così”. Ovvero la vera e propria desperatio salutis. Orfeo è un irresponsabile perché non ha creduto nella salvezza. Nella salvezza che può essere la vita ma potrebbe essere anche la morte. Arrivare alla fine della propria vita con le proprie gambe, senza incidenti. Invece l’incidente c’è stato, provocato da lui stesso. Amore e odio in Orfeo si mescolano, come ce li ha fatti vedere mescolati Freud. Orfeo è un immorale, torniamo alla accusa di Natoli. Non a caso appena fuori dall’Ade, la nemesi storica, le Baccanti lo fanno a pezzettini, operano il cosiddetto sparagmos, lo dilaniano. Per cui poi rimane la immagine di Orfeo, che la ha pagata cara perché la ha combinata grossa, della sua testa staccata dal corpo con la lira vicino. D’accordo, era un musico, un soggetto leggero ma fino ad un certo punto, in Monteverdi troviamo Euridice addirittura gelosa della lira di Orfeo, ma alla fine la paga tutta. Tutta fuori che la testa che gli risparmia il padre Apollo mentre stava per essere messa nel tritacarne da altre Baccanti. Leggero fino ad un certo punto in quanto egli era stato prima uno degli Argonauti, uno che era riuscito attraverso il suono della sua lira a fare piegare gli alberi in modo che potessero essere tagliati per costruire la nave Argo lanciata poi alla ricerca del Vello d’Oro. Lo stesso tema del viaggio e del ritorno. Leggero ma non l’ultimo arrivato, uno al quale Giasone aveva dato anche una certa fiducia, ragion per cui la desperatio salutis e nello stesso tempo la sua irresponsabilità lo portano alla perdita della persona amata.

 

Possiamo dire che Orfeo era un incapace di intendere e di volere? Come sarebbe stata la perizia psichiatrica di Andreoli? Assolutamente no. Orfeo era sano di mente e capace di intendere e di volere. Infatti le Baccanti sanzionano in quel modo. Disperando di salvare Euridice il suo odio la ha uccisa. Lui la potrebbe girare in mille modi ma i fatti sono questi. E l’odio che Orfeo ha per Euridice probabilmente, nel discorso della alterità interna, è lo stesso odio che Orfeo ha per se stesso: va a perdersi anche lui… e in che modo!! E con Orfeo ci fermiamo qui, salvo integrazioni successive.

 

 

Salvatore Natoli (ancora), parlando di salvezza usa l’espressione inglese self help. Darsi aiuto, aiutati che il ciel ti aiuta, anche se il self inglese è un termine piuttosto ambiguo.

Scrive Natoli: “La questione del self help quindi riguarda in primo luogo la struttura del carattere o la cura di sé. Bisogna sempre aversi a cuore, sempre dobbiamo essere competenti”. Natoli chiama qui in causa la grande condizione della salvezza, che sia pratica. La competenza non è grammatica. L’aretè greca, ovvero la virtù, è un saperci fare, una prassi, una pratica sorretta dalla conoscenza. Ognuno di noi, lo abbiamo già visto in molte occasioni, non è chi pensa ma chi fa. Competenza significa per noi desiderare quello che si può ottenere, non di più, non portare il proprio desiderio verso la frustrazione. Sapere, conoscere significa sapere e conoscere il proprio limite.

 

Un passetto in avanti. A mio modo di vedere questo self help, o questa salvezza, o questo diritto al piacere (ho già fatto in altre occasioni questo discorso) può essere sintetizzato nella parola amen.

 

“Il Cristiano, più che credere in qualche cosa presta fede a qualcuno, egli si abbandona a Cristo. Il Dio di Gesù come per gli Ebrei è il Dio dell’amen (stiamo parlando della Religione del Padre e della Religione del Figlio). Amen è la parola decisiva dell’Ebreo e del Cristiano. Amen in ebraico significa “dimostrarsi saldo, avere consistenza”. Come a dire che amen significa… avanti, avanti e avanti ancora, in qualche modo andrà a finire ed io spero bene. Non come Orfeo che la parola amen non sapeva nemmeno cosa fosse, e nemmeno il suo contenuto. “Il Dio dell’amen è tale perché in lui ci si sente sicuri e a lui si dice di sì”. Eccolo qua il cerchio che si chiude. La salute, la salvezza è dire sì a se stessi. Come il Padre è il Padre del sì, così la salute è il dire o dare sì a se stessi.

 

 

Il punto di appoggio che offre l’amen è quello appunto dell’inizio, dell’iniziare. Da qui in avanti. C’è sempre qualcuno che inizia. La prossima serata parlerò del Figlio come inizio. Ma per il momento mi pare che per l’amen valga la questione del futuro, della salvezza, anche del metterci una pietra sopra.

 

Scrive Natoli nel libro Delle cose ultime e penultime: “Per condurre a buon termine la vita l’uomo deve avere una certa capacità di indifferenza, di sano egoismo (ma non è Barcellona che scrive! Mi sorprendo anch’io come questo pensiero del sano egoismo torni fuori ad ogni piè sospinto nei pensatori che prendiamo in esame in queste serate). Ciò non comporta la separazione dagli altri ma la comprensione del qui e dell’ora della condizione umana finita”. Il qui e ora è l’hic et nunc di latina memoria, cioè la contingenza, la realtà, la verità vera. Finita significa che noi si arriva fino ad un certo punto. Noi avremo una vita infinita, nell’aldilà a patto che abbiamo un pensiero liberatore che siamo qui e ora, nella nostra piena e per questo prolifica finitezza. Il messaggio è, a mio modo di vedere, portentoso perché mette in simbiosi la accettazione della frammentazione della realtà che noi viviamo con la salvezza, con l’aldilà, se si vuole anche con la vita eterna.

