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IL PERDONO

chi può perdonare? – girare pagina dopo averla letta – perdono come fede e speranza

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IL PERDONO

PREMESSA 1

“Nella parola ‘perdono’ la particella intensiva ‘per’ attribuisce al dono il valore di una offerta totale, incondizionata. Il perdono riflette la sua gratuità: esso rifugge da qualsiasi contabilità, materiale o spirituale” inizia Marco Bouchard nel suo saggio che, assieme a quello di Fulvio Ferrario costituisce un libro dal titolo “Sul perdono”, e il cui sottotitolo (“storia della clemenza umana e frammenti teologici”) ne indica contenuti e metodo.

Dono dunque, nella più stretta dinamica ed economia che la parola intende: mi muovo per qualcuno e per qualcuno rinuncio a qualche cosa.

A partire da quale condizione? Dalla condizione di una offesa reale ricevuta (non di un pensiero, di una fantasia o di una supposizione).

In che cosa consiste l’offesa reale dell’altro? Consiste in un dolore reale che io ho provato a causa dell’altro, di ordine fisico, morale, psicologico, relazionale, etc.

Ma già da subito la questione abbisogna di chiarimenti. E’ possibile che “la causa” del mio dolore sia esclusivamente e completamente legata all’altro? Certo. Ma altrettanto certo non nella totalità dei “casi”.

 

Essendo la nostra vita vita di relazione, accade che il dolore che io provo dal rapporto Io/Tu sia appunto un dolore “relativo”, ma sarebbe meglio dire “partecipativo”: la distinzione tra “offeso” e offensore” non è né netta, né chiara, né bilanciata.

Se passeggiando per strada ricevo un pugno da un paranoico, una tegola in testa caduta da un tetto, un pneumatico sopra al piede, uno spintone da un borseggiatore e “offese” di tal genere, la questione è fin troppo semplice: un altro è stato completamente responsabile del mio dolore. Ed essendo semplice la questione della attribuzione di responsabilità è semplice anche la questione del perdono: o lo do o non lo do. Essendo il mio dolore “esclusivamente e completamente legato all’altro”. E la questione è semplice perché tra me e il paranoico, tra me e il proprietario della tegola, tra me e l’incauto automobilista, tra me e il ladro non esiste relazione.

La questione diviene assai meno semplice quando io ricevo dolore all’interno di una relazione. Relazione affettiva, di amicizia, di parentela, di amore e tutte quelle che noi molto bene conosciamo. La questione è meno semplice perché la “attribuzione di responsabilità” non è mai netta né chiara, né bilanciata e di solito chiama in causa la coppia Io/Tu. E dunque il perdono è un dono difficile da fare. Difficile perché noi stessi ci possiamo sentire parte offesa e parte che offende allo stesso tempo (o ha offeso).

 

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Questa premessa distintiva è necessaria perché spesso le due condizioni si confondono. O meglio, ci è assai facile porci nella prima condizione passiva di vittima, piuttosto che in quella più attiva di corresponsabilità nella stessa offesa ricevuta. Per muovermi per qualcuno e per rinunciare (a favore di questo qualcuno), cioè perdonare, devo avere dei validi motivi, che non stanno certo nel piano della logica o della effettualità delle cose ma in un ambito molto più vasto e complesso che, come vedremo, non è difficile chiamare con la parola amore.

Ma non si tratta di un amore cieco, bensì di un amore ben oculato, in quanto prima del perdono deve venire il giudizio. Io devo esprimere il giudizio sulla parte che ha fatto l’altro nella offesa che io ho ricevuto. Ma devo anche esprimere giudizio sulla parte che ho fatto io nella offesa che ho ricevuto. Solo dopo questo lavoro può intercorrere il perdono. E se il perdono, per essere tale, deve essere totale, io perdonando l’altro perdono anche me stesso. Non esiste vero perdono che non sia relazionale.

Ben sapendo che non esiste “offesa” completamente addebitabile o all’Io o al Tu.

CHI PUO’ PERDONARE? 2

Il primo errore si perdona sempre. Questo sta scritto nel Codice di Hammurabi: “Ma se il figlio è colpevole nei confronti del padre per una offesa grave passibile di diseredazione, egli verrà perdonato purchè si tratti della prima offesa”.

Ma non sta dentro nel Deuteronomio: “ Quando i genitori diranno agli anziani della città:’Questo nostro figliolo è caparbio e ribelle, non vuole obbedire alla nostra voce, è un ghiotto e un ubriacone’ e tutti gli uomini della città lo lapideranno, sì che muoia;così toglieranno via di mezzo a te il male e tutto Israele lo saprà a temerà”.

