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SUL FUTURO (IN AMORE)

SUL FUTURO (IN AMORE)

1 – Futuro e altro come meta

Il pensiero di altro, di alterità, dunque il “pensiero pratico” di relazione, è un pensiero pratico di futuro. Poi la “messa in pratica” della relazione è il futuro che ci appare nella sua fattibilità, ovvero il possibile diviene possibile se noi facciamo quello che abbiamo pensato.

Così il pensiero di futuro è un pensiero di “potenza” intesa nella sua duplice accezione: da un lato “forza”, dall’altro “disposizione e capacità”. In altre parole, per primo, non mi oppongo al rapporto, non tiro fuori impedimenti pregiudiziali al fatto di mettermi con un altro.

Sono queste le basi sulle quali sta in piedi l’amore: non posso vedere l’altro se non vedo me stesso e nello stesso tempo non posso vedere me stesso se non vedo l’altro: una volta compiuta questa operazione di giudizio io scelgo o rinuncio all’altro.

L’altro che mi permette di compiere questo percorso è il mio Futuro, proprio nel senso di “ciò che mi attende”, perché ha a che fare con me da una parte, e dall’altra con l’altro che fa trovare me stesso. Tutto questo “avviene”, non è programmabile.

L’altro occupa per me il “posto” del Futuro in quanto è la risposta alla mia domanda.

Dobbiamo amarci per poter amare e nello stesso tempo nutriamo per l’altro un sentimento di fiducia che, avendo lui come meta, noi poi possiamo anche tornare a noi stessi. Ma prima si passa per l’altro come meta del nostro tragitto.

Se l’altro è meta, allora noi possiamo vedere il nostro Futuro e volere il nostro Futuro. La ricerca comprende la realtà del mio Io e la realtà del Tu. In questa ricerca accomunati nel “bene” che non può che essere lo strumento che io uso (e non la meta) di questo mio percorso di comunione. Non esiste bene assoluto ma solo relativo, ovvero relazionale: tra te e me. Se capisco che c’è del bene tra Io e Tu allora la mia relazione funziona.

“Cerchiamo dunque il bene – scrive Seneca in – non appariscente ma consistente, duraturo e bello nella sua parte più riposta”. Si capisce come qui Seneca sia legato ad un Bene assoluto, ad un bene che va oltre la relazione e di cui essa è strumento e non meta. Ma se il bene fosse un valore assoluto, mi può portare fuori dalla relazione, mi può far guardare da un’altra parte in cerca di una meta diversa dal Tu reale che mi sta davanti. Mi può fare intendere l’altro come mezzo e non come meta (si veda l’”amore dell’amore”, in cui lo scopo è l’amore astratto e assoluto e non l’altro in carne ed ossa).

Il bene invece ha un nome e un cognome e soprattutto è una pratica (che comprende un sapere e un saperci fare), per arrivare alla meta che è costituita dal “bene dell’altro”, o beneficio.

La parola “bene” non ha senso se non è dentro alla relazione. Il pericolo di assolutizzare il bene (metafisica), lo può fare assurgere ad un compito e ricoprire un “ruolo” che non è il suo. Noi non siamo nati per raggiungere il bene, ma per fare il bene dell’altro. E in questo senso il Futuro è la strada della nostra volontà.

Un po’ alla volta, con il procedere delle nostre esperienze, scopriamo che il valore e la qualità della vita dipendono dalla nostra intima volontà di vivere. Per questo motivo quando nell’altro non vediamo una “volontà” verso di noi, verso il nostro bene, ci sentiamo a volte offesi e anche impoveriti, nel senso stesso della nostra vita.

Se invece l’altro mostra una “volontà” nei nostri confronti (e volontà è sempre volontà di relazione), allora il senso della nostra vita acquista ricchezza perché vediamo un Futuro davanti. Vediamo la possibilità della nostra soddisfazione attraverso l’altro che ci vuole.

Se noi viviamo “per” la relazione, scopriamo che nessuno si aspetta da noi più di quello che noi possiamo dare attraverso la nostra volontà. E allora ci sentiamo realizzati (cioè reali nell’amore) in quanto l’altro ci capisce, ovvero è capiente nei nostri confronti: in altre parole… non gli pesiamo.

