-Email -Email   STAMPA-Stampa 

ATTACCATI ALLA SOFFERENZA

ATTACCATI ALLA SOFFERENZA

Resta ancora un mistero il fatto che ritorniamo in continuazione sulle nostre sofferenze. Lo facciamo anche quando sappiamo razionalmente e per esperienza di andare incontro all’errore che ci porta dolore. Manifestiamo un po’ tutti un “attaccamento”, un certo tipo di “affezione” alla sofferenza. Certo è ipotizzabile che questo attaccamento possa pescare nelle parti più profonde della nostra psiche. Forse nelle nostre prime esperienze (vere o pensate) di dolore. Forse nella relazione con la madre, nell’accezione della dipendenza.

Non esiste comunque dolore maggiore della dipendenza, che da un lato riduce all’impotenza e dall’altro scatena pulsioni aggressive verso l’oggetto da cui si dipende. Tutti sappiamo quanto la condizione della dipendenza porti alla malinconia. Come alla malinconia porta la condizione del vuoto. “La noia può essere considerata sotto un certo aspetto uno stato di apatia, poiché con questa ha in comune la riduzione della percezione e delle risposte agli stimoli interni ed esterni, che la noia, tuttavia, è effetto della rimozione pulsionale piuttosto che della totale rinuncia alle relazioni con il mondo esterno” (Maggini C., Dalle Luche R.). L’apatia è una delle condizioni della non volontà, non è difficile capire come il soggetto che fa fatica a vivere una propria libertà nel desiderio, nel suo percorso verso il piacere, sia esposto alla dipendenza. La volontà non sempre è governabile e gestibile, anzi spesso si presenta contraddittoria e a volte confusa. “La divisione tra volere e non volere, il ‘partim velle, partim nolle’ (Agostino) appare come una vera e propria malattia. Non si agisce più aristotelicamente ‘in amicizia con se stessi: il volere è un disvolere, il dire sì è un dire no, la spontaneità esitazione e paralisi. La volontà divorzia da se stessa, così come il ‘potere’ dal ‘volere’” (Bodei R.).

E non esiste sofferenza che più fa male che quella determinata dallo stato di vuoto. “I sentimenti di vuoto intrattengono un rapporto di contiguità, se non di identità, con quelli della noia” (Maggini C., Dalle Luche R.)

Allora siamo dipendenti in un certo qual senso dalla sofferenza come un tempo siamo stati dipendenti dalla madre (ma “allora” era una questione di sopravvivenza: eravamo impotenti, senza di lei saremmo morti).

Non si spiegherebbe per esempio il fatto che noi figli, per quanto “trattati male” dai genitori, in modo tangibile, quasi mai riusciamo a separarci definitivamente da loro, anzi, a volte ci attacchiamo con morbosità maggiore a quella che avevamo da bambini. E’ forse il richiamo del sangue? Della sofferenza che poi tanto ci fa sanguinare? Forse è lo stesso motivo che induce quasi tutti i figli adottivi ad andare alla ricerca del genitore naturale? Spinti da un senso di vuoto? Oppure è una semplice curiosità? Un bisogno d’affetto primario? Un attacco al genitore autore dell’abbandono? Forse è tutto questo e molte altre motivazioni assieme. Resta il fatto che con ogni probabilità è nella dipendenza “reale” del bambino dalla madre il luogo che Freud definisce “ritorno del rimosso”: attaccamento alla sofferenza come attaccamento alla madre o a quel tipo di rapporto: l’essere risucchiati assorbiti dalla sofferenza anche quando ne conosciamo la causa e la natura, forse anche il nome, e malgrado ne conosciamo le modalità di soluzione.

Guido Savio

-Email -Email   STAMPA-Stampa