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SULLA SALVEZZA

SULLA SALVEZZA

1 – SALVEZZA DI CORPO E ANIMA

Quando si parla di “salvare la pelle” si parla proprio di questo: salvare corpo e anima nella accezione più quotidiana e realistica della formula “metterci corpo e anima” per raggiungere una meta. La meta è sempre la salvezza.

Ma salvare “da che cosa”?. Ovviamente dai pericoli della vita, dai pericoli del tempo, dai pericoli che l’altro, compagno del nostro viaggio, ci porta, ma soprattutto difesa dai “pericoli” che noi stessi portiamo a noi stessi.

Non sarebbe spiegabile infatti come sia possibile che noi siamo presi sempre dagli stessi mali, ripetiamo le nostre sofferenze, facciamo fatica ad abbandonare le nostre patologie, difficilmente rinunciamo al “vantaggio” che la stessa sofferenza ci porta.

Solo per questo la psicologia (e con essa tutte le sue “sorelle” che hanno per fine la cura di corpo e anima) ha motivo di esistere: perché da soli non riusciamo a salvarci dagli stessi pericoli di cui siamo portatori. Siamo “affezionati” al nostro dolore e alla nostra sofferenza, proprio come si è affetti da una malattia. O si ha affetto per la persona amata.

La nostra malattia è che malgrado tutto e tutti (che ci portano verso la salute e ce la indicano con il dito), noi insistiamo nel nostro star male.

Siamo dei (inguaribili?) ripetitori di un canone, di una teoria che ci siamo costruiti passo dopo passo con l’andare del tempo della nostra vita. Ci è più “costoso” a volte rinunciare alla teoria che noi abbiamo su noi stessi e che professa la ripetizione “sine die” del nostro dolore, piuttosto che ammettere che abbiamo torto marcio e che la nostra teoria è sbagliata, che una soluzione c’è, che la salvezza è possibile e il dolore guaribile, che c’è speranza per il futuro, anche se questo futuro non sarà idealizzato e indenne da incertezza e dolore come noi lo vorremmo pensare.

Idealizzato significa al riparo da sofferenza e dolore, costellato da esperienze di bene e di benessere. Questo non è in natura. Questo non può avvenire nella vita. In realtà noi uomini e donne saremo sempre divisi tra bene e dolore, vivremo sempre sofferenza e piacere. Ma con una differenza: nella accettazione di questa realtà sta la nostra salvezza. Tanto quanto allora la nostra condanna consisteva nell’essere “affezionati” al nostro dolore, così ora la nostra salvezza sarà il pensiero che il dolore rimanda al piacere, e il piacere può essere rimandato al dolore.

Siamo sì destinati al dolore. Ma allo stesso modo siamo destinati alla soddisfazione e al piacere. Questo significa “salvare la pelle”: comprendere dentro di noi la possibilità del male tanto quella del bene. E vedere in questa convivenza la nostra salvezza e la meta della nostra esistenza.

2 – IL PENSIERO DI META

La meta, ovvero la nostra salvezza, non è un traguardo che si taglia una volta per tutte ma il percorso stesso, il viaggio. Il viaggio della vita. Meta è vivere: vivere la vita e basta. Mantenere la vita vivibile nella comprensione della duplice realtà che la caratterizza: la convivenza di sofferenza e soddisfazione. Io sono sano se so accettare di essere anche ammalato. Non sono sano se mi affeziono soltanto al mio dolore come cifra stessa della mia vita e mi rendo impensabile la soluzione, la salvezza.

E dall’altra parte soluzione non è la scomparsa della sofferenza ma il suo accoglimento all’interno di un pensiero “vitale” che io ho su me stesso. ”Nulla si butta” affermava Saba, ovvero tutto è vita. La mia salvezza è l’adattamento alle offerte della vita perché solo in questo modo poi posso anche cambiare la mia vita.

“Cambio io” per poter cambiare l’Altro e l’altro. Solo se io penso che posso cambiare, poi potrò anche cambiare l’altro della mia relazione, o la relazione con la vita. Ma se io penso che “non cambio” sarò preda della ripetizione e della freddezza della immobilità. Allora non mi salvo perché non mi muovo. Non compio nessun viaggio e soprattutto non ho nessuna meta. La mia vita non ha nessun senso se io non la vivo nel pensiero e nella pratica della salvezza. E il senso della vita sta per l’appunto nel lavorare perché un senso sia sempre presente nel viaggio, sia sempre presente un pensiero di futuro che anima tanto il tempo del dolore quanto il tempo del piacere.

