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CONOSCERE SE STESSI

CONOSCERE SE STESSI

PREMESSA

Il saggio “Amore e conoscenza (1915)” di Max Scheler è una intensa e originale chiarificazione del rapporto tra atti conoscitivi e atti d’amore nello spirito umano. I diversi temi in esso affrontati convergono nell’affermare il ruolo dell’amore, inteso come atto emotivo di natura intenzionale, in vista della conoscenza del reale nelle sue molteplici dimensioni. L’amore, per Scheler, si caratterizza come originaria via d’accesso alla realtà: è quell’atto che in certo modo la rende visibile, facendola riaffiorare dal mare del non visto e dello sconosciuto.

La conoscenza è strettamente legata all’amore come atto di comprensione del proprio limite. Non a caso già gli antiche greci avevano modo di affermare: “Chi non conosce il suo limite, tema il destino”.

E altrettanto strettamente legata è la nostra conoscenza alla nostra contraddittorietà, come afferma Nietzsche: “L’uomo è un animale non ancora stabilizzato” (F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra, in Opere ,vol. VI, 1, p. 12).

E ancora perché la felicità non dipende tanto dalla considerazione, dalla ammirazione altrui, quanto dalla piena accettazione di sé, che Nietzsche sintetizza nell’aforisma “Diventa ciò che sei” (F. Nietzsche, La gaia scienza, in Opere vol. V, Libro III, § 270, p. 158).

E ancora perché “… non c’è alcuna difficoltà a dire che chi è infelice in qualche modo è colpevole, perché è lui stesso causa della sua infelicità, per aver provvidamente coltivato un desiderio infinito e incompatibile con i tratti della sua personalità, che non si è mai dato la briga di conoscere” (U. Galimberti, I miti del nostro tempo, Feltrinelli Milano, 2009, p. 73).

CONOSCERE E AMARE

La conoscenza di se stessi è sempre stata considerata la fonte del proprio equilibrio. Tuttavia, proprio a titolo introduttivo, va posta una domanda: “Di che tipo di ‘conoscenza’ si tratta?”. Si tratta della conoscenza dell’intelletto, della “”ratio”, della misura? Oppure quella del cuore, del senso, dell’amore (ammesso che una distinzione del genere si possa fare)? <br<
Possiamo mai noi conoscere davvero noi stessi? Dove sta il limite della nostra conoscenza? Questo limite è alterato o facilitato dal fatto che sono “io” l’artefice della mia conoscenza (e dunque sono limitato o facilitato dal mio stesso approccio soggettivo)?

E ancora, quanto l’altro della relazione entra nel mio processo di conoscenza?

Come si può conciliare la conoscenza di noi stessi con il passare del tempo? Con il nostro stesso cambiare?

E’ chiaro che domande di questo tipo sulla conoscenza di se stessi se ne potrebbero fare a centinaia.

Quello che in queste righe mi interessa non è pervenire ad uno strumento “canonico” di cui noi possiamo servirci per sapere chi siamo, bensì ragionare sulle condizioni soggettive ma soprattutto “relazionali” che noi possiamo usare come occasioni o “luoghi” (non necessariamente precise) di conoscenza. Un approccio, in sostanza, ad una forma di conoscenza dinamica, che tenga conto della nostra continua evoluzione e dei tempi flessibili dentro cui noi siamo chiamati e pervenire a tale conoscenza (che ovviamente non sarà mai data una volta per tutte). Ma soprattutto che tenga conto del rapporto tra soggetto e altro nella pratica dell’amore. Cioè se l’amore reciproco sia il primo strumento di conoscenza.

In questo senso mi preme esprimere un altro dato introduttivo, cioè che la conoscenza di se stessi costituisce la base per la nostra offerta all’altro, ma anche per la giusta difesa dall’altro. Se io mi conosco posso amare l’altro ma anche difendermi dal suo “amore” che io non desidero.

La conoscenza di cui parlo qui non è la conoscenza “tecnica” di parti di noi stessi (intelligenza, passione, volontà, corpo, moralità, etc.) ma una conoscenza tout court che mi funzioni come “pensiero” di me stesso nella globalità di soggetto libero che io rappresento. Soggetto competente a esprimere le proprie potenzialità, prima tra le quali la capacità di amare.

A mio modo di vedere è importante questo passaggio in quanto la conoscenza di noi stessi, chiamiamola così “settoriale”, non esaurisce il bisogno che noi abbiamo di tale conoscenza nel momento in cui ci mettiamo in relazione con l’altro. Quando l’altro mi chiama, io devo avere un pensiero “globale” di me stesso; il quale pensiero, in quanto globale, potrà con maggiore facilità essere un pensiero di fiducia e di amore verso noi stessi. Mi do all’altro se mi vedo nella mia globalità, nel mio pensiero fiduciario verso me stesso (che comprende il mio essere “qui e ora” ma anche la mia storia).

