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”FACCIO IL BENE (CHE POSSO)”

FARE IL BENE

A “CHI”?

Fare il bene. Noi siamo portati a intendere questa frase (che a volte un imperativo è diventato), nella accezione del “fare del bene all’altro”, oppure, sotto altro forme, “fare del bene al prossimo”. Che non è la stessa cosa (e più avanti vedremo anche perché).

Certo che fare il bene non è una realtà facilmente definibile. In quanto è viva sempre la questione del “bene”. Quale bene?

Se entrassimo nel dibattito filosofico sul Bene non ne verremmo fuori. Perché la definizione di Bene è assolutamente soggettiva. Il bene ognuno lo sente, e ognuno sente che lo “dà” in questo o in quell’altro modo che, in ogni modo, è incommensurabile sia nel darlo che nel riceverlo.

La attenzione, a mio modo di vedere, deve cadere sul “chi”. Chi è quello sul cui corpo il nostro bene si riversa? Chi è quello che sta in relazione con noi e apre quella strada particolare per cui il bene “passa”.

E dunque la questione del fare il bene è “a chi” faccio del bene.

Faccio del bene ad un soggetto che non so se lo vuole, non so se ne ha bisogno, non so se lo merita. A volte non so neppure chi esso sia.

E d’altra parte non so nemmeno chi o “come” io sia nel momento in cui mi arrampico sulla questione del “fare del bene”. A volte lo faccio con ragione, altre volte irrazionalmente.

La domanda trita e ritrita, è se io, nel momento in cui “faccio”, faccio poi alla fine per l’altro o per me. Alla fine se io sono un altruista o un egoista. Ma da questa domanda non se ne viene fuori. Sarebbe come infilarsi nella discussione sul sesso degli angeli, o dell’asino di Buridano, o del “cui prodest”, o del “chiamo io o chiami tu?”. In poche parole infilarsi in quelle domande che non hanno risposta e proprio per questo sono malvagie. Nel senso che è meglio non farcele.

Anche perché poi il filosofo afferma che “Il non porsi domande è la risposta alla domanda”.

Allora “fare” il bene. Con l’accento sul fare.

E il bene si individua proprio sul “fare”. Io lo posso fare alla persona che amo, a mio figlio, al mio amico, al mio paziente, al mio allievo, alla persona che incontro per strada. Ma è inizialmente difficile intendere se il “mio” bene è il “suo” bene. Anzi, di sicuro, inizialmente, non ci sarà mai questa coincidenza, e forse neppure posteriormente. Ma cerchiamo di procedere con ordine.

“Quod nos in continua variatione vivimus”, recita il filosofo e ci indica la differenza tra la variabilità del mondo e la stabilità del bene.

E il bene non è stabile. E’ mobile, dabile, esigibile ma non stabile. Fare il bene può essere seguire (o lasciarci andare) l’ umana variazione, l’umana debolezza, l’umana ambivalenza, l’umana difficoltà a rispettare i patti.

Ma può essere pretende l’assurgere dei nostri comportamenti a un livello superiore (indiscutibile) per cui il bene è il bene e non se ne parla più. E’ una questione morale.

Troppo facile sarebbe. Troppo semplice. Il bene è sempre relativo, relazionabile, contrattabile, contestualizzabile, e dunque incerto e caduco, ma proprio per questo vivibile dalla mutevolezza e dalla mancanza umana.

Allora se la vera felicità (fare e ricevere il bene) nasce dalla virtuosità delle nostre azioni e si chiude nell’interesse per il bene degli altri, chi è benefico e virtuoso con noi?

Lo è chi ci “lascia crescere” se siamo padri e “si lascia amare” se siamo amanti. Lo è in pratica chi lascia che noi “lavoriamo” in pace i nostri sentimenti senza compiere il lavoro al posto nostro. E lasciando che l’altro compia “in pace” il suo lavoro su di noi.

La tristezza altro non è che la opposizione al rapporto.