E’ il senso che noi sappiamo dare a dolore e piacere che costituisce lo scopo della nostra esistenza. Ne costituisce la legge e la sua stessa vivibilità. Se dolore e piacere sono vissuti da noi come istanze prive di senso, allora regna la confusione e la legge va perduta.

E dunque la meta diviene il senso e il senso è la salvezza. Tuttavia questo impianto (di pensiero) non può vivere di vita propria, non può stare in piedi solitario nella nostra stanza: ha bisogno della pratica che solo la relazione con l’altro consente. Per poter accettare la vita nella frase “va bene così”, io devo fare entrare l’”humanitas” nella mia stanza, ovvero aprire la porta e uscire.

Anche se io soffro posso sorridere, e questo non è una maschera che io mi impongo ma uno strumento che io uso per uscire all’altro in modo che l’altro cominci a vedere in me un desiderio nei suoi confronti e oltre a questo, un desiderio di salvezza. Di lui attraverso me. E di me attraverso lui. Allora smetto la affezione al mio pensiero di essere destinato al solo dolore, allora rinuncio alla mia teoria patologica che afferma che sono inchiodato a ripetere il mio male, senza via d’uscita. Ma la via d’uscita esiste: è l’altro che mi fa aprire la porta. E’ l’altro che mi offre il senso che io poi darò alla mia esistenza. Senso che è dato poi dalla relazione con lui.

E’ sempre un altro che mi “introduce” ai grandi cambiamenti della nostra vita.

Il mio corpo non è del tutto mio: è anche dell’altro. Se voglio salvarmi devo saper vivere questo pensiero e accettarne la pratica che poi, senza andare tanto lontano, ha un nome preciso: amore.

“L’amore instaura un’esperienza di realtà che non ci sarebbe altrimenti, (cioè) la progressiva cognizione di un’essenza individuale, insieme con la promozione (voler bene a qualcuno è desiderare che divenga sempre più conforme alla sua essenza, che divenga ciò che è, che assomigli sempre più a se stesso, che realizzi la sua natura o personalità proprio “ scrive Roberta de Monticelli nel suo “L’ordine del cuore”.

Salvarsi è questa pratica verso l’altro in quanto la realizzazione del bene altrui (che è diverso da me) è la realizzazione del mio stesso bene (che probabilmente io da me solo non conosco).

“E’ peraltro chiaro, e persino banale, che non esiste un Io senza un Noi o un Noi che non sia formato dall’avvertito senso di coappartenenza a molteplici Io” scrive Remo Bodei nel suo “Destini personali”.

Salvarsi è uscire dal pensiero “per” se stessi per viaggiare verso un Noi che la soluzione del nostro dolore e della nostra infermità: non si guarisce acuendo il pensiero verso il nostro male, ma dimenticandoci in favore di chi con noi viaggia.

“L’intenzionalità del corpo è nel suo essere destinato a un mondo che non abbraccia né possiede, ma verso cui non cessa di dirigersi e progettarsi” scrive Umberto Galimberti nel suo “Il corpo”.

Salvarsi è vivere il nostro corpo come “bene intenzionato” verso il mondo, ovvero che sta alle regole del mondo in quanto fuori dal mondo non esiste possibilità di bene ma solo lo specchio in cui ricadere con la propria patologia.

Salvarsi, proprio perché di regola si parla, è “stare al proprio posto”, perché è solo in questo modo che l’altro mi trova. Mi trova se conosce il mio indirizzo. Ovvero io sono “altro” per chi mi cerca se sono disposto a farmi trovare, a fare trovare il mio corpo e non mi oppongo al rapporto.

“Cerca la pace nel tuo luogo” insegnava Rabbi Bunam. Cioè cercala nello stare al tuo posto.

Se la salvezza è una meta, il corpo è lo strumento che mi permette di rispondere alla mia domanda su di me e alla domanda che l’altro a me rivolge. L’intenzionalità del nostro corpo è costituita dal suo impegno nel mondo. E se questo impegno scema o si perde, si perde anche la possibilità di salvarci.

