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”ABBI CURA DI QUELLO CHE HAI”

“E’ bene che consideri con me quanto numerosi, grandi ed abbondanti siano i beni di cui tu godi. Se dunque per grazia divina ti si conserva tuttora intatto e inviolato ciò che possedevi di più prezioso nell’intero registro delle tue sostanze, potrai ragionevolmente tu piangere sulle tue disgrazie, quando mantieni il possesso di tutte le parti migliori?”.

A parlare così direttamente è la Filosofia, che tira le orecchie a Severino Boezio nel suo La consolazione della Filosofia quando lui accenna a lamentarsi di quello che ha perduto nella sua vita, senza ricordare quello che gli è rimasto.

Questo è un tema antico, anche vecchio e forse desueto: quanto noi siamo tentati a guardare (perchè di una vera tentazione si tratta) il bicchiere mezzo vuoto anzichè quello mezzo pieno.

Il discorso della Filosofia (che altro non è che l’autocritica di Boezio sulle sue lamentele, come lo è quello di Francesco Petrarca nel suo Secretum), è vecchio come l’uomo, potremmo addirittura risalire ali Libro di Giobbe.

Ma Boezio ha uno spunto “moderno”: noi piangiamo pur avendo, noi ci deprimiamo pur continuando a vivere, noi ci ritiriamo dal nostro impegno verso la vita pure in presenza della vita che ci continua ad elargire il motivo per cui continuare. Perchè allora non capiamo o non vogliamo capire?

Noi abbiamo un patto (non un dovere morale, non una costrizione, non un impegno) con noi stessi che ci “chiama” ad essere fedeli al motivo della nostra esistenza.

Il motivo è quello di vivere per noi stessi e di vivere per gli altri.

Senza un motivo non si vive, senza un vedere il nostro essere/avere non si vive, nella cecità melanconica veniamo meno al nostro patto e così difficilmente possiamo guardarci allo specchio senza abbassare lo sguardo. Boezio, dalla sua prigione, ci invita a liberarci di un pensiero: quello della pena, meglio, quello che “non vale la pena”. Di vivere.

Guido Savio

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