Conoscere se stessi equivale a conoscere la nostra competenza in merito alla relazione, e, come ho ipotizzato, in merito all’amore. Il primo interesse infatti che ha il bambino nei confronti dei genitori è in merito all’amore. Egli osserva e cerca di capire come essi si amano per farne poi una sua competenza di amare. Il bambino non ha altri strumenti.

Saper amare è sapere conoscere se stessi perché vediamo nell’altro dell’amore il percorso e il successo o meno della nostra competenza. Se l’altro mi ama vuol dire che io mi sono offerto a lui come un soggetto che conosce se stesso e la propria competenza in amore. Se sono amato la conoscenza di me stesso ha avuto successo.

L’amore comprende curiosità, desiderio, domanda spinta, coraggio, gusto per il bello, conoscenza della storia, etc. Tutti, chiamiamoli così, sentimenti che vengono fuori naturalmente dal pensiero di valore che io ho per me stesso, dal pensiero di diritto ad essere amato che sta alla base del mio io. Allora il primo pensiero di conoscenza è sul mio diritto ad essere amato perché il mio “io” è competente in amore: so come si fa (che dopo i risultati siano consoni al mio desiderio, è un altro discorso che è strettamente legato all’incontro con la competenza in amore dell’altro).

Conoscere se stessi è conoscere la propria ricchezza e i propri talenti, oltre che i propri limiti. Situazione che non si può verificare se non all’interno della relazione. Il proprio “valore” conosciuto è l’amore per sé e ciò che serve per conoscere questo valore non lo si può sapere prima (a tavolino) ma dopo (nell’atto stesso d’amore).

Il pensiero di conoscenza è sempre un pensiero di sintesi, alla nostra volontà di fare sintesi e non parcellizzarci nel rapporto con l’altro. Il rapporto funziona se si “va oltre” i dettagli.

CONOSCENZA E CORPO

La conoscenza di noi stessi che viene attraverso il nostro corpo (segni, sintomi, messaggi, etc.) è la più difficoltosa in quanto il corpo è tanto “vicino” al pensiero e in quanto il corpo stesso è “implicato” nello stesso pensiero. In più il corpo di cui parlo è sempre il corpo della “apertura” verso l’altro. Capire se stessi attraverso il corpo è senza dubbio il percorso che porta ad un più alto grado di verità, ma a volte, proprio per questa implicazione corpo-pensiero la strada è difficile.

La strada è difficile in quanto lo “strumento” che noi usiamo per la conoscenza è sempre appunto relazionale, dunque relativo alla presenza dell’altro, al limite che è rappresentato dalla presenza dell’altro.

“Il mio corpo non è mai solo e unicamente il mio; esso è sempre il corpo per altri, allo stesso modo in cui in cui gli altri sono un corpo per me. Ma nel corpo dell’ altro mi si annuncia l’ ‘altro’, non altri settanta chili disposti nello spazio. Nel corpo dell’altro si annuncia una apertura che mi viene incontro e che, nel suo venirmi incontro, in quanto apertura, mi sottrae. Mi chiama. A partire dal suo corpo l’altro mi si annuncia come assenza, enigma, qualcosa di irriducibile a me, di irraggiungibile. L’altro mi si svela come mistero. (…) Se voglio incontrare l’altro devo passare per i suoi occhi. Di nuovo il corpo è apertura, relazione ma anche finitezza. Siamo gli uni misura degli altri” (B. Forte, S. Natoli, Delle cose ultime e penultime. Mondadori 1997, pp. 43-44).

Siamo gli uni la misura degli altri, per questo la conoscenza è difficile. E’ difficile in quanto il corpo dell’altro spesso può rappresentare un mistero, un luogo irraggiungibile, in ogni caso un luogo che non potremmo mai occupare completamente con il nostro desiderio.

Quanti corpi noi abbiamo incontrato nella nostra vita? Centinaia, forse migliaia. E di questi corpi ci siamo serviti per la loro e per la nostra conoscenza. Divenendo essi parte della nostra storia hanno poi costituito quella “gerarchia cumulativa” ottenuta con l’integrazione successiva dell’esperienza, e con il graduale passaggio dal più concreto al più astratto. Questo è il percorso della conoscenza secondo la psicologia. Ma è anche il percorso che ho ipotizzato all’inizio parlando della conoscenza “globale” di noi stessi dopo essere passati attraverso quella settoriale. In altre parola il nostro corpo lo si conosce solo come corpo globale, come corpo pulsionale del desiderio. Se lo spezzettiamo corriamo il rischio di ammalarci.