3 – IO E TU (VOLONTA’, DESTINO LIBERTA’ E SOLITUDINE)

Nel mio viaggio io incontro il Tu ma soprattutto incontro il mondo al quale questo Tu appartiene. Incontro i suoi altri, i suoi desideri, i suoi oggetti, le sue aspettative, le sue questioni, i suoi lavori, i suoi tempi. E questo mondo costituisce la sua diversità da me. Il suo corpo è inserito in un mondo che io prima non conoscevo e che mi si presenta in tutta la sua ricca diversità e varietà. Non lo posso confrontare con il mio (pena il volerlo ridurre al mio) ma lo posso solo frequentare. Ovvero avere tempo e volontà per capire.

E’ la forza che viene dalla frequentazione che poi mi farà superare anche le prove più difficili. Il mantenere il “buon pensiero” (che è diverso dal “buon ricordo”) delle prove superate diviene poi la ricchezza per affrontare l’ulteriore lavoro che mi aspetta.

La frequentazione del mondo dell’altro mi evita di ripartire ogni volta da zero, di ripetere la ripetizione senza muovermi. Se io mi assesto nel mondo dell’altro riesco anche ad accettare le diverse situazioni, specie quelle nuove. In questo modo io non mi oppongo al rapporto e dunque non lotto contro me stesso. In questo modo salvo la pelle dallo stesso attacco che io posso portare a me stesso e che sta appunto nella mia opposizione interna al rapporto con l’altro.

Frequentando il mondo dell’altro io smetto di insistere sul pensiero di me, smetto di insistere sul pensarmi solo dolorante e in questo modo accetto il mio stesso dolore come parte integrante della mia vita. Lo posso fare perché vedo la stessa cosa nella vita dell’altro, nella vita di tutti, nella vita del mondo. In questo modo “esco” dalla logica patologica dello specchio (che altro non è che la frase “amo essere amato”) e appunto comincio le mie frequentazioni.

“Il mio corpo non è mai solo e unicamente il mio corpo: esso è sempre il corpo per altri, allo stesso modo in cui gli altri sono un corpo per me. (…) Nel corpo dell’altro si annuncia una apertura che mi viene incontro e che, nel suo venirmi incontro, in quanto apertura si sottrae: mi chiama” scrive Salvatore Natoli nel suo “Delle cose ultime e penultime”.

La salvezza avviene in questa comunanza, in questa chiamata reciproca dei corpi.

“Io frugo il corpo dell’altro come se volessi vedere che cosa c’è dentro” scrive Roland Barthes nel suo “Frammenti di un discorso amoroso”.

Ed è dentro al corpo dell’altro che io posso trovare me stesso, trovando l’altro. E “va bene così” nel senso dell’”amen”, della accettazione della realtà che io nel corpo dell’altro vado a trovare: la vita è viverla come certa psicologia si esprime con il termine “esperienza di flusso”. Il flusso è la chiamata. La chiamata reciproca dei corpi. Se non si accetta la chiamata si è degli inetti, alla Zeno Cosini. Perché la realtà della inettitudine è sì quella del non riuscire nelle cose (nelle relazioni) ma soprattutto è l’idea perniciosa che ogni cambiamento è impossibile proprio perché si fugge dalla propria responsabilità. L’inetto è colui che pensa di avere sempre ragione (teoria patologica), soprattutto sul fatto di avere sempre un alibi che lo oppone al rapporto, alla chiamata, alla uscita nel mondo e al rapporto con l’altro. E la constatazione più amara in merito alla inettitudine è che essa va poi ad intaccare la stessa intelligenza dell’Io che un po’ alla volta si addormenta. L’inetto è l’inibito che non confessa mai. Ovvero non dà mai la sua parola per il futuro.

Mentre per arrivare alla meta è richiesta anche la volontà. La volontà per il bene dell’altro.

Ma d’altra parte però sappiamo che la umana natura ci ha forniti di una volontà che spesso è carente, incerta, a volte balbettante, discontinua. Non è sempre facile coglierci come soggetti di volontà. E non ci è facile soprattutto il conoscere la nostra volontà (tanto quanto non ci è facile conoscere la nostra stessa natura).

