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CASA: “PARVA SED APTA MIHI” (?)

Molte persone che vengono da me, ovviamente, mi parlano della loro casa. Della cura per essa (donne e uomini). Della accoglienza che essa rappresenta, nonchè rifugio e protezione.
Ieri, ascoltando una signora che viene da me da qualche anno, viene fuori un discorso di questo tipo: “Io e mio marito stiamo meglio quando siamo in viaggio, in albergo, in nave, in aereo anche, in piazza, in casa d’altri, in bicicletta, etc…”.

Eppure della sua casa, questa signora, ha sempre avuto una “devozione” vera e propria.

Il mio pensiero (su questo discorso) è questo: la casa è la storia ma anche la ripetizione. La casa è il rifugio ma anche la costrizione. La casa è la realizzazione (magari) di una vita, ma non basta a vivere.

La realtà, la nostra realtà, quella che ci fa distinguere il giorno dalla notte, è la realtà che si vive in una piazza assolata, o in una piazza illuminata di sera mentre si fa festa, in una piazza che un giorno alla settimana ospita il mercato. La realtà (il principio di realtà di Freud) è in mezzo agli altri. L’esperienza di essere donne e uomini è nel pubblico, nel mezzo della folla, nel mezzo anche dei nostri pensieri, che però si formano guardando altri negli occhi. Magari al bar per un caffè.

Certo la casa, come  scriveva Ludovico Ariosto sul frontone della propria, può essere “parca”, piccola, ed anche “apta  mihi”, giusta per me. Ma se non c’è la piazza del mercato, anche la casa può diventare un semplice dormitorio del pensiero.

GUIDO SAVIO

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