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LA GIOSTRA DI FERRO

PER IL MESE DI AGOSTO, IL MESE DELLA VACANZA, PROPONGO ALLE PERSONE CHE HANNO LA GENTILEZZA DI LEGGERE LE COSE CHE QUESTO SITO OFFRE, QUALCOSA DI DIVERSO DALLA PSICOLOGIA. MA FORSE NEMMENO TANTO: QUATTRO BREVI RACCONTI. UNO PER SETTIMANA. PER ESSERE LEGGERI. PER ESSERE BAMBINI. TUTTI NOI. QUESTO E’ IL TERZO.

LA GIOSTRA DI FERRO

In un paese di cui ormai nessuno ricorda più il nome, nel luna park, al centro, era situata una giostra di ferro. Tutto era fatto di ferro: i cavalli, le slitte, i pinnacoli, le bandiere, le stelle, la piattaforma, i seggiolini, i palchetti….. tutto insomma: dalla struttura portante fino ai minimi particolari.

Ovviamente tutto ciò comportava dei vantaggi e degli inconvenienti. Il vantaggio era la solidità della struttura; lo svantaggio il fatto che per metterla in moto quella giostra, e per poi fermarla occorreva un notevole dispendio di energia che nella maggior parte dei casi veniva lasciato all’inerzia ma che spesso però toccava al padrone stesso della giostra che, sudando rassegnato avviava gli ingranaggi e poi, con molta dolcezza, li faceva arrestare.

La dolcezza era la caratteristica più rilevante del padrone della giostra: da una parte una struttura così imponente e statica, difficile a muoversi e pesante; dall’altra la leggerezza del suo carattere e del suo modo di fare. Tutti i bambini che frequentavano il luna park erano innamorati di lui e lui sapeva farsi amare da tutti.

Era un uomo solo, forse era stato sempre solo, forse la sua vera compagna era la sua giostra, forse il senso della sua vita era quello di farla girare e di fermarla, per la felicità dei bambini.

In quel paese, sopra alla giostra, da parecchi giorni volava uno stornello. Solitario faceva ricercate evoluzioni anche quando la giostra era in movimento e lanciava le sue rincorse anche tra i cavalli, i pinnacoli, le slitte, i bambini stessi che ormai si erano abituati alla sua presenza: l’uccellino era molto piccolo, sicchè i bambini non si accorgevano né del suo canto né delle sue evoluzioni.

Ogni sera, quando le luci della giostra si illuminavano e il vociare dei bambini si faceva quasi assordante, lo stornello usciva dal suo nido e volava sopra alla giostra. Si può dire che ormai, dopo un certo tempo, conoscesse tutti i bambini che frequentavano la giostra. Li conosceva anche per nome dato che le loro madri o i padri li richiamavano in continuazione, e non poco si dava da fare lo stesso padrone della giostra di ferro per tenere un certo ordine ed evitare pericoli inutili.

I bambini, nessuno di loro, si era accorto che il padrone della giostra, tentando di mascherare i suoi movimenti, cercava però di nascosto di comunicare qualcosa allo stornello. Lo stornello non aveva bisogno che l’indicazione venisse ripetuta: si infilava sotto il tetto della giostra e per qualche secondo volava a girotondo sopra alla testa di questo o di quel bambino: la operazione passava inosservata tanto era il trambusto e il divertimento dei bambini e dei loro genitori.

Ma con il passare del tempo le dimensioni dello stornello crescevano: le ali si allungavano, il becco diventava più robusto, ma soprattutto il suo ventre cresceva. Cresceva, possiamo dire, fuori di misura di modo che ad un certo punto, qualche bambino e qualche genitore cominciarono a notare le sue evoluzioni, senza tuttavia dare ancora tanto significato alla cosa e senza tanto chiedersi il motivo di quella insistenza.

Passarono le settimane e anche i mesi e lo stornello aumentava sempre di più le sue dimensioni. Il padrone della giostra di ferro in qualche modo cercava di distogliere l’attenzione dei presenti da quell’animale, non tanto perché non si spaventassero, quanto perché temeva che qualche genitore andasse a reclamare.

Passati che furono un paio di mesi ormai lo stornello non ce la faceva più a volare: sebbene le sue ali fossero robuste, il peso del suo ventre era enorme e ormai attirava la attenzione di tutte le persone che frequentavano la giostra di ferro e qualche genitore cominciò a notare che tra il padrone della giostra e l’uccello esisteva una certa intesa: nessuno aveva capito di che cosa si trattava, tuttavia la cosa ormai era evidente.

Vicino al luna park, proprio a ridosso della giostra di ferro scorreva un torrente, piccolo, lento, recintato da una rete che correva lungo tutto il suo percorso.

Accadde così che una sera, tra la ammirazione e la curiosità di tutti i presenti, il padrone della giostra di ferro, tutto sudato nel suo sforzo di fermarne la corsa, si rivolgesse direttamente allo stornello. Gli parlò di fronte a tutti. Gli parlò con queste parole: “Grazie, adesso può bastare”. Sentite queste parole lo stornello si tuffò nel torrente e non emerse mai più.

Nessuno dei presenti intese il significato di quelle parole, e tutti rimasero storditi dal comportamento dell’uccello. Le madri si guardavano tra di loro, i bambini, forse meno incuriositi scendevano dai cavalli, finchè il padre di uno di quei bimbi chiese al padrone della giostra il significato di quella frase e come mai egli riuscisse a parlare con un animale. E soprattutto come quell’animale avesse sacrificato la sua vita a qual modo.

Al che il padrone della giostra a rispose a quel padre: “In realtà lo stornello non è un animale vero e proprio. E’ una specie di anima, di spirito buono che si prende cura delle persone. Dei vostri figli. Volando in tutti questi giorni sopra ai bambini egli si è preso su di sé non i dolori che i bambini hanno in questo momento, ma quelli cui andranno incontro quando diventeranno grandi. Ovviamente lo stornello non riesce a catturare tutti i dolori, quelli futuri, ma solo una certa parte. Però è già qualcosa. Purtroppo il suo destino non è felice: è quello di finire egli stesso la sua vita assieme ai dolori futuri dei bambini ai quali li toglie. Ma così sta scritto. E dopo di lui altri stornelli verranno e assolveranno al medesimo compito. Così sta scritto”.

Tutti quelli che avevano ascoltato il padrone della giostra rimasero zitti e si guardavano l’uno con l’altro: non avevano nessuna parola da dire.

Guido Savio