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EDIPO (LEGGE PER LA SALUTE)

EDIPO

EDIPO IN FREUD

In Psicoanalisi la parola “Edipo” è sinonimo di legge, legge a cui il soggetto sottostà nel suo ruolo di figlio in riferimento alla sua coppia di genitori, che per l’appunto costituiscono il referente normativo. In sostanza il desiderio del bambino non può continuare ad essere onnipotente (avere la madre tutta per sè, in un rapporto più tenero che erotico) in quanto esiste una posizione terza, rappresentata dal padre, che funge da limitazione, da ordine, da direttiva al desiderio stesso. La coppia genitoriale, oltre che a costituire una coppia di natura (che ha generato) deve anche costituire una coppia di cultura (sa regolare) il desiderio del figlio.

Questa che così sommariamente esposta è la conclusione del percorso edipico, cioè la risoluzione della questione, questione che era partita come complesso, e che si conclude invece, appunto, con un atto di riconoscimento di una legge. Complesso che prevedeva un forte investimento del bambino per il genitore del sesso opposto e un odio altrettanto forte per quello dello stesso sesso che, proprio per il ruolo che nella coppia era chiamato a rivestire, si opponeva alla realizzazione di tale desiderio.

Il complesso di Edipo svolge una funzione fondamentale nella strutturazione della personalità e nell’orientamento del desiderio umano. Già nel 1897 Freud scriveva a Fliess: “…si comprende l’interesse palpitante che suscita l’Edipo Re (…), il mito greco che si rifà ad una costrizione che ognuno riconosce per everne sentita personalmente la presenza”. (S. Freud, Lettera a Fliess 7 marzo 1897).

Freud individua nell’edipo la componente fondamentale, che è quella della costrizione, dell’obbligo, della limitazione del desiderio, ciò che egli più tardi chiamerà con il nome di “castrazione simbolica” come accettazione che il proprio desiderio non collimi con il desiderio dell’altro e che dunque esista sempre uno scarto, una mancanza nella soddisfazione. Ciò al contrario di quello che è il desiderio del bambino che ha caratteristiche onnicomprensive e onnipotenti. Il desiderio si presenta sempre come desiderio della differenza, e solo la differenza mette in moto il desiderio.

Nell’Edipo Freud vede una componente universale, ontogenetica e filogenetica. Nel suo articolo del 1923 intitolato Organizzazione genitale infantile della libido Freud espone in modo completo la questione dell’edipo parlando della fase fallica (quella dell’edipo come complesso nel suo acme). L’alternativa a cui è posto di fronte il bambino in questa fase è espressa dai termini: “avere il fallo o essere castrato”. “avere tutto, o non essere nulla”.

Come si può ben capire l’alternativa non è posta tra due stati anatomici o due organi anatomici (pene – vagina), bensì tra la presenza o la assenza di un solo termine, il fallo. Avere il fallo significa essere costante oggetto di desiderio da parte dell’altro. Avere il fallo significa, fantasmaticamente, avere garantito il desiderio dell’altro comunque. Il fallo è simbolico e in quanto tale non è un diretto riferimento ad una parte anatomica. In quanto simbolico il fallo è staccabile, perdibile, acquisibile e da queste premesse, da queste presunte possibilità si sviluppano nel bambino l’angoscia di castrazione e nella bambina l’invidia del pene.

Il simbolico del fallo viene sviluppato da Lacan in “Phallus et sexualitè fèminine”, del 1964. Egli scrive: “In quell’epoca lontana il fallo simbolizzava la potenza sovrumana, la virilità trascendente magica e non la varietà puramente priapica del potere maschile, la speranza della resurrezione e la forza che può provocarla, il principio luminoso che non tollera nè ombre nè molteplicità e mantiene l’unità eternamente zampillante dell’essere. Gli dei fallici Ermete e Osiride incarnavano questa aspirazione essenziale”.

Dalla soluzione del complesso edipico (abbandono dell’idea di rappresentare fallo e spostamento del proprio desiderio verso oggetti esterni che non siano il genitore del sesso opposto) dipendono:

a) la scelta dell’oggetto d’amore che dopo la pubertà rimane caratterizzato dagli investimenti oggettuali, dalle identificazioni inerenti le figure genitoriali e dal divieto di attuare incesto.

b) l’accesso alla genitalità, che non è affatto garantito dalla maturazione biologica. Questo passaggio non avviene prima della soluzione del complesso edipico ed è un passaggio che riconosce la differenza sessuale (“i sessi sono due”) e dunque il dirigere il proprio desiderio verso il sesso opposto che rappresenta, per l’appunto, come detto prima, la differenza.

c) gli effetti della strutturazione della personalità con specifico riferimento alla nascita del Super-Io (coscienza morale, obbligo, divieto) che il bambino mutua dalle figure genitoriali. Il divieto che prima era esterno (“Tu devi…”) adesso diviene interno (“E’ bene che io…”).