 

 

LA VITA COME DONO

 

 

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Continua Natoli: “La accettazione della vita come dono è qui giocata nella ottica della modulazione del tempo. Conquistare il tempo con il tempo”. Modulare significa saperci fare con il tempo, renderlo soggettivo e dunque incidente e non soccombente la realtà che viviamo.

 

Laing nel suo storico L’Io diviso scrive: “Se l’individuo non è in grado di accettare come cose naturali la realtà, l’autonomia, la identità, l’essere vivo, etc., deve continuamente inventare dei modi per essere reale, di mantenersi vivo o di mantenere vivi gli altri, di conservare la propria identità. Deve lavorare continuamente per impedire a se stesso di perdersi”.

 

Il che significa che se noi non diamo per scontata la finitezza nostre e quella degli altri dobbiamo dannarci l’anima e sudare le proverbiali sette camicie ogni giorno per ritrovarci, per non perderci. L’io non è diviso (parafrasando il titolo del libro di Laing) se accetta che dentro alla propria identità ci sono tutti gli altri. E questi altri non fanno a spintoni, non gli danno gomitate né gli tolgono l’aria, anzi, sono aiuti per la sua esistenza e per la sua salvezza.

 

L’altro è incorporato nella mia identità, non è un optional, non viene dopo ma è integrato nel mio stesso essere me stesso.

 

Ancora. Un pensatore che ci potrebbe apparire mille miglia lontano, Ludwig Wittgenstein scrive: “Seguire una regola è una prassi. E’ proprio per questo che non si può seguire una regola privatim.”. Come a dire che la regola vale solo se vale per tutti. Ma non solo. La regola vale se io la faccio funzionare nella relazione con l’altro. Nel mio essere io la regola è monca di una parte, cioè dell’altro. Continua: “Come potremmo descrivere il modo di agire degli esseri umani? Solo descrivendo le azioni degli esseri umani nel loro brulicante intreccio. Non quello che uno fa in questo momento, ma l’intero brulichio delle azioni è lo sfondo sul quale noi vediamo la nostra azione”. Noi vediamo il nostro agire, il nostro fare, il nostro fare morale solo sullo sfondo dell’agire di tutti gli altri, sullo sfondo dell’universo, sullo sfondo del nostro essere uguali agli altri. In questo senso lo slogan “essere uomini è essere figli” trova qui una sua ulteriore e più profonda significazione. Privatim (ognuno per conto proprio, ognuno nel proprio orticello…) non c’è legge, non c’è regola. Quello che facciamo noi non lo vediamo solo in quanto lo facciamo noi ma lo vediamo… proiettato in un contesto universale costituito dallo sfondo degli altri. Solo in questo senso c’è salvezza. Io sono convinto che noi non possiamo avere un nostro pensiero privato di salvezza. La salvezza è un pensiero comune e universale. Oltre che una pratica di questo tipo. Ci si salva con l’altro.

 

Parlando di salvezza possiamo noi dire che… siamo salvi da qualche cosa, da qualche altra condizione, da uno stato precedente che salute non era? Come libero significa che prima uno era in uno stato di cattività. Ci si salva da un pericolo, la salvezza è sempre una condizione seconda rispetto ad una condizione prima del genere umano che tanto sana e salva non è? Io non so rispondere a questa domanda e… per questo passo alla prima parola.

 

 

TEMPERANZA

 

 

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La parola è temperanza. Ed io legherei subito questa parola ad un’altra che abbiamo non da poco frequentato: potenza. Per dire che la potenza non è niente senza la temperanza. Che la nostra storia sarebbe una storia meschina se fossimo uomini e donne che… possono senza sapere temperare la loro azione.

 

Scrive ancora il nostro Salvatore Natoli: “L’uomo deve entrare in potere di se stesso. I Greci avevano una parola eloquente per questo: enkrateia. Parola che in greco significa ‘diventare padrone di sé’. E’ questa la condizione che l’uomo deve perseguire se si vuole sviluppare”. Discorso che per noi significa che se l’uomo vuole salvarsi deve esprimere tutto il proprio potenziale per arrivare dove vuole o si sente di arrivare, cioè all’unica meta: la salvezza.

 

Continua ancora Natoli: “Solo chi è capace di enkrateia (e qui mi piace il discorso di Natoli che si adatta al nostro) cioè di temperanza, è capace di trattenere il proprio desiderio”. Ma a questo punto attenzione amici. Noi come lo abbiamo trattato finora il desiderio? Come un qualche cosa che ci rende liberi e da vivere nella libertà. Bene. Ora parliamo di temperanza, di saper trattenere il desiderio. Possiamo vedere contraddizione? Io direi di no proprio perché sappiamo che la soddisfazione del desiderio ha a che fare con il suo dimensionamento all’interno della fattibilità, della sua attuabilità. Questa è la temperanza. Intelligenza di capire fino a dove il nostro desiderio può essere soddisfatto.

 

Ma allora capiamo adesso meglio Orfeo che ha saputo trattenere ma solo fino ad un certo punto il proprio desiderio.

 

 

GUIDO SAVIO

 

 

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