“In questo senso l’uomo ex-siste, sta fuori, appunto perché non è mai totalmente identificato con la propria realtà oggettiva (che solo l’altro coglie), ma è sempre anche ‘altro’ da sé” scrive Franco Crespi in “Discorsi sulla solitudine”.

Noi viviamo una alterità interna, che a volte ci è conosciuta ma che nella maggior parte delle esperienze ci è difficile da decifrare. Tuttavia questo ci permette un “dialogo interiore” che è poi la molla che ci spinge verso il mondo per l’appunto, a ex-sistere nella comunione con l’altro. La molla della stessa volontà. Ma è con quel poco di volontà che noi abbiamo e conosciamo di noi stessi che noi possiamo salvarci. La volontà è il punto di partenza della salvezza perché è la volontà a dare senso alla vita, a dare senso alla meta del nostro viaggio. Per vivere io devo in qualche modo “volere” l’altro. Il non volerlo, il non volere abitare con lui nel suo mondo mi condannerebbe al non-senso, avvero alla psicopatologia, alla inettitudine, al narcisismo, alla melanconia.

Il mondo dell’altro e il mio costituiscono assieme la mia ricchezza: sta a me avere “attenzione” per questi mondi. La attenzione è uno stile di vita che consiste nella capacità, e anche nella volontà, di mantenere il pensiero sulle “cose maggiori” senza farmi travolgere dall’evento. L’Io sta bene con il Tu se tra i due intercorre questa attenzione. Quella di guardare dall’alto, dal di sopra la relazione stessa. Di coglierne l’unità oltre i fatti contingenti. La volontà di volerla fare andare avanti oltre gli inevitabili incidenti di percorso. Se io mi fisso, fisso l’attenzione ai singoli eventi, sarò facilitato nel coglierne le inevitabili parti negative. Ma se la mia attenzione la porto oltre, riuscirò a vedere anche il fine ultimo della relazione stessa, il senso, la meta, che per me e per l’altro non può che essere che il vivere. Vivere e basta. Attenzione significa passare dai singoli atti al sentimento che li sottende e che li tiene assieme, che ne costituisce il senso.

Poi è chiaro che è lo stesso pensiero di salvezza che costituisce il “bene superiore”, il fulcro delle “cose maggiori”: funzionante questo poi tutto il resto viene di conseguenza. Nella pazienza di lasciare fare all’altro i propri passi con i propri tempi e nella modalità dei suoi movimenti. Anche la pazienza è una virtù che fa parte del pensiero di un “bene superiore”. Pazienza che è poi capacità di adattamento. Adattamento all’altro è una delle modalità per conoscerlo.

Ma non sempre la conoscenza corrisponde al nostro desiderio. E non sempre la conoscenza degli errori è garanzia per la correzione degli stessi. E anche questa realtà fa parte del limite della nostra natura che è solo salute accettare. Si impara più dal corpo che dalla storia. Si impara più dalla limitatezza del nostro corpo che dalla idealizzazione della storia. Il corpo dell’altro è per noi più facilmente leggibile del nostro, ma anche nella lettura reciproca del corpo è una questione di pazienza. Per capire ci vuole tempo. Ci vuole tempo per unire. E ci vuole attenzione prima di esprimere un giudizio. Che poi il giudizio altro non è che “ci sto” o “non ci sto”.

E’ necessario il tempo della metabolizzazione. Ed è necessario anche il pensiero che il nostro giudizio può cambiare. E’ necessaria la accettazione della nostra discontinuità che a volte può divenire anche contraddizione. Paolo è chiaro a proposito: “Non faccio il bene che voglio ma il male che non voglio. Questo faccio”.

Ma se questo fa parte della nostra debolezza certo fa parte anche della nostra libertà. Che non può essere tuttavia libertà assoluta ma la libertà che la relazione Io/Tu mi consente, ovvero quella che dice che la mia potenza è finita e con il passare del tempo della mia vita tende a degradare. Infatti “Se noi fossimo una potenza infinita non moriremmo mai, ci riprodurremmo eternamente, espansivamente” come scrive Salvatore Natoli nel suo “Stare al mondo”.