Freud insiste molto sul fatto che l’edipo trascende il vissuto individuale, nel quale tuttavia si incarnano i cosiddetti “fantasmi originari” che strutturano la vita immginativa del soggetto e che sono altrettante varianti della situazione triangolare (seduzione, scena primaria, castrazione): in questo senso l’edipo è simbolico.

Una particolare importanza assume la questione dell’edipo nella trattazione che Freud ne fa in “Totem e Tabù”, 1912-13. Egli afferma che gli inizi della religione, della moralità, dell’arte convergono nel complesso edipico. Tutto parte dal rapporto con il padre, che è poi il rapporto della psiche collettiva con l’autorità. Il passaggio dalla stato di natura allo stato di cultura viene sancito da un parricidio (attuazione dell’odio dei figli per il genitore onnipotente, conseguente senso di colpa, instaurazione del totem che personifica il divieto) il nucleo fondante di ogni tipo di c, essendo appunto la civiltà, con le sue regole morali e le sue leggi, una diretta conseguenza del parricidio.

Freud in “Totem e Tabù” ha legato la apparizione del significante del padre, in quanto autore della legge, alla stessa morte del padre mediante uccisione da parte dei figli, mostrando che questa uccisione è un momento fecondo del debito, per cui chi commette tale atto si lega a vita alla legge come impegno a risarcire il danno. Dunque sarebbero il danno, il debito, il risarcimento le forme introduttive alla legge. La questione del debito è fondamentale in quanto l’istanza morale (soggettiva e sociale) è la messa in atto di una continua riparazione ad un danno commesso. Così come riparazione di una colpa commessa è l’asse su cui si articolano le dottrine religiose occidentali.

Nella dimensione del reale esiste il desiderio del bambino nei confronti della madre, che è un desiderio di possesso del tutto, è il desiderio di essere amato comunque. In questa relazione duale, improponibile nella realtà, si inserisce il padre che regola e limita il desiderio del bambino rivolto a tutto quello di inottenibile che la madre rappresenta. Il padre è colui che pronuncia il “no” di fronte al desiderio onnipotente del proprio figlio. Questo padre reale assume una posizione terza rispetto al legame duale tra madre e figlio. In sostanza la posizione del padre è quella di colui che afferma che l’altro del desiderio è diverso dalla formulazione e dal contenuto del desiderio stesso. La funzione della legge del padre è appunto quella di proporre la differenza.

Oltre che l’istanza del Super-Io dall’edipo dipendono anche tutte le formazioni ideali del soggetto che così viene a ereditare dalla figure genitoriali quei valori che egli intenderà vivere nella propria esistenza. Edipo è anche insegnamento della relazione del soggetto con l’altro (dato fondamentale per l’equilibrio psichico). Ricordiamo che tutti i disturbi psichici non sono questioni interne del soggetto ma difetti di relazione con l’altro. La legge che promulga l’edipo è una legge che attribuisce un posto al soggetto e un posto all’altro delle sue relazioni: le buone relazioni sono garanzia di soddisfazione e salute psichica.

EDIPO IN PRATICA

L’edipo allora visto nella nostra pratica di vita è sostanzialmente l’occupare un posto, stare al proprio posto, senza invadere il posto dell’altro, ovvero ponendo un limite al nostro desiderio che nel vivere nel mondo non ha la pensata onnipotenza che aveva nel pensiero del bambino.

Edipo è il numero “tre”. La legge è il numero tre, proprio nel senso che duo non facit collegium. Una società non può essere composta da due individui, ci vuole sempre il terzo, come in ogni rapporto è necessario, oltre ai due che lo costituiscono, il “terzo” che lo garantisce, ovvero la regola, la legge, la condizione, il compromesso, la pazienza, il limite, etc. Infatti quando detta legge fallisce si ha la “confusione dei posti”, ovvero lo stato di anarchia relazionale per cui nessuno è più riconoscibile come non sono più riconoscibili il bambino che prende il posto del padre, o la madre che prende il posto del padre, o il padre che prende il posto del bambino.

Il buona sostanza il disordine relazionale è l’indice più chiaro del fallimento della legge edipica e l’instaurarsi della malattia. L’isteria, per esempio, è il più plateale tentativo di sovvertire l’ordine nel senso della negazione del numero tre: l’isterica vuole sempre quello che vuole (senza mai ottenerlo) proprio perché non sa porre limite al proprio desiderio (di avere tutto il padre per sé).