VIRTU’

“La vera felicità nasce dalla virtuosità delle azioni, che consiste essenzialmente nella preoccupazione disinteressata per la felicità altrui” scrive Antonio Trampus (A. Trampus, Il diritto alla felicità – Storia di una idea, Laterza, 2008, p. 131) commentando Mandeville sul compromesso tra agire egoistico e agire altruistico.

Per fare del bene all’altro è necessario il disinteresse, proprio che nel senso che se ci fosse interesse, noi, nel fare del bene all’altro, vedremmo prima il “nostro interesse”. E dunque cadrebbe la nostra virtù.

Eppure nel nostro fare del bene all’altro un nostro interesse c’è. E guai se non ci fosse. Io nel fare bene all’altro faccio bene a me. Nella successione temporale dei due eventi.

Il bene che noi facciamo all’altro è “quello” che per l’altro sta bene, nel senso che non è né troppo né troppo poco ma quello che l’altro riesce con leggerezza a portare. E che io riesco a portare nel darlo. Nel senso che a volte dare troppo bene poi…me ne sento un peso (“Ho fatto troppo? Troppo mi sono intromesso? L’altro avrà capito?” etc.)

Fare il bene dell’altro è soprattutto “preservare noi stessi” nella vita che conduciamo, in modo da non essere, per quanto possibile, mai peso per l’altro. Se io mi strapazzo, indurisco il mio corpo, offusco la mia mente, non è che faccia solo del male a me stesso. Lo faccio soprattutto all’altro in quanto costui o costei mi chiede di essere “presente” a lui, “sano” per lui in modo da nno creargli problemi.

E questa è una questione morale. La morale della continenza e della autodisciplina.

L’altro non lo possiamo caricare: nel bene e nel male.

Non possiamo “caricare” l’altro del bene che gli vogliamo. Per l’appunto il nostro moto deve essere disinteressato da una parte e interessato dall’altra, senza che le due accezioni entrino in contrapposizione.

Ma come facciamo noi a “capire” quali sono i termini dentro i quali il nostro bene sta bene all’altro? Direi che razionalmente non lo possiamo capire ma lo “sentiamo” con quello che tanti filosofi hanno chiamato “l’ordine del cuore”, “l’ordine dell’amore”. A partire da Agostino fino a Max Scheler.

SENTIRE

Verso l’altro noi viviamo un “sentire” che non è “capire”. Senza la pretesa che il nostro sentire sia giusto e calibrato.

Sentire l’altro come valore, come scrive Roberta de Monticelli: “I sentimenti costituiscono lo strato del sentire propriamente diretto sulla realtà personale. Se il sentimento, in generale, è percezione di valore, i sentimenti sono, o per lo meno implicano, disposizione a sentire gli altri sotto l’aspetto dei valori che la loro esistenza realizza, o delle esigenze che essa pone” (R. de Monticelli, L’ordine del cuore – Etica e teoria del sentire, Garzanti 2003, p. 111).

Sentire è da un lato prendere posizione nei confronti dell’altro e nello stesso tempo lasciare che l’altro sia libero di intendere la nostra posizione.

Sentire è lasciare che l’altro prenda posizione nei nostri confronti e noi viverci capaci di avere luogo interno per questa posizione (che può anche essere rifiutata, in toto o solo in parte.

Fare il bene è il “comportamento” più bello che io posso avere nella mia vita.

Comportamento nel senso che mi sento chiamato (prima da me e dopo dall’altro) a fare della mia vita un percorso che ha senso come “senso per l’altro”. Porto prima l’altro, e dunque imparo a portare me.

E l’uomo è felice solo all’interno di un contesto di libertà, di libertà “dall’altro” e di libertà dentro noi stessi”.

“La felicità, si dice, è fatta di attimi, ma quegli attimi illuminano la vita – scrive Salvatore Natoli-, ne rivelano la trama profonda, mostrano che la felicità siamo noi stessi. Essa, infatti, si mostra in ogni momento e in modo del tutto involontario come attaccamento alla vita, in una parola, come piacere di esistere” (S. Natoli, La felicità di questa vita, Mondadori, 2000, p. 86).

Quello che più colpisce è che l’uomo, libero di vivere, si “attacchi” alla vita se vuole vivere bene.