La nostra libertà limitata fino alla accettazione della frase che “quello che deve accadere accade… malgrado tutto”, ovvero alla accettazione del nostro limite che è limite nella relazione Io/Tu ma è soprattutto limite nella accettazione del nostro essere dentro la nostra stessa natura che è peribile malgrado la nostra volontà, malgrado la nostra attenzione, malgrado il nostro desiderio di vivere e basta.

La accettazione del destino è ben lontana dalla logica dell’inetto e del suo rifiuto di responsabilità. Infatti è il destino inteso aprioristicamente che ci spinge verso il pensiero di alibi e di deresponsabilizzazione. Ma esiste anche un modo a posteriori di vivere il nostro destino, che è appunto il pensiero di naturalità e di inevitabilità degli eventi. Che potremmo anche vivere come un pensiero di pace.

“Il destino diviene o produce ‘malattia’ quando viene assolutizzato, mitizzato, accettato passivamente magari in nome di una filosofia dell’uomo e della storia di tipo omogeneistico e deterministico (l’uomo e la storia con realtà monodimensionali, immodificabili e in varianti” scrive Sergio Moravia in “Discorsi sulla solitudine”.

Ma a noi serve un pensiero di destino che funzioni come alimento per il moto del nostro corpo, non come un evento che chiude ogni forma di possibilità. Ciò avviene quando noi portiamo il nostro pensiero verso la soluzione, cioè il passaggio all’atto, il passaggio poi al sentimento. E’ questo passaggio al sentimento che “risolve il pensiero” che altrimenti resterebbe pensiero astratto, ovvero teoria, ovvero melanconia.

Io posso avere delle “buone idee” ma poi io stesso (o qualcun altro) può trasformarle in cattive idee: è questo il momento in cui la accettazione del destino in forma passiva diviene malattia. Quando mi accorgo che il buon pensare decade a inerzia e non diviene pensiero produttivo, ovvero pensiero di relazione. Il destino da solo non ci salva ma ci salva la accettazione non passiva della naturalità peribile e limitata della nostra essenza.

Io non mi salvo se “voglio” la volontà dell’altro, come non mi salvo se “voglio” l’amore dell’altro, come non mi salvo se “amo” “l’amore dell’amore” (cioè escludo l’amata/o) dalla realtà del mio moto, alla Berhoul o alla Thomas. Se “amo essere amato” rimango un soggetto viziato che non sa amare in quanto non è capace di attribuire senso alla propria vita. E chi non è capace di questa azione (moto del corpo) è il melanconico. L’amore è “asimmetrico” (ovvero l’altro non ci ritorna ciò che noi diamo, né in quantità e tanto meno in qualità), pieno com’è della diversità dell’altro, della perturbazione continua a cui la nostra stessa natura è soggetta, della insondabilità del destino e della nostra umana difficoltà ad accettarlo, pieno delle frequenti crisi e delle altrettanto frequenti stanchezze.

Se esiste un antidoto alla stanchezza questo è la attenzione, e la attenzione viene recuperata con un “ritorno” al proprio Io, da un suo tornare a visitarsi, a frequentarsi con modalità diverse. E questo può avvenire solamente nella solitudine.

“Solitudine. Quale è dunque il suo valore? Dal momento che si è in presenza della semplice materia (anche il cielo, le stelle, la luna, gli alberi in fiore), di cose di valore inferiore [ forse] a uno spirito umano. Il suo valore consiste nella possibilità superiore di attenzione” scrive Simone Weil nei suoi “Quaderni”.

Non ci si salva da soli ma ci si salva sapendo essere soli, perché questo è il punto di partenza. Parlando di Adamo, che è la partenza dell’Uomo, Martin Buber scrive nel suo “ Il cammino dell’uomo” : “ ‘Mi sono nascosto’. Qui inizia il cammino dell’uomo. Il ritorno decisivo a se stessi è nella vita dell’uomo l’inizio del cammino”. E ogni viaggio comprende una meta che sempre una uscita è. Uscita verso il fuori, la strada, il mondo, la alterità. In questa uscita dopo il ritorno in me stesso non chiederò più all’altro lo stesso motivo che mi ha portato alla stanchezza, all’altro non chiederò “dammi qualcosa in più”, ma gli professerò “ti chiedo qualcosa in meno”. E così il peso diminuisce e la stanchezza può anche scomparire. E’ la forza dell’adattamento, al Tu e al destino.