E noi ci capiamo. E noi ci amiamo. Di quell’amore sano che è tracciato nelle sue regole dal reciproco “sano egoismo”. In cui la parola “sano” è parte integrante della relazione. Chi invece ama troppo se stesso (e dunque il suo egoismo, vivendo nel riflesso dello specchio, non è sano) è incapace di amare davvero qualcuno, anche se stesso. Come può costui sperare di amare gli altri? Considerando anche poi che l’altro dell’amore, oltre che essere portatore di alterità, può anche essere portatore di patologia.

Questo bene allora, che è rinvenibile solo nella relazione, è piacere soltanto nel momento in cui io “accedo” all’altro, ovvero riconosco che è l’altro che me lo dà. Io da solo non ci riesco. Se dovesse infatti esistere un “bene superiore” esso non consisterebbe nella conservazione della propria vita ma nel salvare la vita dell’altro. “Penso al suo Futuro”: questa è la frase della conservazione e della salvezza della vita. Di tutti e due.

Se salute è “rinuncia a rinunciare” (ovvero la vittoria sulla inibizione), allora io non posso rinunciare al lavoro che l’altro fa per darmi piacere, non devo sindacare il giudizio dell’altro. Se mi ama avrà i suoi buoni motivi. Devo lasciare fare a lui/lei secondo le sue regole: fede nell’altro. Tuttavia è difficile tracciare il confine dei reciproci apporti d’amore. Anzi forse questa delimitazione non esiste affatto.

Noi sappiamo del nostro sapere (amare), ma per raggiungere la soddisfazione, abbiamo bisogno dell’affidamento dell’altro, il quale affidamento spesso ripaga in misura precaria e a volte anche insufficiente. Epicuro, nella sua , espone in modo chiaro la sua tesi sul Futuro: “Ricordiamoci poi che il Futuro non è del tutto nostro, ma neanche del tutto non nostro. Solo così possiamo non aspettarci che assolutamente si avveri, ma nello stesso tempo disperare del contrario”.

Il Futuro ha a che fare con la nostra disposizione/disponibilità alla relazione con l’altro come atto concludente la nostra soddisfazione. La nostra volontà arriva fino ad un certo punto. Esiste anche il Destino poi che ci solleva da certe “responsabilità”. Come l’altro non è “organizzabile” ma solo “incontrabile”, così il Futuro non può essere organizzare o prevenire ma semplicemente il suo stesso avvenire, l’avvenire della relazione.

2 – Altro e Solitudine

“Il vero amore – scrive T. Merton nel suo < Nessun uomo è un’isola> – penetra i segreti e la solitudine dell’amato, permettendogli di mantenere i suoi segreti e di rimanere nella sua solitudine”. Anche nel suo pudore.

La solitudine del Tu dell’amore è tanto il suo intimo segreto (sconosciuto anche a lui), il suo pudore, quanto la sua incomunicabilità data dalla sua stessa alterità.

Spesso in amore chi non comincia è accusato di “cattiva volontà”, di “poca volontà” nell’iniziare la relazione. Ma se io amo una persona, amerò proprio quello che ne fa una persona, cioè la sua separatezza, il suo umano nascondimento, la sua lontananza, il mistero dei suoi sguardi o delle sue parole.

Io l’altro non lo posso ridurre alla mia volontà (pena la sua scomparsa) di comunicazione con lui, altrimenti lo sradico dalla sua solitudine, che è poi la parte che io amo in quanto capacità di esserci anche senza di me. Di un altro che non esiste senza di me io non so che farmene. Perché potrei avere bisogno anche io del suo aiuto, della sua risposta: e questo tipo di altro non ce l’ha.

Chi ha paura di essere lasciato solo dall’altro, non sarò mai che un isolato, per quante siano le persone che lo circondano, in quanto con la sua paura ha dimostrato che se sa tenere relazione lo sa fare solo nella logica della dipendenza, del bisogno. E in presenza di dipendenza e di bisogno non c’è relazione, non cìè alterità.

L’altro nell’amore mi “serve” (servizio nobile) in quanto portatore di un “principio” diverso dal mio. Poi io posso vedere in questo “principio” anche la mia oltre che la sua solitudine. Ma chi nella propria solitudine impara a non turbarsi del suo “essere solo” e a stare nella sua realtà, sarà disponibile alla relazione, e anche scelto (proprio perché sa stare da solo) dall’altro come meta della soddisfazione del suo Futuro.

