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LA DOLCEZZA

Dolcezza

“Mister Rice ci aveva provato – nobile attenzione – a dare alla figlia un nome nel quale, chissà, potesse essere racchiuso un karma. Lui, amante delle buona musica, lo aveva colto in quelle partiture dove l’autore raccomandava all’esecutore una particolare morbidezza. Forse chiamandola in quel modo, gli sembrava di donare un accompagnamento beneaugurante alla vita della futura bimba. Ma non andò come aveva fantasticato ascoltando un concerto, o accanto allo stereo di casa. La figliola infatti, per un errore, fu iscritta all’anagrafe di Birmingham, in Alabama, come Condoleezza e non già Condolcezza. E, forse anche sulla scia di un destino forzato da qual piccolo scarto di sillabe, la signorina Rice, passo dopo passo, seguì una strada che l’avrebbe portata al ruolo di Consigliere per la Sicurezza degli Stati Uniti d’America e a essere tra i principali promotori e registi di guerra del pianeta” (Fausto Manara, Forte come la dolcezza, Sperling e Kupfer editori).

Vedrei la  dolcezza  come una possibile via di soluzione che può stare dentro, animare, rendere più possibili e pratiche tutte le forme di relazione ( a partire dall’amore e dal lavoro, che sono quelle che garantiscono a tutti noi la salute).

“Se la dolcezza fosse una forma di debolezza, se fosse soltanto il contrario della violenza, e il segno infamante di un’impotenza, non si capisce come sarebbe potuta sopravvivere, tanto a lungo, a tutti i suoi nemici”. Così si apre “Il Piccolo elogio della dolcezza”, l’ultimo libro scritto da Stéphane Audeguy, edito da Archinto.
Un testo leggero, ironico, a volte paradossale, per capire a cosa possa servire oggi la dolcezza.  Il titolo infatti stupisce. In una società aggressiva come la nostra, che posto conserva questo sentimento, spesso confuso con la mancanza di determinazione, e quindi, con l’atteggiamento di chi sembra votato all’autocastrazione, all’insuccesso? E poi quale tipo di dolcezza? “Quella che- dice l’autore – non è affatto una forma di debolezza, non è  un aspetto del non poter fare, anche se rifiuta di essere uno dei volti del potere”.

In questo senso, Audeguy,  riprende Paul Claudel e scrive: “Non le spine mi difendono, dice la rosa, è il mio profumo”. La dolcezza nella anagogica della musica è la accentuazione della durata delle note e dell’andamento. Per noi potrebbe essere quel “lasciarsi andare” che spesso tanta paura ci fa.   Ma la dolcezza non è “timore d’abbandono” .

Accade invece il contrario. “Per esempio la paura della solitudine può fare sì che, in una relazione di coppia, uno dei partner non esprima mai il reale disappunto, la vera insoddisfazione per qualcosa che non gli garba. Non si darà cioè la autorizzazione a esprimere il suo reale stato d’animo, e proporrà all’altro, anziché il “lasciarsi andare, l’avere fiducia, invece una dolcezza artificiale, strumentale, con la quale si illuderà di mantenere inalterato lo stile della relazione per ricavarne, al massimo, un gruzzolo illusorio di calore e armonia” ( Fausto Manara,  Forte come la dolcezza, Sperling e Kupfer editori).

La dolcezza non è un rifugio. Non lo potrà mai essere. La dolcezza sarà “sincerità” nel rapporto nel senso della accettazione di se stessi e del proprio limite a nella forza del perdone per se stessi e per l’altro.   Per questo la dolcezza “necessariamente” ha a che fare con la naturalezza, la dolcezza non si può fingere, la dolcezza “è allergica alle strategie” (Manara).   La dolcezza ha “necessariamente” a che fare con il corpo: il corpo del bambino, la carezza, in “trattare bene”. Sappiamo che chi non è stato trattato bene nel proprio corpo bambino, difficilmente tratterà bene il corpo adulto dell’altro. Essere dolci con l’altro è prestargli quella attenzione che noi vorremmo fosse rivolta a noi. Il nostro desiderio più grande è quello di essere pensato dall’altro. Io aggiungerei, “dalla dolcezza” del pensiero dell’altro. E dunque dalla reale concretezza nel rapporto: l’uno che fa il bene dell’altro. E reciprocamente.

  Guido Savio

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