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“NON CE LA FACCIO” …

“NON CE LA FACCIO”

“Non ce la faccio” è la frase più frequente non tanto della nostra lamentazione quotidiana, quanto del punto della constatazione logica del nostro esistere. Se credo alla verità della frase “non ce la faccio”, effettivamente posso farmi del male, (oppure del bene, nella logica (perversa?) che il bene e il male sono sovrapponibili).

“Non ce la faccio” è la frase dell’ uccisione della speranza, anche se la speranza è l’ultima a morire. “La speranza non è senza paura (“Non dari Spem sine metu”): essa è segnata dal dubbio, e qualora la si spogli di esso cessa d’essere speranza e si muta in Securitas, sicurezza” ( S. Natoli.).

Il pensiero che “ce la faccio” invece è il pensiero che mi dice del mio coraggio e della mia capacità a “chiudere” quando per altri sono chiuse davvero, mentre per me iniziano giusto in quel momento, le cose: ovvero provo soddisfazione anche quando le premesse del mio stesso pensiero non mi direbbero altrettanto. Nessuno può iniziare una cosa nel pensiero che questa “vada male” Nessuno compie scelte nel tremore che le ginocchia gli si pieghino nel momento in cui l’altro “chiede” (rendiconto?). Molti lo fanno ma escono dal seminato, nel senso che entrano nella psicopatologia. Fuori da ogni moralismo, l’atto del coraggio non conosce padrone ma solo fruitore. Del mio coraggio hanno soddisfazione gli altri: io vengo dopo. Il coraggio, a mio modo di vedere, è molto legato alla capacità di affrontare il nuovo e ricevere la meraviglia che il nuovo comporta. Se pensiamo in modo molto pratico ci accorgiamo che tutta la vita è una meraviglia, e che la conoscenza nostra del mondo si articola sulla capacità di vivere meraviglia.

“La meraviglia è una passione auroralmente legata alla conoscenza, è l’aprire gli occhi al mondo con candido stupore e brama di saper cogliere lo ‘straordinario’” (Bodei R.)

Possono esistere anche “vuoti di coraggio”, ovvero il mio coraggio non arriva fino al punto in cui io desidero e forse anche fino al punto in cui l’altro se lo aspetta. Il vuoto non è un dato negativo o della assenza, e non necessariamente è un momento della solitudine: il vuoto diventa doloroso quando è portatore della assenza di senso.

Il vuoto non è dispersione, anzi la noia è luogo della dispersione, specie quando è incapacità a reggere il nostro desiderio su di uno stesso oggetto. La dispersione interviene quando il desiderio vaga senza capacità di ricerca della meta. Il vuoto che ferisce è quello svuotato dal presente e dal futuro.

Esiste poi una nostra certa “ipersensibilità” infantile agli eventi, alle relazioni, ai fatti, ai libri, ai film: siamo spesso colti, in pratica, da un eccesso di emozione o di eccitazione. Il mondo ci si presenta in un certo modo con i propri fenomeni, che hanno certo una loro valenza. Certa nostra “ipersensibilità” li esalta ed è assimilabile, guarda caso, alla “accidia” perché ci blocca nella azione, l’emozione ci inchioda muscoli e cervello. Ci blocchiamo non tanto per timore dell’errore, quanto perché il senso del vuoto è diventato perdita di senso. Chi è troppo sensibile corre il rischio di farsi del male in quanto “inappropriato” di fronte al fenomeno, ai fatti, alla realtà, alla televisione, ai giornali che… dicono quello che dicono e chiamano in causa tutte le nostre difese per difendersi dalla invasione. E chi non le ha, soffre. Se il senso ce lo dà l’altro…siamo perduti. Se ci impegniamo a darlo noi abbiamo qualche possibilità di uscita.

“ Il senso, in Lewis Carrol, è spesso presentato come ciò di cui bisogna ‘prendere cura’, l’oggetto di una ‘cura’ fondamentale” (Deleuze G.,).