Poi più l’altro ci sollecita negativamente, più noi dobbiamo imparare a stare nella nostra solitudine: questo è uno degli articoli principali del “sano egoismo”, o dell’”amore per se stessi” che lo si voglia chiamare.

Se da un lato è l’altro che mi porta la soddisfazione, è d’altra parte vero che io non posso vivere solo di questa soddisfazione ma devo anche saperne stare senza. E anche vivere della “mancanza” della soddisfazione che l’altro non mi porta. Ovvero comprendo la mancanza e la contraddittorietà e le debolezze dell’altro. Vivo le sue pause.

La comprensione della mancanza dell’altro è parte integrante della mia costruzione del Futuro in quanto se io non “comprendo” le mancanze dell’altro, non potrò comprendere nemmeno le mie, né pretendere che gli altri le comprendano.

Comprendere è poi comprendere l’avvenire, ciò che diviene da sé nel mondo della vita, dei fenomeni, delle relazioni. Non è prevedere o prevenire, anche se si tratta di Futuro, ma semplicemente di rendersi “capienti” di fronte ad una grande cosa che non si conosce, forse ad una grande ineffabilità, ma che costituisce da una parte il richiamo ma dall’altra il lascito della nostra vita.

Come afferma Epitteto nel suo : “Non cercare che le cose vadano come vuoi tu, ma cerca di volere che vadano come vanno, e la tua esistenza sarà felice”. La nostra volontà non è fatta per cambiare il mondo, ma per volere che il mondo sia come sia e dentro questa realtà trovare il proprio “posto”. Non esiste un mondo migliore, anche se il presente è terribile. Non siamo chiamati a conservare tuttavia ma ads avere parte attiva nell’”andare delle cose”.

L’”andare delle cose” significa semplicemente accettare la alterità/diversità dell’altro e del mondo: Il mondo è la massima manifestazione a cui il nostro Io possa assistere. Ma questa manifestazione per essere capita deve essere assecondata. Allo stesso modo in cui io non posso dire di no a chi mi dice di sì. Mi adatterò al suo sì se lo ritengo opportuno, oppure mi allontanerò. Ma senza dire di no. Per il bene e per amore dell’altro.

Noi ci dobbiamo porre “secondi” rispetto alla primarietà delle cose che accadono, delle relazioni che si costituiscono e si sciolgono, degli amori che sbocciano ed avvizziscono.

La autonomia del nostro giudizio si articola a partire da quello che di Futuro possiamo vedere negli occhi dell’altro (che ci ama). Il mio giudizio, se libero, è un ponte verso il Futuro di cui l’altro è portatore. E’ l’altro che mi apre le ore: La mia patologia le chiude. Sono un soggetto antieconomico che non riconosco che è l’altro che mi toglie il dolore, che mi porta al piacere. Anche se per arrivare a questa “illuminazione” io devo partire dalla mia solitudine, dall’accettare il mio limite e soprattutto dal vivere la mia natura così com’è, senza goffi tentativi di mascheramento.

E’ chi non possiede una vera e propria solitudine personale che ha disperatamente bisogno degli altri: Ma nel bisogno non c’è relazione. Relazione esiste nel momento in cui la mia volontà va verso lo stesso luogo in cui si stanno dirigendo le cose.

3 – Sacra volontà e Futuro

E’ qui che la volontà diviene libera ed economica: nel capire la diversità dell’altro e il fatto che è lui a costituire la mia meta, il posto dove il mio tempo si dirige. Io da solo non ho Futuro. Solo la relazione me lo consente. Il bene così non è assoluto ma fortemente vincolato all’altro (che solo in questo senso diviene meta e dunque ricchezza. La sacralità dell’altro lo pone ad una verta distanza dalla mia stessa volontà, e anche dalla stessa realizzazione della mia soddisfazione. Alla soddisfazione ne manca sempre un pezzo, e in questa mancanza io trovo la mia solitudine vitale.

Il nostro giudizio ci permetterà se le cose stanno procedendo o meno, se la relazione funziona o no, se l’amore sarà più forte che oggi oppure no. Ma il giudizio non basta. Il giudizio rimanda alla volontà, che poi altro non è che assumere il proprio posto in riferimento all’altro: la giusta distanza.

