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DIFENDERE LA PROPRIA SODDISFAZIONE

DIFENDERE LA PROPRIA SODDISFAZIONE

POTENZA

“Non uno di meno” è la affermazione della propria potenza e del proprio desiderio a vivere. Non è certo questa la frase della impositiva del dovere alla conservazione: chi si vuole troppo conservare, si perde; chi accetta di perdersi, si salva. Chi vive nella logica “a tutti i costi” vive nel regime della paura, e allora non giova né a se stesso né tanto meno agli altri: chi infatti va a fidarsi di uno che ha paura a non essere se stesso, a non accettare chi è? Nessuno, solo l’ingenuo.

Chi si fida di se stesso è uno che accetta di “consumare” la sua vita giorno dopo giorno, ma a un patto. Noi dobbiamo “combinare” nella nostra esistenza la accettazione del fatto che non tutto è nelle nostre mani, ma in parte. Questa posizione di compromesso ci pacifica con il destino e con il caso, e nello stesso tempo non ci inchioda alla croce della colpa: con la nostra volontà noi possiamo migliorare solamente la qualità della nostra esistenza: nulla di più: oltre non sappiamo.

“Mi basta così” è la accettazione di questo “oltre” che non sappiamo, ma nello stesso tempo è la alleanza con il tempo che, se mi dichiaro limitato, non mi sfugge: “il tempo è dalla mia parte” è la frase del diavolo, ma noi possiamo farne la frase dell’uomo: il tempo mi concede quello che “io” assieme a lui, vogliamo: il vivere semplice del vivere.

Se di questo vivere accetto le regole non mi farò mai la domanda “Cosa potrei fare di più?”. Questa è la domanda del capestro e delle malinconia, madre di tutti i capestri che noi annodiamo.

La risposta è semplice: “La giornata che ho trascorso è la giornata che dovevo trascorrere, non posso chiedere di più”: il tempo è mio amico (e dunque non è più del diavolo) se io non mi faccio troppe domande: la domanda è l’atto dell’andare avanti ma anche l’atto del rischio: devo sapere come, quanto e soprattutto a chi domandare, perché la risposta è un peso o un sollievo che io devo sapere gestire.

Ma non siamo marziani! Chi può tanto? Chi tanto può prevedere? E allora dobbiamo volare bassi, in cerca della terra e delle risposte della terra, dell’humus, di quello contro cui, per fortuna, ci si sbatte il naso contro.

Da piccoli bipedi che battono il terreno con le loro palme non possiamo non chiederci se la strada che stiamo percorrendo è quella giusta (ma anche sappiamo che il “giusto” non c’è). La strada giusta è quella del “comunque”: nel senso che vanno bene tutte le strade se noi le sappiamo percorrere bene e tutte vanno male se maldestri noi siamo.

Ora la strada che ci sta davanti è dritta ma ha anche dei bivi: l’unica garanzia che io ho è che la strada che mi si staglia davanti agli occhi, o è una garanzia, (follia?) (pura, ovvero, l’inverosimile) oppure è la sorpresa che dietro l’angolo tutte le strade riservano.

La sorpresa, per sua natura, comporta il cambiamento, ma non è detto che sempre sia così. Come palpitiamo noi nel momento il cui il cambiamento ci balena all’ orizzonte?

Se la sorpresa è cambiamento (e lo è), se l’altro che io incontro mi porta del nuovo, perché non godere soddisfazione? Soddisfazione e nuovo si tengono a braccetto nelle ore che noi passiamo o dolenti o gaudiose.

Le ore della soddisfazione sono le ore che noi passiamo con noi stessi aperti all’altro che mi può portare la novità. Le ore della soddisfazione sono quelle che dalla mia stasi l’altro me le ribalta con la sua stessa presenza (sennò che ci sta a fare l’altro nella mia vita?).

E quando l’altro mi porta la novità mi porta le ore nuove, mi sveglia insomma, non mi lascia stare come è giusto che nessuno mi lasci stare.

Se io guardo bene le ore della novità mi accorgo, che, se le voglio, sono le ore della soddisfazione: non esiste soddisfazione che non venga dall’altro: non esiste soddisfazione che non venga dalla sorpresa che l’altro mi fa: non esiste soddisfazione senza la quale io possa vivere, e, senza, ne muoio.

E questa soddisfazione non può che essere vissuta che nella condizione che è più consona alla mia natura.

Saltiamo il passaggio che dichiara “chi sono io?”, al quale non esiste risposta, e dunque tempo non deve essere perso; è danaro.

Dato che non so chi sono io, e difficilmente, per tutta la vita intensa che io posso tenere darò risposta a questa domanda, mi devo preparare alla risposta che mi darò io e alla risposta che su di me darà l’altro.

La soddisfazione che noi viviamo, e che è la fonte della nostra salute, ha un proprio “ambiente” (non può essere contaminato): l’ambiente è quello che chi è soddisfatto lo è per desiderio, chi non lo è, è perché ha fatto della propria soddisfazione un bisogno. Ma anche su questa questione non andiamo oltre.