Il concetto di “attaccamento” non è un concetto filosofico, ma è una esperienza di vita che ci fa provare come la nostra vita sia più facile da vivere se noi ci siamo attaccati.

Ovvio non è l’essere attaccati per la fune nel senso della dipendenza, né nel senso del richiamo come istigazione a dovere realizzare per forza.

Io sono attaccato alla vita se sento l’aria che la riscalda, se sento la luce che me la fa vedere meglio, se accetto la notte che me la oscura perché notte deve essere.

In altre parole una delle componenti della felicità è la accettazione della vita, come essa è e non diversa da quella che è.

E su questa “possibilità” di vivere felice io esercito un potere; è il “potere” e “volere” cambiare la vita perché diversa la vogliamo fare diventare.

Allora fare il bene sta tra accettazione e volontà. Tra compromesso e spinta all’aria nuova. Poi, se bene guardiamo le nostre esperienze, esse tutte stanno dentro queste sponde.

Noi viviamo alla continua ricerca della “giustificazione” (che alla lettera significa che in qualche modo dobbiamo dare un senso a quello che facciamo) al bene che facciamo.

“Il nostro vivere –scrive Roberta de Monticelli – è un continuo “prendere posizione”, avere credenze e opinioni, convinzioni, fare scelte e agire” (R. de Monticelli, Esercizio di pensiero per apprendisti filosofi, Bollati Boringhieri, Milano 2006, p. 95).

Giustificare è dare senso, è dare percorso futuro a quello che facciamo. Il senso è la strada dentro alla quale noi indirizziamo il nostro fare il bene. Fare il bene non è un istinto fuori rotta ma un segno dentro una strada che noi abbiamo pensato.

Poi questa strada non sarà mai una protezione o una coercizione. Forse solo una indicazione. Ma l’indice, che ce lo diamo noi o che ce lo propongano gli altro, sempre un segnale sarà.

EGOISMO/ALTRUISMO

Fare il bene all’altro non può essere un pensiero disgiunto dal fare del bene a noi stessi. Ma proprio in questa massima e aspra accezione, il fare del bene diventa reciproco. Io per te. E tu per me. E’ la inevitabile e sacrosanta conclusione della relazione.

Conclusione nel senso che solo in questo modo si realizza il reciproco interesse: io faccio per te (il tuo bene) facendo il mio (bene).

A questo punto sappiamo benissimo come è intervenuta la discussione filosofica sull’egoismo e sull’altruismo, che di meglio non poteva fare che tacere.

Altruismo e egoismo si sposano. Ovviamente fuori della necessità di una loro definizione etica. In effetti egoismo e altruismo, “topoi” apparentemente antitetci, se ad essi si toglie la matrice pregressa, si trasformano in pensieri e comportamenti che benissimo stanno assieme. Anzi, che fanno dell’uomo il proprio essere libero: “faccio”: poi il bene e il male saranno quello che saranno. Esiste un egoismo “sano” e ne esiste uno “malato”: la differenza si pesa sugli effetti: se l’altro vive bene o male il mio “fare” con lui.

Se “La vera felicità nasce dalla virtuosità delle azioni” come sostiene Antonio Trampus, il fare il bene dell’altro non può disgiungersi dalla morale. Ma morale è solo ciò che viene nell’interesse delle persone (di solito due) che contraggono il rapporto.

Fare il bene è sempre una tensione verso la felicità.

Se mi muovo lo faccio per qualche cosa che mi dia piacere e che all’altro piacere dia. Anche se piacere e felicità sono due diverse entità. La conferma la offre il corpo. Nel senso che il corpo dice sempre la verità. Se sono felice il corpo me lo dice, e io non ho niente da ridire. Non posso confutare o sindacare i segni del corpo.

Ma il mio corpo non è mai solo, isolato, solitario, abbandonato, privato. Non è mai solo mio. Già il pensiero di corpo mi rimanda al pensiero di relazione.