La legge assira contempla ancora la scusabilità del primo errore in quanto il primo errore non può comprendere la coscienza della colpa.

Presso i Greci non esisteva una divinità specifica che comprendesse il perdono e quando la “ubris” degli uomini era rivolta verso gli dei non era concesso appello.

Nel Codice Teodosiano il perdono veniva concesso nelle famose “amnistie pasquali”. Salvo tre peccati: l’apostasia, l’adulterio e l’omicidio che erano colpe imperdonabili.

Questi pochi riferimenti storici per introdurre che cosa? La constatazione che il perdono, nella storia della umanità, è partito come uno “scusare” l’ignoranza delle conseguenze del proprio atto. Il perdono quindi come comprensione paternalistica dell’offesa che appunto veniva perdonata a patto che non si ripetesse. Il perdono era ben lungi dall’essere un atto di effettivo amore come trattamento e rivalutazione dell’offensore. Non solo all’interno della vita pubblica ma anche nella relazione intersoggettiva e privata.

Ma chi può assumere il posto di colui che perdona? Esiste nelle nostre relazioni, specie in quella dell’amore, chi può occupare a pieno titolo questo posto? Il perdono presuppone oltre che il giudizio anche la conoscenza. La conoscenza della “verità”. Nel senso che prima di girare pagina bisogna averla letta. Ma la verità è sempre relazionale. Il che significa che il dolore che indubbiamente l’Io arreca al Tu (o viceversa) non è mai mosso da due mani ma è sempre un’opera a quattro mani, anche se la distribuzione non è manicheisticamente spaccata a metà.

In ogni relazione esistono atti. Gli atti in cui c’è dolore vedono un “chi” fa del male e un “chi” si fa fare del male. In amore non esiste vittima e carnefice ma soggetti che partecipano al dolore. Prima di arrivare all’atto in cui qualcuno sperimenta dolore esiste una lunga storia, esistono antefatti e precedenti.

Per questo la questione del perdono è una questione difficile, proprio perché non c’è distinzione netta tra chi porta il dolore, l’offesa e chi l’offesa la subisce.

Detto questo tuttavia è anche facilmente constatabile che esistono relazioni affettive che comprendono atti in cui qualcuno viene leso dall’altro. O meglio, in cui l’una o l’altra parte avrebbe potuto fare a meno di recare l’offesa. Insomma, responsabilità oggettiva esiste: quella che noi chiamiamo “imputazione”, ovvero il rilievo di realtà che ognuno di noi deve attribuire alle proprie azioni attraverso la conoscenza.

Chi fa del male all’altro esiste, come esiste chi lo subisce, anche se questo fare e subire sono meno netti di quanto in apparenza si possa intendere.

PER GIRARE PAGINA BISOGNA PRIMA AVERLA LETTA 3

 

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Per girare pagina bisogna prima averla letta. Forse in questo risiede il perdono. Scrive ancora Marco Bouchard: “Il perdono non rappresenta mai una rimozione, una semplice cancellazione, ma è parola che rompe la legge del silenzio e della rimozione, una parola che costruisce la memoria per liberarci dal passato: una parola che comunque narra quello che è successo, uno sforzo rievocativo, un recupero spesso faticoso di elementi dolorosi”.

Il perdono è importante perché impedisce allora la trasformazione maligna della colpa, quella trasformazione che “invita” chi ha subito l’offesa a commettere a sua volta la stessa offesa verso il responsabile del suo dolore. In altre parole il perdono è uno stop alla vendetta. Vendetta che poi nelle relazione d’amore altro non è che la ripetizione di schemi, di richiami, di ricordi, del rinfacciarsi che spesso costituiscono la catena più dura da spezzare. Il perdono entra come tentativo di “chiudere” questa serie perniciosa; entra appunto come volontà di girare pagina, dopo ovviamente averne inteso i contenuti, altrimenti il perdono sarebbe una mera rimozione o una cancellazione che tanto benefica alla relazione certo non sarebbe.

Questa ripetizione porterebbe a quella che M. Balmary chiama “colpa nevrotica” che noi viviamo non tanto per le offese che abbiamo arrecato ma per quelle che a suo tempo abbiamo sofferto. Ma noi sappiamo anche se se c’è ripetizione nell’andare a scovare tutte le offese ricevute, il rapporto d’amore è destinato a precipitare. Poi chi non elabora le offese ricevute (e non ne vede la propria parte responsabile) non si libera dalla condizione della angoscia che lo porta a commettere, a sua volta, verso l’altro, le stesse offese che ha ricevuto, ovvero la vendetta. La vendetta è un sentimento ben più presente nelle relazioni amorose di quello che comunemente si possa pensare. Ed è proprio chi formula il proprio torto subito che ha bisogno di perdonare, per spezzare la catena che altrimenti lo porterebbe alla ripetizione e alla vendetta.