Proprio così. La massima cura che noi possiamo e dobbiamo avere della nostra vita è per la nostra salvezza, ma soprattutto per il senso che noi sappiamo dare alla nostra vita, e anche dunque alla nostra salvezza. Perdere il senso è perdere la tramontana: ci costringe a continue domande ed a elucubrazioni nevrotiche che non hanno mai fine.

La passione invece, in un certo senso, “sbriga la questione” e non si pone tante domande sulla “evitabilità” dell’evento, dell’altro, della relazione e ci vede il senso già dentro. Il senso. Se io guardo bene, è gia dentro gli atti e i fatti. La passione non tiene conto dei “massimi sistemi” ma porta ad una soluzione pratica. Se la passione comporta e porta in sé dei segni, altrettanto non è per la accidia che dai segni si tiene lontana.

Può accadere che la sublimazione, anche di se stessi, possa portare al superamento di una angoscia iniziale e dunque anche alla “soluzione” della propria esistenza (prendiamo per esempio certe forme di ascetismo). In questo modo il tempo vuoto si riempie di ora in ora, di minuto il minuto, dalla presenza di una certa forma di ricerca, che nell’ascetismo è la divinità. Ma ci chiediamo: questo modo di trattare il tempo vuoto è dato dalla nostra incapacità a vivere la nostra solitudine? La sublimazione è sempre una modalità di fuga dalla angoscia? Le infinite forma di “fuga” dal mondo hanno questa caratteristica?

“La noia è propriamente l’ “Erlebnis” del tempo fermo, un tempo, per così dire, che segna il passo senza fine in una mortale ripetizione del sempre uguale’, un tempo ridotto dunque a un mero trascorrere, nel quale niente può accadere, ‘vuoto’ perché l’uomo stesso non vi si storicizza più” (Maggini C., De Luche R.). Un tempo nel quale non sappiamo più da che parte andare, in che modo servirsi del nostro giudizio, che è l’unico strumento che ci dice da che parte possiamo dirigerci.

Sappiamo che la noia è la incapacità di reggere il lavoro del giudizio guidato dalla propria ragione, allora si può scendere nella sublimazione. E in quanto tale (perché barra che regge il nostro fare) che il giudizio è la massima forma della passione (e anche della sincerità con se stessi e con gli altri).

Prendiamo ad esempio il cosiddetto “Discorso delle Beatitudini” di Cristo. Alla fin fine che cosa significa? E’ il discorso della “accettazione delle diversità”. Che se una persona si ritiene beata per un motivo, un’altra per un altro, e un’altra per un altro ancora, significa che la nostra limitatezza diventa spinta al movimento verso la parte dell’altro che le cosiddette beatitudini ce le ha diverse da me. Io sono chiamato dal fatto che l’altro è diverso, anche nella scelta (se di scelta mai si trattasse) della propria soddisfazione. Che l’altro cerchi la soddisfazione in un modo che è diverso dal mio è una garanzia per me che io lo trovi per me con maggiore facilità!

Qui la passione supera il corpo(se mai fosse possibile). La passione, se io la vivo, mi lascia intendere che esistono altri infiniti modi per raggiungere la soddisfazione diversi dai miei. E in più che io arrivo alla mia vera soddisfazione solamente se tengo presenti nel mio percorso questi infiniti altri modi. La passione “va oltre il mio corpo” e si lascia istruire o guidare dal corpo dell’altro alla ricerca della sua propria soddisfazione. “In questo modo il corpo è desiderabile non per la sua carne immediatamente presente, ma perché nella sua carne si manifestano una vita e una offerta a parteciparvi; basta infatti che la carne neghi questo sfondo e si raccolga nella sua immobilità, che il desiderio si estingue, raggelato dalla impossibilità di trascendersi. Il desiderio è passione” (Galimberti U.).

L’atto della passione ha radici profonde perché si pone come questione la comunione della soddisfazione dell’ Io e del Tu. L’atto del male non tiene in considerazione il percorso verso il bene che l’altro fa: questo è “fare del male agli altri”.

Guido Savio