E dunque l’ambiente della soddisfazione ha i suoi requisiti: soddisfazione (libera dalla dipendenza) è sapere essere soli; soddisfazione (sciolta da questa ambascia) è dare all’altro una possibilità di essere soddisfatto dal nostro essere vicino a lui; soddisfazione è sapere dare all’altro possibilità di offerta di darmi soddisfazione (questo è il connubio tra garanzia e sorpresa di cui la soddisfazione è alba e tempo sereno).

Gli altri danno “peso” alle nostre manie, ai nostri sintomi, alle nostre isterie, alla nostra psicopatologia, ma a noi il pensiero dell’altro sulla nostra “psicopatologia” deve interessare fino ad un certo punto: quello che conta è che sia “relativamente” centrato sulla individuazione delle mie debolezze.

IL PROPRIO FARE (ESSERE SE STESSI)

Io le mie debolezze le intendo soltanto se l’altro me le fa “relativamente” capire, non se me le sbatte in faccia: il coinvolgimento è un bene se esiste un bene comune che io voglio con te, ma che chiede anche che tu non mi dica tutto (fino in fondo) quello che pensi di me: questo mi schiaccerebbe: il coinvolgimento è che tu mi faccia lavorare perché “io” ci arrivi da solo. Il coinvolgimento non è mai solidarietà verso il “capire me stesso”. Nessuno lo può fare, e questo è un bene grande.

Poi, pensandoci bene, anche il pensiero di “essere se stessi” non è un pensiero che vada tanto bene: Nel senso che… chi lo può mai essere? E nel momento in cui lo fosse mai, chi potrebbe mai capirlo? Io sono me stesso nel momento in cui godo del mio presente e del mio tempo, senza spingerlo troppo avanti. Senza troppe domande.

In questo senso l’”essere se stessi” è assai transitorio: lo posso “sentire” nel fare delle mie parole e delle mie azioni che mi portano alla soddisfazione. Infatti la soddisfazione è essere “chi” si è e nello stesso tempo accettarlo nel momento in cui si è.

Ma a volte la domanda e la risposta vengono spontanee: “Io sono me stesso nel momento in cui vivo secondo natura, la mia, ma anche nello stesso tempo quella che il consorzio umano ha stabilito essere “natura oggettiva”. In altre parole io sono me stesso nel momento in cui sono soddisfatto e ne ho coscienza.

Io direi che essere se stessi sta nella fugace soddisfazione del proprio fare. Ancora più semplicemente: “io sono quello che faccio (con soddisfazione), cioè mi prendo quello che c’è e basta, “nulla di troppo”, altrimenti divento ingordo e corro il rischio delle tentazioni. Corro il rischio di voler sempre sapere quello che fa la mano destra e quello che fa la mano sinistra, mentre sappiamo che le due mani non lo devono sapere (è il principio di contraddizione che anima l’uomo). E la contraddizione è il sale della vita: quello che noi portiamo agli altri (che noi diamo per scontato, non ce ne accorgiamo nemmeno), e quello che gli altri portano a noi (e come ce ne accorgiamo!).

La nostra vita non cambia di ora in ora, ma di mezz’ora in mezz’ora, come una caviglia che un secondo prima era intatta e un secondo dopo è slogata e si gonfia e fa male. Chi è quel tiranno che ha determinato tutto questo? Quando il nostro corpo duole… bisogna seguirlo, quando il tempo cambia noi dobbiamo seguire il tempo, non possiamo non adattarci: non saremmo noi stessi. Giusto il contrario di quello che ci verrebbe spontaneo pensare, ovvero che essere se stessi è ribellarsi alla slogatura della caviglia.

TEMPO AL TEMPO

E’ sempre “altro” che ci dà il tempo, come il maestro di musica dà il tempo agli scolaretti, o il grande direttore d’orchestra ai professori.

E l’altro, oltre che il tempo, mi dà anche il vuoto, ovvero mi mette nella condizione della solitudine, mi mette nella condizione di confrontarmi con il mio tempo vuoto (senza essere sicuro di uscirne riempitore).

Il pensare al tempo, pensare al tempo che ci aspetta, a volte fa paura: ce ne può fare un po’ meno se… ci lasciamo pensare dal tempo, ci lasciamo “individuare” dalle ore che passano, e anche dalle mezze ore.

Se io tengo in piedi il palcoscenico di me stesso, spreco una energia prima che fisica, temporale: non ho infatti, quando sono a sera, quasi più energia.

Tempo al tempo è essere se stessi nel risparmio della energia che mi fa arrivare alla meta, sia essa anche solamente tirare a sera.

In questo tempo così ostentato e teatrale, la piccolezza degli altri ci fa sentire la nostra “grandezza”. Per questo il tempo vero, non quello del palcoscenico è quello dato dalla soddisfazione di accogliere “chi” viene da dentro o da fuori.

Se non accetto questo, cioè che l’altro “entri da solo in me” mi troverò prima o dopo contretto a chiamarlo con l’angoscia alla gola perche non sopporto piu la mia angoscia.