Il pensiero, la buona idea che diventa atto, poi entra nella nostra memoria e si trasforma in sentimento, ovvero in ricchezza viva e vivibile, spendibile, perdibile, in quanto ogni ricchezza, per essere tale, deve contenere il buon pensiero di perdibilità. Poi nella solitudine questo tipo di pensiero gode anche di maggiore libertà. Possiamo con maggiore facilità costruire e costituire la ricchezza nella nostra solitudine, per poi trasformarla in sentimento vivibile nella relazione.

La meta allora è il sentimento che dà una struttura alle nostre singole esperienze e la fa depositare in un’asse patrimoniale. La meta sta nella solitudine in cui il soggetto lavora per dare senso a tutte le sue esperienze. La meta è il senso. E il senso “avviene” nella elaborazione solitaria del sentimento. Se non c’è senso c’è disordine e dunque malinconia. E’ la coppia sentimento/senso che tiene unite due persone. Due persone stanno bene assieme, ma soprattutto continuano a farlo, solo se “sentono” con il corpo il senso di quello che stanno facendo è soprattutto senso nel futuro e nel destino che li attende. Forse nel mistero che l’altro rappresenta.

E sentimento/senso sono sostenuti dalla volontà di non ripetere, di difendersi dai pericoli di cui noi stessi siamo portatori, di essere stanchi si stare male, stanchi di essere affezionati al nostro stesso dolore, disposti a rinunciare ai vantaggi che il nostro stesso dolore ci porta, volontà di dimostrare a noi stessi che non siamo degli “inguaribili” ma sappiamo accettare nel nostro percorso, il pensiero che la salute non è la “sconfitta” della malattia ma la accettazione della convivenza con essa (almeno di lì si parte e, strada facendo, si vedrà). Il tempo è solo un avvenire.

“Va bene così” diviene allora la frase della salvezza. Il bene esterno che diventa il bene interno, la possibilità del male esterno che è accettata nella dimensione del bene interno, nel pensiero di salute, nel pensiero di essere sani. Il bene e il male, il piacere e il dolore tuttavia non si confondono all’interno di questo pensiero ma restano distinte. La salute ha il suo posto come la malattia ha il proprio, ma tutto ciò dentro un pensiero unitario del soggetto che lo vede protagonista del proprio vivere tanto la salute quanto la malattia. Sono il dolore e il piacere che ci fanno vivere. Non l’uno da solo ne l’altro da solo. E vivere è solo vivere nel senso stretto che di vita ce n’è una sola e on possiamo escluderci da una parte di essa, piccola o grande che sia.

4 – PSICOPATOLOGIA E SALVEZZA

Il dolore è innocente. Ovvero io posso soffrire, riconoscere la sofferenza ma non sono autorizzato a sentirmi in credito nei confronti della vita, non sono autorizzato al pensiero di avere patito abbastanza e dunque mettermi nella posizione di passività di chi aspetta la compensazione. La giustizia (anche quella del destino) non è mai retributiva.

Non esiste peggiore patologia che quella della passività di chi pensa che la vita gli abbia “tolto” abbastanza attraverso il dolore, e si mette nella posizione (teoria patologica) di chi si aspetta che l’altro faccia per noi. E lo deve fare per forza.

“Me la vado a prendere”, sottintesa se si vuole “la vita” è il pensiero di guarigione dalla teoria patologica. Prendere una eredità in quanto sta nel mio diritto perché questo diritto nessuno me lo mette in tasca. Prendo il mio diritto come eredità in quanto il mio desiderio è sempre rivolto alla salute, all’incontro con l’altro sano (sapendo però che posso incontrare anche l’altro psicopatologico, dal quale mi difende il mio giudizio).

Il desiderio è la ammissione della mia mancanza. La teoria patologica del “tolto” è il misconoscere la logica sana della mancanza per avanzare una pretesa. Un mare di pretese verso l’altro che nessun altro umano e reale riuscirà mai a soddisfare.

La psicopatologia interviene quando viene sopraffatto il senso del limite, che è prima di tutto limitazione del desiderio di essere desiderato, limitazione alla pretesa che l’altro intervenga per forza nella cura del nostro male come se si trattasse di un diritto che ci spetta.