Per questo ogni forma di soddisfazione è “edipica”, in quanto il suo raggiungimento è dato dal porre un limite al desiderio e dall’occupare il proprio posto nel mondo, a partire dalla triade familiare. E sappiamo che la soddisfazione è la condizione fondamentale della salute del corpo e dell’anima: senza soddisfazione non si vive e la si va a cercare ovunque, anche nei posti sbagliati, in questo modo ammalandosi.

Ci si ammala perché si è cercata la soddisfazione nel posto o nella persona sbagliata. Ci si ammala se si cerca la soddisfazione negli “oggetti”, divenendo da essi dipendenti.

Infatti la mia soddisfazione, per essere sana, deve essere relazionale e non oggettuale, dove per relazione si intende il limite che l’altro reale mi pone, e per oggettuale l’illusione dell’avere il “tutto” e subito (che è la perversione perché il desiderio tende a pervertire un ordine, in limite, una condizione).

La legge edipica declina una serie di articoli: il desiderio è il desiderio dell’altro (ovvero mi confronto con la diversità del desiderio dell’altro e non affermo solo il mio); il mio desiderio dunque è limitato dalla stessa presenza relazionale dell’altro; onnipotenza (e il suo rovescio della medaglia, cioè l’impotenza) scardina il rispetto dei posti e crea una forma di disordine insopportabile all’interno della relazione; la soddisfazione che il soggetto raggiunge è la prova che la legge edipica ha avuto successo; accettazione della mancanza all’interno della soddisfazione stessa e capacità di sopportazione di tale frustrazione; il riconoscimento della “alterità interna”, ovvero ognuno di noi ha un “dialogo” con se stesso, nel senso che esprime un giudizio da sé su se stesso, che lo richiama all’ordine e gli impedisce appunto il pensiero onnipotente; capacità di vivere dolore e frustrazione senza drammatizzare né enfatizzare (isterizzare); saper affermare il proprio “no” all’interno della relazione come forma di affermazione della propria identità, sapendo così vivere l’eventuale conflitto (certe paci comportano un dolore superiore alle più tragiche guerre); saper dire “sì” e saper dire “no” è un sapere pratico; l’edipo risolto dà accesso alla genialità, proprio come affermava Freud: se non si sta al proprio posto non si può nemmeno fare sesso (sesso come distinzione e separazione); la legge edipica ha sempre uno spessore “morale” (giudizio su se stessi e sull’altro) e questo valore morale ha una ricaduta sulla salute del corpo e dello spirito; la legge edipica comporta la accettazione di una spesa ed esce dalla seduzione materna che invece invita al costante risparmio.

La legge fallita invece autorizza il soggetto a formulare il pensiero di ingiustizia, di perdita, di danno subìto per cui egli si sente sempre a “credito” nei confronti dell’altro e dunque non sa stare al suo posto formulando nei confronti dell’altro continue ed esorbitanti domande.

Quello che Freud chiamava “tornaconto della malattia” è una ulteriore prova del fallimento della legge edipica in quanto il soggetto sceglie il dolore come “posto” per poter formulare domande continue ed esorbitanti. Pur di occupare questo “posto” doloroso, ma che permette una costante recriminazione, il soggetto malato può soffrire fino alla morte. Preferisce la morte alla ammissione della malattia del proprio pensiero. L’isterica, ad esempio, pur di non riconoscere che ha “sbagliato” (fallimento edipico) accetta dolori e sofferenze inenarrabili (e altrettanti ne infligge). L’isterica non “cede” alla guarigione perché il prezzo di ammissione del proprio errore (lo storico errore edipico) è troppo alto per le sue forze. E la sua rabbia per la propria insoddisfazione ben presto diviene sintomo. La questione morale per la isterica è difficilmente gestibile, infatti ella si permette di fare “certi gesti” senza porsi la domanda sulla loro conseguenza nella relazione. Infatti la isterica non ha mai “la coscienza apporto” perché è diventata troppo esperta a “fare la vittima”, e dunque non può credere a se stessa.

Edipo, in conclusione, diviene una pratica, quella di “trattare bene” se stessi e gli altri delle relazioni proprio perché i posti sono rispettati, le regole seguite, il limite accettato, il desiderio contenuto. Edipo è trattare bene il proprio corpo come sede irrinunciabile della propria salute. Io tratto bene il mio corpo nel momento in cui lo “lascio amare” dall’altro. Edipo è lasciare parlare il proprio corpo, che il nostro corpo parli la propria lingua senza paura, per noi e per l’altro. Edipo è offrire occasioni al proprio corpo perché goda delle soddisfazioni che merita e rinunci a quelle che non merita, sempre nella logica di un nostro interiore dialogo. Che in quanto tale diviene dialogo morale.

Guido Savio