Francois de la Rochefoucald affermava che noi detestiamo le persone alle quali facciamo del male. Può essere una constatazione acida ma sembra avere un fondo di verità. Infatti chi commette in qualche modo un torto, poi non vorrebbe più avere a che fare con chi questo torto lo ha subito. Ciò per motivi che sembrano ovvi. Dal timore della ritorsione fino al disprezzo per chi ha avuto la “debolezza” di lasciarsi colpire.

E per perdonare occorrono le parole, anche se siamo condannati a non trovare mai le parole giuste, in quanto forse l’ombra della colpa subita è quasi impossibile da cancellare.

Secondo Walter Benjamin l’unico linguaggio possibile per dare corpo al torto subito e formulare il perdono è la narrazione. Scrive in “Angelus Novus” : “Se consideriamo il dolore come una barriera, che resiste al flusso della narrazione, vediamo che potrà essere infranto solo là dove la corrente è così forte da poter spazzare tutto quello che incontrerà lungo il suo cammino, fino al mare dell’oblio felice”.

Narrare che cosa? Saremmo portati a dire: i fatti così come sono avvenuti, ovvero la verità come noi la abbiamo sentita nel nostro dolore. Se io perdono l’altro non lo abbraccio in un atto indistinto, ma lo metto al suo posto e lo chiamo alla sua imputabilità. Solo in questo modo il perdono non sarà dimenticanza o rimozione. E il perdono è poi davvero un salto, se si vuole anche un salto logico, come intende Jacques Derrida nel commentare i brevi saggi di Jankélévitch sul perdono: “Il perdono, se ce n’è, deve e può perdonare solo l’imperdonabile, l’inespiabile – e quindi fare l’impossibile”.

Il perdono allora come atto di fede prima verso chi il perdono lo concede e poi verso il perdonato. Se io perdono l’imperdonabile entro nel campo della speranza che il mio perdono apra una strada nuova sia a me che all’altro.

Forse che perdonare il perdonabile, il veniale, lo scusabile, ciò che si può sempre perdonare, non è perdonare? Forse. O forse esistono livelli diversi di perdono in base alla offesa ricevuta? Forse. Forse il perdono è simile a un atto di follia? Forse per questo Edgar Morin, parlando del perdono, non accetta questa tesi e afferma che il perdono si basa sulla comprensione, riprendendo la radice greca “suggnomè”. Così che comprendere un essere umano significa evitare qualsiasi riduzione della sua persona all’atto che ha commesso, sia pure il più grave di cui un essere umano possa macchiarsi? O forse è più follia questa di Morin.

D’altra parte lo stesso Gesù non si è limitato a raccomandare il perdono puro e incondizionato, il perdono totale verso colui che ha offeso perché non sapeva quello che faceva.

Tuttavia lo stesso Derrida che affermava il perdono incondizionato, poi arriva ad una distinzione tra questo perdono puro, che egli chiama “incondizionale” da un lato, e dall’altro un perdono ”condizionale” , intriso delle logiche dello scambio e che di volta in volta prende il nome di scuse, rimpianto, grazia, prescrizione, amnistia.

In ogni caso è solamente l’atto del perdono che permette di accedere alla dimensione delle offese inaccettabili. Il perdono non può essere uno scambio perché presupporrebbe la condizione della restituzione: chi perdona dunque non si pone nella condizione di chi aspetta un risarcimento. Proprio perchè il perdono è atto che rompe la logica dell’economia degli scambi. Il perdono è gratis. Ed è tale gratuità che riposa nell’idea iniziale di un dono originario totalmente disinteressato.

La questione del perdono ci dimostra che ogni scambio umano è un contratto. Anche la relazione d’amore è un contratto. Lo scambio è compreso in questo contratto, ma lo scambio ha dei limiti intrinseci e non tutto può essere pagato. A volte nel rapporto si creano dei limiti “eccessivi”, ovvero impagabili..: e di fronte ad essi l’unica soluzione è il perdono. Quando il limite dell’amore diventa eccessivo non resta che il perdono . In questo caso il perdono supera la questione del contratto e dello scambio nella relazione. Il perdono tratta la materia del non negoziabile. E rompe la logica dello scambio e la sua economia.