CONOSCENZA E VOLONTA’

Per conoscere noi stessi tuttavia abbiamo bisogno della volontà. La conoscenza diviene così un atto di onestà, spesso un atto di onestà che è il riconoscimento del nostro stesso limite, della nostra stessa mancanza in cui l’altro può intervenire. Non è certo questa la sede per entrare nelle questioni filosofiche inerenti alla volontà, tuttavia mi sembra che la questione della “contraddittorietà umana” non possa essere tralasciata quando si parla di conoscenza di se stessi, sulla quale conoscenza poi si articola la nostra volontà, il nostro fare, gli atti che fanno della nostra vita una storia.

Il poeta Alfred de Vigny nel suo ‘Le Mont des Oliviers’ si interroga, senza ottenere risposta, sul perché egli non riesca a procedere nella vita seguendo il cammino più facile, quello più semplice e perché, tutto sommato, ritorna a commettere gli stessi errori.

La stessa cosa se la chiede Paolo nella ‘Lettera ai Romani’ con il suo famoso “il bene che io voglio non lo faccio, e faccio invece il male che non vorrei”. E se la chiede anche la Fedra di Seneca quando grida disperata “Voi tutti celesti, siete testimoni che io non voglio ciò che voglio”.

Che cosa allora porta fuori strada l’uomo nel passaggio dalla sua conoscenza al suo atto di volontà? Ovviamente il suo essere contraddittorio, la sua incapacità di mantenere la ‘medietas’ che gli consentirebbe la consequenzialità logica tra pensiero e azione, tra conoscenza e volontà. Ma questa consequenzialità non è degli umani.

In effetti è questo uno dei grandi enigmi dell’uomo, forse il suo profondo mistero, quello che Freud ha chiamato la ripetizione, o il “ritorno del rimosso”.

Prendiamo Agostino, ad esempio. Agostino insiste sulla costante salvaguardia dell’integrità fisica e della purezza come vittoria sulle tentazioni mediante pratiche di astinenza. “Al centro dei suoi interessi campeggia tuttavia incontrastato un altro teme: quello del dissidio costitutivo della volontà con se stessa. La lacerazione ha ormai raggiunto l’ ‘interior domus’ di ciascuno, installandovisi saldamente e rischiando così di trasformare i singoli non in ‘domini’, ma in servi del proprio diviso potere. (…) La divisione tra volere e non volere, il ‘partim velle, partim nolle’, appare come una vera e propria malattia” (R. Bodei, Ordo Amoris, Il Mulino 2005, p. 74).

La nostra volontà è divisa, anche se la nostra conoscenza potrebbe darci delle indicazioni maggiormente precise in riferimento al nostro essere, al nostro corpo, all’essere e al corpo dell’altro. Tuttavia sappiamo che la caratteristica fondamentale dell’essere umano è la contraddittorietà appunto e la volontà non sottostà alla razionalità, che comprende la conoscenza.

Tuttavia sempre Agostino, seppure in una forzata traduzione del Vangelo di Luca, in un passaggio viene ad affermare che l’amore è più forte della volontà, quasi che per Agostino la volontà potesse trasformarsi in amore, quasi che l’amore potesse sconfiggere la contraddittorietà della volontà per dargli un ordine. In questo senso l’amore, per Agostino, è ‘ordo’, ordine, cioè sinonimo di sicurezza.

Voler bene all’altro significa innanzitutto “volere il suo bene”. Questo atto non può che essere un atto conseguente alla conoscenza di sé e dell’altro. Noi non possiamo avvicinare l’altro sia per parlare che per baciare, senza che prima ci sia stata conoscenza: conoscenza del pensiero che noi abbiamo di noi stessi in merito alla nostra competenza in amore. La quale competenza sì la possiamo conoscere dalla nostra storia passata, ma principalmente la “sentiamo” nel nostro corpo e nel nostro desiderio nel momento in cui l’altro fa apparizione (a volte è una irruzione) nel nostro mondo.

Per semplificare, la conoscenza che noi abbiamo di noi stessi si articola prima nel ricordo delle esperienze passate, ma principalmente nel nostro “sentirci” nella relazione con l’altro, nella partecipazione all’amore dei due corpi.

Il famoso “Conosci te stesso” diviene allora “Conosci cosa dice di te il tuo corpo nel momento in cui ami e sei amato”.