“Il mio corpo – scrive Bruno Forte – non è mai solo e unicamente il mio corpo: esso è sempre il corpo per altri, allo stesso modo in cui gli altri cono un corpo per me. Me nel corpo dell’altro mi si annuncia ‘l’altro’, non altri settanta chili disposti nello spazio. Nel corpo dell’altro si annunci la apertura che mi viene incontro e che, nel suo venirmi incontro (…) mi chiama” (B. Forte, S. Natoli, Delle cose ultime e penultime, Mondadori, 1997, p. 43).

Se io penso che il mio corpo è “usufruibile” (“uti” e “frui” di Agostino) dall’altro, allora funziona la relazione, allora io faccio per davvero il bene dell’altro e dall’altro bene mi faccio fare.

Noi uomini non abbiamo tante sponde che ci rimandino la “certezza”. Dobbiamo accontentarci di quello che ci hanno lasciato in eredità i nostri genitori e di quello che noi siamo stati capaci di costruire nella nostra storia. Ma spesso non abbiamo storia sufficientemente attendibile che ci preservi dagli strali del futuro. Siamo degli “arrischiati” come afferma Heidegger, cioè gente che non è che vada allo sbaraglio, ma certo gente che si deve dare un costrutto se non vuole andare allo sbaraglio.

Il costrutto è il pensiero (non l’ obbligo) di fare il bene.

Il fare il bene è una costruzione, nel senso che si parte dalle fondamenta e si arriva al tetto. Che poi questo tetto regga la pioggia, la neve e tutte le intemperie…non lo sappiamo, ed è anche bene che così sia: l’eccesso di sicurezza è più angoscioso della semplice ansia di non conoscenza.

“Faccio del bene” a chi? Il “chi”, abbiamo visto, è determinante. Nel momento in cui io mi pongo nella logica-pratica di fare per l’altro… non guardo per il sottile. Faccio e vivo il mio fare. E tanto mi basta.

Allora il fare il bene si riduce al fare (nella compromissione e nella limitazione) che io non invado il territorio altrui.

Fare il bene all’altro è quando gli “lascio qualcosa” da fare. E gli chiedo io di fargli qualcosa. “Se voglio incontrare l’altro – scrive Bruno Forte – , devo passare per i suoi occhi. Di nuovo il corpo è apertura, relazione ma anche finitezza. Siamo gli uni misura degli altri” B. Forte, S. Natoli, op. cit. p. 44).

MISURA

La misura è allora la misura della reciprocità del fare il bene: se l’altro è la misura per me ed io sono la misura per l’altro significa che il fare il bene non sarà mai (non dovrà mai essere) “alla pari” (pretesa che distrugge molte relazioni); non posso pretendere che l’altro “ripaghi” il mio fargli del bene alla luce di una inesistente parità di quantità e qualità. Affinché esista passaggio del bene è necessaria la applicazione non della “mia” misura ma della misura dell’altro. Esiste una finitezza che consiste nel fatto che… si fa quel che si può misurando il nostro potere sulla capacità di ricezione dell’altro. Poi è chiaro che non può esistere “conoscenza” reale della capienza dell’altro, ma deve esistere senza dubbio in me il pensiero di tale capienza.

E’ il pensiero la regola. E’ il pensiero la misura che io ritaglio sul corpo dell’altro: penso a quello che per l’altro “può essere” il suo bene. Il corpo è il contatto ma anche la frontiera in cui esteriorità e interiorità dell’essere umano passano l’uno nell’altro. Proprio di questo corpo io devo avere pensiero, cura, attenzione.

Pensiero è il sentire di cui parla la de Monticelli. Noi non siamo sempre compostezza, padronanza di noi stessi, conoscenza dei nostri limiti. Anzi. Spesso ci ritroviamo smisurati e sregolati: ci sentiamo come non vorremmo essere. Ed è questo il momento in cui il fare il bene ci viene in soccorso. Un fare che oltrepassa, scavalca la autoriflessione che noi siamo tentati di instaurare con noi stessi. Autoriflessione, tanto per semplificare, è la lamentela sul mio “male”.

Ma il fare il bene è anche semplicemente la vicinanza al corpo dell’altro: il limite del mio corpo e del corpo dell’altro che si fanno unione dentro un parlare anche senza parole, di un pensare anche senza pensieri. Il fare a volte è il “non fare niente” (per forza).