Dal pensiero di “perdono possibile” inizia la nostra relazione con l’altro. Certo dobbiamo intendere che l’altro della nostra relazione non è obbligato a perdonare, ma al tempo stesso non possiamo non pensare nella speranza che il nostro errore o la nostra offesa nella relazione non possano essere perdonati.. E tale idea di gratuità del perdono riposa sulla idea che di un dono originario totalmente disinteressato.

PERDONO COME FEDE E SPERANZA 4

 

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Una delle domande più ricorrenti all’interno deella questione del perdono è se poi questo atto deva essere “richiesto”. Se io pecco verso l’altro, sta nel mio diritto chiedere il perdono, oppure il perdono mi è concesso dalla volontà dell’altro al di fuori della mia richiesta? A questo proposito scrive Jankélévich nel duo “L’imprescrictible” : “Il perdono!! Ma ci hanno mai chiesto perdono? E’ la disperazione e la desolazione del colpevole che solo potrebbero dare un senso e una ragione d’essere al perdono: Quando il colpevole è grasso, ben nutrito, prospero, arricchito dal miracolo economico, il perdono è una sinistra derisione”. La necessità della richiesta, come condizione del perdono potrebbe essere un agente favorente ma non determinante il perdono.

Ed un altra domanda si pone a questo punto: possiamo perdonare chi non ammette la propria colpa? Difficile. Purtuttavia muovendoci noi sempre all’interno di relazioni, è chiaro che il perdono può essere concesso soltanto da chi ha subito il torto. Nessuno può concederlo in sua vece.

Per Hanna Arendt il perdono è un atto miracoloso, un atto di fede che può essere praticato all’interno della relazione, e all’interno della storia. Il perdono diviene così un dialogo e l’inizio di un rapporto nuovo che comporta una trasfigurazione dei soggetti interessati e del perdonato in particolare. Il perdono scioglie i legami negativi e chi perdona di sicuro dimostra la maggiore forza all’interno della relazione.

Tra chi perdona e chi viene perdonato esiste una grande distanza. Almeno inizialmente. E’ la tesi di Paul Ricoeur quando mette in evidenza la sproporzione tra la profondità della colpa e l’altezza del perdono, anche se l’atto colpevole non sarà mai identico a se stesso nei diversi vissuti del colpevole, della vittima e dello spettatore estraneo.

Il perdono apre ancora al dialogo (anche se di scambio non si è trattato) e dischiude le porte verso il riconoscimento della umanità del male e della umanità del bene. Nessuna forma di perdono sarebbe praticabile se non comprendesse il pensiero della infinita debolezza e fragilità dell’essere umano. Anche per Gesù Cristo il perdono non è la restaurazione di una vecchia situazione ma l’avvio di un percorso relazionale nuovo, che tuttavia non può comprendere pensieri retroattivi. Una volta voltata pagina, la si è voltata definitivamente, altrimenti di perdono non si tratta.

Senza il perdono il senso di colpa diventa incontrollabile, una montagna che è impossibile spostare: il senso di colpa vive nel silenzio, il perdono conosce la forza della parola. Il perdono non è necessario ma entra a pieno titolo nel nostro diritto, a darlo e a riceverlo, come si dà o si riceve un dono.

Quando Cristo dice: “Rimetti a noi i nostri debiti “come” noi li rimettiamo ai nostri debitori”, nella logica del perdono, andrebbe corretto nel senso “Rimetti a noi i nostri debiti “infatti” noi li rimettiamo ai nostri debitori”. E Luca pone l’”infatti” come particelle del discorso che significa perdonare comunque. “Non ti dico fino a sette volte, ma settanta volte sette” è la risposta di Gesù a Pietro su quante volte si possa perdonare.

“Chi è senza peccato scagli la prima pietra” altro non significa che il perdono non può che essere totale, in quanto noi uomini non possiamo mai trovarci nella condizione della assenza della colpa. E il Gesù dei Vangeli Sinottici annuncia il carattere incondizionato del perdono come nuovo inizio della relazione con Dio, che porta con sé anche una nuova qualità di relazioni umane: è il pensiero che sostiene Fulvio Ferrario nel suo saggio “Percorsi di riflessione teologica”. “In una comprensione relazionale della vita – scrive Ferrerio – io esisto unicamente nel rapporto: il Gesù del quale parla il Nuovo Testamento ha vissuto ed è morto in tale prospettiva”.

Guido Savio