Se noi non conosciamo in questo modo noi stessi, corriamo il rischio di trasferire la nostra “ignoranza” (non “mancanza”) di noi stessi sull’altro, pervenendo a quel fenomeno che gli psicologi chiamano “proiezione”. Allora io non sono più io e tu non sei più tu ma siamo un caos, una mescolanza di sentimenti, di desideri, di affetti, e anche di giudizi che rendono confusa la relazione (non a caso Agostino parla di “ordo” come opposizione al caos).

“Conosci te stesso” allora può diventare “Accetta la conoscenza che l’altro ha di te”, nel senso che l’altro che i vede ha… più occhio nel cogliere la nostra essenza di uomini e la nostra competenza in amore.

CONOSCENZA E SENSO

Questa conoscenza così “relazionale”, frutto cioè del rapporto, in fin dei conti tende ad un unico fine: il senso. Noi viviamo sempre protesi alla ricerca della conoscenza del senso: senso di noi stessi, della nostra vita, del mondo, di Dio. Senza la ricerca di senso non vivremmo in quanto non avremmo pensiero di futuro e questo ci porterebbe alla staticità della malinconia. Dunque conoscere me stesso e conoscere l’altro significa trovare un senso, cioè una giustificazione, un valore di cui siamo portatori e che ci permette il domani.

Accettare l’avvenire è accettare il senso non dell’avvenire in sé e per sé, ma accettare il senso che noi sappiamo attribuire all’avvenire attraverso la conoscenza di noi stessi. L’avvenire viene verso di noi senza che noi lo conosciamo, ma conosciamo la nostra disponibilità ad accettarlo, ad assecondarlo, se si vuole. Questo è conoscere se stessi in quanto soggetti in possesso di una competenza capace di “incontrare” l’avvenire nell’incontro con l’altro e con il mondo. Incontro che avverrà in modo tanto più fecondo quanto noi di noi stessi avremo quel “giudizio” positivo e globale di cui ho parlato all’inizio.

In pratica più fecondo (felice?) sarà l’avvenire tanto quanto noi sapremo amarci attraverso la conoscenza di noi stessi.

L’avvenire avrà allora per noi un senso se noi sappiamo accedere al compromesso con le “cose” che verranno. Compromesso significa accettazione della diversità dell’avvenire rispetto al nostro desiderio su di esso. Compromesso è la competenza a rendere vivibile destino e sorte, per quanto amari essi possano essere. Non esiste infatti dolore sopportabile se ad esso noi non sappiamo dare un senso. E sappiamo tuttavia che a certi dolori è quasi impossibile attribuire un senso.

Senso altro non è che scopo e fine. Ma siamo noi che dobbiamo dare scopo e fine non solo ai nostri atti, ma anche all’avvenire del destino, anche se questo ci si presenza senza senso. Si tratta dunque di fede. Fede laica, fede umana verso la nostra salvezza, verso la nostra salute e verso la nostra soddisfazione. Non si tratta qui di farsi andare bene anche quello che bene non va. Si tratta di lasciarsi portare anche da quello che umanamente non conosciamo e non possiamo conoscere, sapendo che opporci, appunto, non avrebbe senso.

Allora noi ci conosciamo nella nostra forza e volontà di dare senso alle nostre “cose” e di accettare anche il senso sconosciuto delle “cose” dell’avvenire. Dare senso alla nostra vita significa aprire la possibilità di viverla con soddisfazione. Non esiste infatti soddisfazione senza il senso. La soddisfazione è certo una esperienza, ma prima di tutto è un mio pensiero di conoscenza di me come soggetto che si autorizza alla soddisfazione. Quante persone infatti vivono soddisfazioni oggettive ma non riconoscono se stessi autorizzati o meritevoli di viverle! E dunque le vanificano con sensi di colpa e indegnità. La soddisfazione è un diritto e questo è frutto della conoscenza di noi stessi di cui vado parlando.

La nostra forza individuale è legata ad un pensiero di diritto alla soddisfazione a cui ognuno di noi dovrebbe pervenire attraverso la conoscenza di se stesso, in base all’amore che noi sappiamo dare all’altro. Così la soddisfazione è la fase finale del percorso di conoscenza di se stessi, è il senso del nostro essere nel mondo, cioè saper amare e farsi amare. Il senso della nostra vita è essere soddisfatti sapendo che la mia volontà è caduca e il mio potere è assai limitato. Ma il senso della nostra vita è anche il pensiero che “a tutto c’è una soluzione” anche quando soluzione razionale sembra non esserci. Il senso della nostra vita è la soddisfazione di accettare noi stessi, di essere quello che siamo, di poter affermare, senza pretesa di sicurezza e di stabilità, “io sto bene qui”.

Guido Savio