Quella che comunemente si dice spontaneità. Quella che la filosofia ha definito per millenni “Agisci secondo natura”. Allora sta nella nostra natura fare del bene all’altro? O sta nella nostra natura preservare se stessi dall’altro (come possibile fonte di pericolo)?

Nel Medioevo cristiano questa massima è poi stata tradotta nel senso che l’essere e il bene (fatto all’altro) erano la stessa cosa: “Ens et bonum convertuntur”. L’essere e il bene coincidono. Certo. Ma anche questo deve essere un nostro pensiero: il mio essere ha il fine, lo scopo, di essere il bene per l’altro. Il mio essere su questa terra non ha nessun scopo se io non faccio del bene all’altro. Questo lo possiamo facilmente verificare se noi ci poniamo la cosiddetta “questione morale”. Se io penso che la mia vita sta servendo non solo a me ma anche all’altro, allora…sono felice? Perché tante persone in questo mondo si occupano dell’altro alla ricerca della propria e della altri felicità? Perché tanto dare, tanto fare, tanto “sacrificare” per l’altro?

Un motivo ci deve essere per forza. Non credo che sia il motivo luterano del “naturaliter mala et vitiata natura humana”: l’uomo non è nato con una natura dedita naturalmente al male. E’ nato con una natura dedita al bene, che tuttavia ha molti incidenti di percorso in quanto il pensiero che noi nutriamo per l’altro, prima passa per il pensiero che noi abbiamo per noi stessi. Non che ci sia necessariamente contraddizione. Se faccio del bene all’altro, faccio del bene anche a me stesso. E questo non costituisce per me pensiero di egoismo.

Una mano lava l’altra: non è l’assioma dell’egocentrismo. E’ la pratica dell’amore per l’altro.

Per l’altro faccio meglio anche per me stesso. Io ho un patto con l’altro che è quello che se lui mi lascia solo a “pensare a me stesso” mi rimette nella angoscia. Ma se l’altro mi offre la sponda al mio fargli del bene, allora conferisce il senso alla mia vita. E’ sempre l’altro che dona. Sono sempre io che all’altro dono.

Ma in tutto questo percorso è certo che noi non siamo tranquilli. Anzi. Siamo agitati dall’altro e dal pensiero della strada che dobbiamo percorrere. “L’uomo è una inquietudine” scrive Hobbes. E che cosa può essere più vero di questa indicazione? Certo che noi tutti siamo inquieti. Ma lo siamo proprio perché siamo vivi. “Ens et bonum convertuntur”. Siamo vivi nel nostro “sentire” una continua chiamata, una continua riserva che l’altro ci lascia e che noi possiamo riempire. Nella misura e nel limite.

E la nostra inquietudine di uomini… può essere convertita, ma non necessariamente, in “quietudine” dell’anima? Probabilmente la felicità non coincide con la calma e la finitezza, ma conserva sempre dentro di noi uno stato di eccitazione, una instabilità, un sentirci sempre chiamati. E ovviamente a chiamarci è l’altro, il corpo dell’altro.

Scrive Salvatore Natoli. “L’uomo pretende di essere autosufficiente e si perde. Non solo ma diventa un pericolo per gli altri” (S. Natoli, Dizionario dei vizi e delle virtù, Feltrinelli, p. 34).

Risulta chiaro che è proprio questa pretesa, quella di autosufficienza, che ci porta lontano dall’altro prima di tutto nella accezione etica (diventiamo egoisti) e poi in quella economica (non facciamo i nostri giusti interessi), che, per essere tali, devono inter- essere con quelli dell’altro.

Ma esiste uno spiraglio, una strada, un viaggio, un percorso: quello che recita che se io invece penso al bene dell’altro in termine di valore, faccio anche il mio bene. Come è noto il valore si definisce tale in quanto è scambiabile. Non esiste un “valore solitario” o autosufficiente. Il valore va usato come sistema di scambio e in quanto tale diventa prezioso sia sotto l’aspetto etico che sotto l’aspetto economico.