E’ in ogni caso chiaro che “da solo non ce la faccio” e dunque l’altro lo devo fare entrare proprio per essere realmente me stesso. Che poi l’altro sia anche quello che mi spiazza in ogni mio tentativo di lettura o di previsione… va bene lo stesso: l’altro non è un quotidiano da leggere, ma è uno che mi può spiazzare ogni tipo di lettura.

E come faccio allora io ad essere me stesso di fronte ad un altro così cangiante (o realmente o nella produzione del mio pensiero)? Mi adatto alla mia e dell’altro fluttuazione. Non posso pretendere di più: né da me stesso né dall’altro, visto che non mi è fisicamente possibile entrare nel corpo e nel pensiero dell’altro.

Se non mi adatto a questa regola i conti non torneranno mai e allora sarà angoscia garantita. La angoscia è proprio i conti che non tornano dentro al giudizio che io ho di me, ovvero dentro all’”essere me stesso”.

Il nostro giudizio su noi stesi non può ovviamente essere assoluto, altrimenti sarebbe pretenzioso e cadrebbe nel peccato di superbia.

Ma sappiamo anche che non bisogna pensare troppo: scelgo con la mia testa ma, una volta scelto, poi non ci penso più.

A volte, nel nostro pensiero, sembra che tutte le cose ci appartengano, e noi ne siamo responsabili o ad esse obbligati. Ma sappiamo anche che tutte le cose non ci appartengono (che orrore sarebbe!) e con esse noi non c’entriamo: e questa è una grande liberazione del nostro pensiero che le vorrebbe tutte dentro alle nostre mani.

E poi “tutte le cose” è una categoria che non esiste, non esistendo il tutto ma solo il tutto diviso nelle sue parti: io l’altro non lo posso volere nella totalità ma solo nelle parti che lui è disposto a darmi, e che io voglio prendermi.

SODDISFAZIONE

In tutto questo percorso la soddisfazione deve esserci per forza (pena l ‘angoscia) e noi andiamo a cercarla in tutti gli angoli della terra, in quelli buoni ma anche in quelli tristi. Pur sapendo noi che la soddisfazione è prima di tutto caduca e poco radicata; e in secondo luogo a poche cose verso le quali io dirigo il mio giudizio che esse siano soddisfacenti poi in “realtà lo sono.

Allora dove sta di casa la soddisfazione? A mio modo di vedere essa consiste nel saper andare “oltre” i singoli eventi che la determinano, per cogliere la somma del nostro “essere se stessi” che congloiba tutte le singole esperienze. La saddisfazione sta nell’andare oltre il particolare per cogliere la nostra totalità che ha dal vivere stesso, dall’essere in vita, la sua massima manifestazione.

Sappiamo noi effettivamente valutare la differenza tra l’essere in vita e l’essere (o il non essere) nella morte? Di sicuro la differenza è enorme, di una enormità che noi non possiamo nemmeno calcolare.

La soddisfazione è ricarica indispensabile per la fatica. Io prendo energia anche se mi stanco fisicamente, ma in questo stancarmi porto il pensiero in una condizione esterna ai motivi reali che lo hanno stancato. Io insisterei molto sulla questione della “ricarica”, anche se il termine può apparire eccessivamente meccanicistico. Esiste una prima linea in cui io produco il mio io, e una retrovia in cui lo carico: la retrovia è vitale. Ci si ricarica sempre da un’altra parte, ci si ricarica facendo qualcosa d’altro, ci si ricarica conoscendo qualche altra persona, facendo un viaggio, impegnando energia, etc. Di sicuro non ci si ricarica nell’ozio, non facendo nulla.

Infatti la fatica è la cartina di tornasole che indica che soddisfazione non esiste (ovvero che mancano il senso e il fine del nostro essere). Molte persone si incattiviscono quando hanno perso questa bussola, ma godono della cattiveria che possono esprimere perché pensano di “essere giustificati” in quanto affaticati, o delusi, o traditi, o manipolati, o…

La soddisfazione è sempre del corpo, del corpo in movimento verso una meta: se non c’è meta ci si incattivisce e noi abbiamo tutti i diritti di difenderci dalle persone cattive, in quanto la “cattiveria” è pur sempre un risparmio di energia nell’essere soddisfatti: prendo la scorciatoia, ma non so che in questo intento di sudare meno, consumo la mia vita nella insensatezza e intanto faccio del male agli altri.

LA DIFESA

Allora la difesa diviene non solo un comportamento adatto alla occasione, ma uno stile di vita. La finlità della difesa è quella di mantenere l’ordine: molto semplicemente, se un altro sul quale io ho espresso il giudizio di patogenia (cattiveria) vuole farmi del male… io mi difendo stabilendo un mio ordine che è dato dalla produttività dell’ordine stesso: ovvero mi devo mantenere sveglio se voglio difendermi.

La difesa è il giudizio che ci permette di stare al nostro posto nel mondo. E rispondo all’altro per le rime!

Difesa “di” e difesa “da”. La prima è la difesa della parte più integrata del mio io, ovvero della mia libertà. La seconda è la difesa dalla patologia dell’altro, che è la nostra realtà aperta al nostro posto nel mondo.

GUIDO SAVIO