Non accettando il proprio limite si entra nella sfera della onnipotenza che per l’appunto ha come proprio vessillo la frase “Io devo essere desiderato”. E dalla onnipotenza alla paranoia il passaggio è breve in quanto poi io andrò ad odiare e a sentirmi perseguitato dall’altro che ha più di me e che non mi dà ciò che io pretendo. Osservo l’altro più potente di me (perché onnipotenza altro non è che il pensiero che qualcuno sia più potente di me) con l’invidia della frase “L’altro ha i soldi per pagare (misura, continenza, limite, etc.) e dunque prova piacere, mentre io che vorrei il tutto i soldi per pagare non ce li ho”. Per questo amare è dare all’altro. Invidiare è rubare. E forse esiste un solo peccato: il furto.

Il pensiero di impotenza è quello della ingiustizia, del dolore patito, subita e con questo pensiero non ci si può salvare. Dunque la onnipotenza, la prepotenza e la impotenza si riducono ad una unica cosa, visto che l’effetto è il medesimo: l’invidia e la povertà. E chi è affetto dalla invidia e dalla povertà non lavora per mutare la propria condizione ma attende dolorosamente nella pretesa. La psicopatologia è fondamentalmente una questione economica: il malato vero non intende profitto e benessere ma si affeziona al dolore e alla sofferenza perché pretende che l’altro intervenga nella soluzione. Ma un altro così disposto non lo troverà mai.

E l’attesa che il primo a muoversi sia l’altro altro non è che narcisismo allo stato puro. E il narcisista vi vota sempre alla impotenza (vivendo da onnipotente e da prepotente). La conseguenza del suo discorso, della sua teoria patologica e della sua pratica di vita non può che essere la malinconia, proprio perché non sa dare senso economico alla propria esistenza, ovvero non sa amare.

Il melanconico non è impotente perché è inibito ma è impotente perché è narcisista in quanto incapace di adattamento al limite e dunque alla legge. Come indenne non è dal narcisismo la stessa isteria, che vede nell’ira, nella collera e nel fastidio teatrale le sue condizioni. Narcisismo perché l’impianto teorico isterico è il timore a volte panico che l’altro mi penetri, mi veda, metta a nudo la mia debolezza. Narcisismo teatrale in quanto l’isteria è sempre timore di una perdita, forse della stessa integrità, forse della stessa intera personalità. Allora l’altro non sarà mai accettato come alleato verso un eventuale percorso di salvezza ma come un nemico a priori. Un nemico personale. L’isteria personalizza (sessualizza) tutto in quanto chiede il centro del palcoscenico, vuole costituire sempre e comunque oggetto del desiderio, sempre in prima fila e mai dietro a nessuno ma senza tuttavia concedere nulla: l’altro è sempre “contro”, per definizione. Sempre detto che isteria e paranoia si sovrappongono. Isteria è ripetizione di uno schema, di una teoria della quale non si riesce a trovare la soluzione che semplicemente sarebbe la accettazione della possibilità della perdita (ovvero la salvezza). L’isteria non ammette che la propria teoria è falsa, e pur di mantenere in piedi questa teoria è disposta a farsi del male. Anche a soffrire (e fare soffrire) per tutta la vita. L’isteria vive di giudizi assoluti e indiscutibili e dunque sciolti dalla relazione reale con l’altro. Giudizi sempre deludenti. E proprio per questo tali giudizi sono sbagliati. Il giudizio assoluto (cioè espresso fuori dalla relazione), il giudizio sbagliato e il pregiudizio sono la stessa cosa.

La salvezza da tutte le forme di psicopatologia (che altro non è che una “idea avara”) sta nel pensiero che la vita è spendibile e per questo godibile. Senza questo pensiero non può esserci salute e nemmeno salvezza. La salvezza è nell’assumere il posto di colui che sa ricevere, perché solo in questo modo si può pervenire alla soddisfazione. A farmi cambiare la mia idea patologica e dunque aprirmi la strada della salvezza non può che esserci il mio allearmi con l’altro nel senso dell’amore. Perché solo se io amo qualcuno accetto che mi faccia cambiare la mia idea malata, lo devo sentire forte alleato e attiva la sua volontà nei miei confronti. Devo amare per salvarmi.

Guido Savio

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