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UN UOMO PIENO DI LIMITI 2

La posizione dell’”offeso”, di colui che dall’altro ha o pensa di avere ricevuto una offesa, è sempre una posizione di privilegio che consente (senza il pagamento di alcun senso di colpa) l’attacco verso l’altro e la obiezione alla relazione. La posizione dell’offeso altro non è che una teoria patologica per cui io penso di “avere diritto” al risarcimento per una presunta offesa o serie di offese ricevute. Diritto non dimostrato né dimostrabile. La posizione dell’”offeso” diviene allora una posizione “ansiolitica” in quanto consente il pensiero della ingiustizia e anche l’attacco alla stessa giustizia di cui non si è stati fruitori. Attaccare è sempre un modo per mettersi al riparo dalla angoscia. Nasce di qui quel sentimento melanconico controllato (i cui effetti benefici sono ben conosciuti) in cui narcisismo ed amor proprio la fanno da padrone.

Noi sappiamo che non possiamo essere o dire quello che vogliamo (ammesso che esista una conoscenza sufficientemente esaustiva del nostro volere): la posizione dell’offeso ci mette nella liceità di volere (dall’altro) ciò che vogliamo, contravvenendo alla regola fondamentale della relazione che richiama al rispetto della differenza dell’altro e soprattutto del suo desiderio.

Vogliamo sempre il nostro vantaggio, anche se questo richiede di porre delle intercapedini, dei diaframmi nella relazione con l’altro. Questa azione di “isolamento” diviene una difesa e nello stesso tempo un attacco che ci permette di vedere nell’altro il male per cui di lui ci lamentiamo, senza voler intendere che quello è lo stesso male che è presente in noi e che noi stessi tacciamo alla nostra coscienza.

Esiste indubbiamente dentro di noi una volontà di “fare del male” all’altro: piccoli mali magari, che spesso stanno dentro alle parole o ai giudizi.

Non possiamo nascondere che spesso il “parlare” degli altri è un “parlarne male”, quasi che questa azione per noi fosse vitale. Questo forse per prevenire che l’altro lo faccia prima di noi, ma molto più probabilmente perché il “fare del male all’altro” è una affermazione della nostra stessa identità.

Questa intercapedine che noi poniamo nella relazione crea indubbiamente una distanza. Distanza che si fa patologica nel momento in cui noi ci sentiamo “offesi” dalla cattiva volontà dell’altro nei nostri confronti. Questo pensiero ci autorizza al ritiro che spesso assume la forma della infedeltà.

Noi siamo infedeli all’altro quando ci rivolgiamo da un’altra parte, delusi dalla cattiva volontà che l’altro ha espresso nei nostri confronti, dal suo “disinteresse”, dalla sua “mancanza di sensibilità” o altre amenità di questo tipo. L’altro non sarà mai “sufficiente” di fronte alla operazione di idealizzazione che noi compiamo nei suoi confronti. Idealizzazione che ci viene “naturale” come afferma Freud quando parla del “grande uomo”. Abbiamo bisogno di protezione e di qualcuno che lavori al posto nostro, e se questo altro non compie questo lavoro secondo il nostro desiderio (idealizzazione) lo tradiamo. Non si spiegherebbe il motivo per cui l’altro “cade” così di frequente davanti a noi, davanti alla domanda che noi gli rivolgiamo. In sostanza noi non vogliamo capire il limite dell’altro, non accettiamo la sua mancanza o la sua contraddittorietà, la sua “non esclusività” nei nostri confronti. E’ da questa posizione di “delusione” che noi tradiamo, proprio perché non intendiamo il limite.

Il narcisismo impera soprattutto nella azione di “idealizzazione” che noi compiamo nei confronti dell’altro, che appunto non sarà mai all’altezza della nostra richiesta (che poi in patologia è una pretesa). Siamo tutti affezionati alla domanda eccessiva di attenzione nei nostri confronti: e questo diviene malattia. Narciso è colui che non sa denudarsi di fronte agli altri perché ha paura dell’immagine che lo specchio gli rimanda. E’ bloccato perché teme di incontrare il proprio limite. Che è poi il contatto con la propria frustrazione.

Sappiamo che sano è colui che sa sopportare il dolore e la propria frustrazione in quanto ha coscienza e conoscenza del proprio limite. Tutto questo sfugge a Narciso..

“Vorrei essere più di voi” è la frase che sottovento spira Narciso, nascondendola magari nel suo opposto, ovvero “Non sono all’altezza di tutti voi”. Ma bugie del genere sono facilmente smascherabili. E’ da sottovento che ci si oppone al rapporto, mai nella piena disposizione della propria onestà. Se il nevrotico affermasse chiaramente che si oppone al rapporto, non sarebbe più nevrotico. Se il nevrotico affermasse chiaramente il proprio limite sarebbe uscito dalla malattia in quanto attore di un atto giuridico, ma il nevrotico è sempre, da qualunque parte lo si voglia prendere, un fuorilegge. Il nevrotico non vede il proprio limite ma lo individua solo nell’altro, anzi è espertissimo in questa operazione che gli riesce sempre e lo porta a confermare la sua teoria patologica: “Non esiste nessuno che mi meriti”: il somma della idealizzazione.

Di più: il nevrotico non vede il proprio limite “ergo” vede quello dell’altro (non certo il limite prolifico dell’altro ma il limite che poi costituisce il motivo dell’offesa che egli rivolge all’altro e porta alla caduta della idealizzazione).
>br> Odio e superbia dimorano in questo meccanismo on/off: visto che non vedo il trave che è in me, e qualcosa per forza devo vedere, vedo all’ora la pagliuzza dell’altro..