Infatti sappiamo come non ci possa essere felicità senza soddisfazione e che la soddisfazione si lega al superamento del nostro pensiero di autosufficienza, si lega alla apertura all’altro come strada per il bene reciproco.

E la pratica del bene reciproco non può che essere una virtù. Una virtù che può esercitarsi e concretizzarsi in momenti (la felicità del momento), oppure in una vita intera vissuta nel pensiero che il “fare del bene” inequivocabilmente ingloba due soggetti, due realtà, due mondi: quello dell’Io e quello del Tu.

Il nostro egoismo invece ci porta a voler “ridurre” l’altro a noi stessi, a calarlo sul nostro desiderio, a fissarlo sulla nostra volontà, sul volerlo come lo vogliamo. Invece, e per fortuna, l’altro a cui inevitabilmente siamo chiamati a fare del bene ci si presenta nella sua incommensurabile “diversità”, che permette di mantenere la distanza, di non sovrapporre i posti, di non confondere e dunque annientare sia l’Io che il Tu.

Il pensiero che l’altro è “irriducibile a me” è il pensiero che sorregge il mio agire virtuoso.

L’altro è quello dell’amore, è il figlio, è il padre e la madre, è l’amico, il popolo del mondo. Direi anche proprio in questo ordine nel senso che il fare del bene parte dall’altro “viciniore”, quello con cui possiamo raggiungere la felicità più intensa ma anche quello che ci può porre le problematiche più crude. Non si può fare del bene al popolo del mondo se prima non si fa del bene al proprio amato, alla propria amata, figlio, alla propria figlia, al genitore.

Ognuno deve fare la propria parte e stare al proprio posto. I valori hanno un senso proprio perché hanno un ordine, un cardine, una gerarchia: prima viene questo, e poi questo, e poi questo… nell’ordine. Allora possiamo parlare di valore.

VALORE

Il Tu a me più vicino è il primo valore (con cui posso avere interesse) poi, nella scala, vengono tutti gli altri. Ma l’ordine va rispettato. Se io corro dall’altro lontano, che non conosco e che non mi conosce, per “fargli del bene” e non ho risolto la questione del fare del bene al mio “viciniore” resterò un infelice, uno che non sa pesare i valori e che dai valori non sa trarre felicità.

La felicità si mantiene un valore sé transita in ordine tra Io e Tu e Tu ed Io. Questo significa che esistono dei Tu che “vengono prima” degli altri, che hanno maggiore importanza di altri, che più degli altri chiamano il nostro bene e che del nostro bene hanno maggiore diritto.

Il cosiddetto “diritto alla felicità”, quello che Benjamin Franklin nel 1787, durante una seduta del Congresso, sottoposto dalle domande di un deputato sul perché non avesse introdotto nella Costituzione la parola “felicità” come diritto, rispondeva: “La Costituzione americana dà al popolo solo il diritto di cercare la felicità. Dopo di che dovete costruirvela da voi stessi”.

Molti, in queste parole, hanno visto il prototipo del “sogno americano”. Certo. Io ci vedrei anche una forte indicazione e spinta a mettere in pratica tutto quello che abbiamo detto in queste righe: la felicità è una costruzione derivante da un bene reciproco.

E dunque nemmeno il “sogno americano”, malgrado tutto, può essere considerato un atto di egoismo. Semmai il contrario: se io costruisco la felicità da me stesso, significa che sono con l’altro, vivo con l’altro, lavoro con l’altro, amo l’altro.

Il nostro essere è limitato, l’essere dell’altro non è conoscibile come noi vorremmo, la relazione tra questi due esseri non può che essere impostata all’insegna del bene (prodotto l’uno per l’altro e l’altro per l’uno), la felicità è legata al compromesso (qualcuno parla di sano adattamento) alla legge del mercato (legge morale ed economica), il mio interesse non può prescindere dall’interesse dell’altro, se il bene è relativo (è lo è) allora va fatto, il farlo è il passo imprescindibile verso la felicità, dell’Io e del Tu. Mi pare questo il sunto della questione.

Guido Savio