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E IL BAMBINO? E’ FELICE?

Bambino e Felicità

E il bambino? Il bambino vuole essere fatto felice(da padre e madre). E’ nel suo diritto. E nel dovere di noi genitori sta quello di rispondere a questa domanda.

La felicità del bambino è data dal giudizio che egli sa dare su se stesso. L’infante non è che non pensi, anzi. Pensa al fatto che il suo pensiero (su se stesso e sul mondo) gli funzioni. Vuole i suoi risultati.

Il bambino parte per questa strada nella logica più logica: quella di fare contenti i propri genitori ,in modo che da quella “contentezza” lui possa trarre la propria. Non è questo un ato egoistico ma la applicazione pratica del senso di stare al mondo.

“Fare contenti i propri genitori” significa che il bambino si affida, compiendo un vero e proprio atto di fede, al giudizio dei propri genitori rispetto alla sua capacità di soddisfarli. Diversamente non potrebbe essere in quanto il bambino non ha autonomia di giudizio da valutare da solo le proprie “prestazioni” (usiamo questo termine antipatico perchè molti genitori antipatici le richiedono ai propri figli).

Quello che il bambino compie, lo abbiamo già detto, è un “affidamento forzato”, alla cieca, che può comportare dei rischi, il primo rischio è che il giudizio dei suoi genitori non sia corretto, o addirittura sia malato. Ma il bambino non può fare diversamente. Non ne ha le capacità.

Allora il bambino può trovarsi “definito” da genitori che non hanno capacità a definire. Ma questo è il rischio del vivente che viene al mondo per causa di un altro vivente.

E dunque il bambino corre il proprio rischio, anzi, più rischi. Il primo è quello di vedere i propri sforzi vanificati da genitori che non sanno giudicare, cioè di avere a che fare con genitori indegni dello stesso ruolo per cui sono lì. Il secondo rischio è che il bambino, è proprio il caso di dirlo, non sentendosi capito (cioè giudicato bene) sospenda questa sua ricerca presso ipotetici e futuribili altri che lo potrebbero giudicare bene (giudicare bene significa secondo principio di realtà). In sostanza il secondo rischio è che il bambino vada alla cerca, ma, deluso, richiuda dentro di sè il desiderio di cercare qualcun altro diverso dai genitori che gli faccia capire come egli è veramente. E qui la situazione si fa difficile.

A questo punto o il bambino può cominciare ad assumersi la responsabilità di “pensarsi da solo”, senza avere, obiettivamente le carte in regola, l’età, la maturità per questo compito, etc. etc.

Possiamo dunque dire che esiste una strettissima relazione tra la felicità, la felicità del nostro bambino (come capacità di darsi una strada realizzabile e soddisfacente) e le stesse domande che il bambino si pone: “Che cosa pensa mio padre? Che cosa pensa mia madre?”. Di me.

A queste domande (che pure il bambino si pone) può corrispondere una inevitabile assenza della risposta. Ma anche qualche indicazione.

Il bambino, l’intero suo pensiero e desiderio, è che padre e madre dovrebbero avere lui solo come pensiero. Se si sposta da questa “presunzione” può avere delle indicazioni.

Ora, si parlava in precedenza delle domande, delle prime domande del bambino, e noi tutti sappiamo che queste domande del bambino, anche se tese a darsi una motivazione, una spiegazione plausibile sul problema (perchè di un vero problema si tratta, nel senso che urge una soluzione) della propria esistenza, del proprio posto, della propria identità, altro non sono che domande sulla propria sessualità.

Le buone teorie sessuali

Bene, la questione che ora qui ci poniamo è se il sapere elaborare delle teorie felici da parte del bambino, abbia a che fare con la sua capacità di darsi delle buone teorie sessuali. Cioè del “chi sono io”. Da dove vengo e perchè sono venuto a questo mondo.

Possiamo dire che tutte le teorie, addirittura, tutte le fantasie sessuali del bambino sono buone, sono normali, a meno che egli non si metta a lavorare di testa nel senso di darsi delle spiegazioni che riconducano alla monosessualità, che esista un solo sesso in altre parole (cioè esisto solo io), e che egli in questo modo abbia trovato la scappatoia per pensare che il proprio desiderio sarà simile al desiderio dell’altro, mentre la realtà dice (e in futuro dirà con voce ancora più forte) che il desiderio dell’altro è sempre diverso, ovvero la diversità parte dai sessi.

E’ interessante una curiosità, ma una curiosità che ancora oggi, per i pochi che la leggono, impressiona nella sua portata anticipatoria.

Ogni bambino ha la sua “psicologia”, cioè la sua competenza, il suo capire, la sua testa, la sua autonomia. Per questo psicologia della felicità è “applicazione” della psicologia del soggetto che abbiamo definito come competente sulle proprie questioni del corpo e dell’anima.

Bene, la prima competenza che è chiamato ad esprimere il bambino è sulle proprie teorie sessuali. Ora diciamo che poco conta che il bambino intenda che il fratellino nasca da una parte o dall’altra del corpo della mamma, oppure che egli stesso sia nato da un bacio o da una carezza dei propri genitori, importante è che il bambino esprima una teoria dell’origine (in quanto la teoria sessuale è una teoria delle fondamenta) che preveda la unione di due differenze, che preveda l’unione nella diversità di due desideri diversi, quali quello dei suoi stessi genitori, di metterlo al mondo.

Se il bambino esprime una teoria secondo la quale l’universale sessuale è un unico sesso (quello suo), il sesso stesso gli sarà interdetto, proprio in quanto egli ha interdetto dal suo pensiero il pensiero dell’altro sessuato diversamente da lui. Allora si capisce quale sia l’importanza che le teorie sessuali siano sane, qui proprio in quanto felici, cioè che consentano futuri, futuri di relazioni anche sessuali. Ovvero il bambino “non sa” da dove viene.

Forse qui si intende ancora di più la accezione di felice legata al sostantivo teoria. Se il bambino parte con il piede giusto nel senso del pensare, ovvero capisce che i sessi sono due e che questo è il prototipo che la realtà del mondo gli offre per intendere la differenza, allora, molto semplicemente e altrettanto semplicisticamente, avrà un futuro. La teoria che egli avrà elaborato funzionerà, sarà felice in quanto sarà rispettevole del reale e del vero: realtà e verità coincidono nella teoria. Risultato la soddisfazione. La teoria felice è allora quella che ha futuro e il futuro è garantito dalla coincidenza esatta tra realtà e verità: pensare che ci sono due sessi mi è servito per trovare l’altro sesso, ovvero trovarmi. Il cerchio si chiude.

Guido Savio