Il super-io rende deboli e fragili (nella accezione perniciosa dei termini) ed è questa visione di me che mi impedisce di vedere il mio limite. Il non cogliere il limite rende realmente fragili e incapaci di sopportare dolore e frustrazione e rende impossibile la via della salvezza dalla angoscia. La angoscia è sempre una condizione di perdita alla quale narcisisticamente si oppone colui che del proprio limite non ne sa fare la propria forza. Angoscia è perdita e mancanza di legge, e la conseguenza è mancanza di ordine. Tale mancanza di ordine comporta la immediata perdita della autonomia, ovvero la esperienza della dipendenza, prima dall’altro reale, ma soprattutto dalle proprie stesse paure e inibizioni. Se io avverto che senza una certa persona mi è impossibile vivere, immaginare il futuro, il progetto ,etc. allora inizia nella relazione con questa persona una serie di comportamenti che grossomodo e approssimativamente potrebbero stare in questo elenco: a- odio la persona da cui dipendo in quanto è testimonianza palese della mia impotenza. B – posso fingere fedeltà a questa persona ma in realtà sono guidato dalla invidia e dalla infedeltà. C – il mio bisogno della sua presenza fisica accanto a me in realtà non è sincera perché prima o poi io rimarrò deluso e mi chiuderò nel silenzio . d – non essite in questqa “relazione” un vero dare e avere ma solo la logica dello sfruttamento. E – nla verità poi di questo tipo di relazione è una solitudine perniciosa che mi impedisce di crescere in quanto l’altro mi ha, con il mio consenso, esautorato. f – quando ricevo dall’altro da cui dipendo un bene, sono subito pronto a sminuirlo, a degradarlo e privarlo di valore (“voglio quello che voglio e ottengo quello che non voglio”) g –la soddisfazione, da intendersi come accettazione del limite e della mancanza mi è interdetta in quanto il mio status di dipendente mi spinge alla “idealizzazione della soddisfazione”. H – il timore di sperimentare angoscia mi tiene lontano da “tentativi autonomi” di soddisfazione in quanto la angoscia è sorella della inibizione.. i – chi è inibito odia praticamente tutti e soprattutto ciò che gli impedisce di costruire una propria soddisfazione. L – la alimentazione sostanzialmente saprofitica della relazione di dipendenza esterna porta ben presto le parti ad un esaurimento delle risorse ma soprattutto alla confusione. M – la confusione è una delle maggiori conseguenze della dipendenza. Ma quale confusione? Quella che porta alla astrazione, alla sostituzione del reale con l’ideale. Confusione e astrazione costituiscono le due facce della stessa medaglia. N – idealizzare = confondere = dipendenza = narcisismo : questo è il percorso, che lo si legga dall’inizio alla fine o dalla fine all’inizio.

Se io non vedo il mio limite lo vado a cercare per forza nell’altro, e trovo il male che volevo trovare, infatti tutte le mie incapacità io le devo trasferire nell’altro. Ma perché noi poniamo tanta ribellione alla accettazione del nostro limite? Perché non riusciamo a capire che il nostro limite è la nostra stessa forza? E questo limite noi tendiamo a nasconderlo maggiormente con le persone che temiamo di perdere, con le quali vorremmo continuare un rapporto “oggettuale”. E ciò è oltremodo inspiegabile in quanto sappiamo che ogni rapporto oggettuale, prima o poi, porta ad angoscia. C’è chi parla troppo, chi parla troppo poco, chi fa di se stesso un mistero, chi invece ostenta se stesso, ma tutti alla ricerca della negazione del proprio limite.
>br> E la non accettazione del proprio limite ha a che fgare con la non accettazione narcisistica della propria morte, Scappiamo dal confronto con l’altro come scappiamo dalla morte. Vogliamo sempre vincere sull’altro come volere disperato di vincere la morte. La cosiddetta paura è timore di non saper reggere nel tempo la perdita. E in più dobbiamo maggiormente difenderci da chi afferma che disposto a perdere se stesso pur di salvare l’altro. Forse solo il buon padre che lascia vincere al gioco il proprio figlio è felice di arrivare secondo, di perdere per salvare l’altro.Ma perché un padre siffatto è felice? Perché è arrivato primo con la sua volontà di accettare di salvare prima l’altro che se stesso. Ha vinto sul suo narcisismo. Invece proviamo ad osservasre quello che accade in noi quando siamo in presenza del successo dell’altro. Quanti sono quelli realmente capaci di godere per l’altro senza essere rosi dalla invidia o dalla gelosia? E noi sappiamo quanto l’invidia sia la madre di tutte le psicopatologie. Questo fa parte del nostro quotidiano pagare il biglietto per vivere, per stare a questo mondo. Stare al mondo significa saper stare al proprio posto e saper invadere il posto dell’altro solo nell’occasione di partecipare alla sua gioia: Ma quanta difficoltà! Noi facciamo fatica ad accettare la gioia dell’altro quando siamo poveri di soddisfazione per noi stessi e quando non siamo noi a portare la soddisfazione dall’altro.. Se è l’altro che la porta, bruciamo nel nostro limite, ci brucia il limite, e da qui la nostra ribellione. E allora rifiutiamo di pagare il biglietto.

L’invidia per l’altro che gioisce è sempre edipica. Per questo ci fa tanto bruciare: qui la dipendenza diviene confusione e conseguenti sono l’odio e la frustrazione.

La gioia dell’altro, specie nell’amore, dovrebbe essere un nostro monopolio, l’altro dovrebbe diventare un ooggetto e noi il suo alimentatore esclusivo. Reagiamo alle reali condizioni di dipendenza fantasmizzando dipendenze dell’altro da noi.

GUIDO SAVIO