Come si evince da una bella preghiera di Epitteto sul “vivere secondo natura”:

O Zeus, e tu concedimi, o Destino, ov’assegnato fu da voi il mio luogo vi seguirò sollecito. Non voglio? Malvagio, pur vi seguirò senz’altro. Alla Necessità chi ben s’arrende, per noi è saggio e il divenire conosce

Stare al proprio posto posto significa coscienza e conoscenza di poter costituire aiuto e appoggio per l’altro quando questo porrà la domanda di aiuto e di appoggio: ma non da troppo vicino: E così l’altro mi farà vedere la sua sacra (perché c’è distanza) volontà di adattarsi alla realtà che io rappresento per lui. Distanza è indipendenza. La relazione va sempre mantenuta. Perderla è come perdere un affare. Sappiamo tuttavia che l’altro non sempre è benevolo o vantaggioso. Quando così non fosse, sta a noi tenere l’altro in…aspettativa e aspettare un Futuro migliore: c’è un tempo per… e c’è un tempo per.

Sono anche io il Futuro per l’altro. L’altro lo amo per quello che è, non perché lo pongo all’interno della mia astrazione (leggasi idealizzazione). Amo l’altro, non amo l’Amore. E so che in questo modo opero anche il mio bene.

“Se aspettiamo che certe persone diventino gradite o attraenti prima di cominciare ad amarle – scrive T. Merton in – non cominceremo mai. Come dire che l’altro è portatore di una realtà che chiama la nostra volontà ad amare questa realtà così com’è, non come vorremmo che fosse.

E poi fino a che noi non diamo il nostro bene all’altro, sarà difficile che lui tiri fuori il suo. E’ la regola economica del “primo passo”. E’ quella del “chi” compie il primo passo, del “chi” inizia. Questo “chi” assume sempre il posto di figlio, del Desiderante, di colui che vede vita davanti a sé.

Anche se poi sulla definizione di questo “chi” (che sempre ad un Io si riduce) tanta psicologia e tanta filosofia si dibattono da secoli. “L’idea che tu hai di me – scrive ancora Merton – è fabbricata con il materiale che hai preso a prestito dagli altri e da te stesso. Quello che pensi di me dipende da quello che pensi di te. Forse tu crei l’idea che hai di me con il materiale che ti piacerebbe derivare dalla idea che hai di te stesso. Forse l’idea che hai di me è un riflesso di quello che gli altri pensano di te. O forse quello che tu pensi di me è semplicemente quello che credi che io pensi di te”.

Che ridda di “forse”! Ma il nostro Io forse è solo un forse. Quid est veritas?

E’ ovvio che “io per te” e “tu per me” sono costruzioni di impossibile definizione. E forse anche di facile confusione. Ma questo è tutt’altro che un impedimento. Per la persona sana, e libera nel giudizio e nel comportamento, ciò significa che l’altro con cui mi metto in relazione (e io per l’altro che si mette in relazione con me) posso costituire un mistero, o parte di esso. Ma è il mistero che tiene viva la mia volontà di Futuro e di investimento (del mio e del suo). E si sa che il mistero è sacro. Forse perché, come l’altro, non lo avremo mai. E anche il nostro Futuro…non lo avremo mai.

Amare un altro significa desiderare davvero quello che è buono per lui, e un tale amore dovrebbe posarsi sulla verità. Ma noi la verità dell’altro, e cos’ la nostra, non la conosceremo mai. La cerchiamo nel nostro Futuro. Ma saremo inevitabilmente delusi.

“la felicità viene in sovrappiù ad aggiungersi alle azioni di chi non la cerca. La felicità è prima di tutto semplicità” Scrive L. Guitton.

“La felicità è conoscere i propri limiti e amarli” scrive R. Rolland.

Non la si cerca per forza la felicità e la si incontra nella nostra semplicità (vivere secondo natura). Che l’altro sia incontrabile e non programmabile significa che lo si può trovare ma anche no. E che una volta trovato lo si può anche perdere. E di sicuro più lo cerco e meno lo trovo. Anche qui il mistero, il non conosciuto del mio procedere e delle tappa del mio Futuro personale: non so quello a cui vado incontro, ma ci vado. Ma non per forza. E’ l’avvenire che viene verso di me (come si diceva Einstein iniziando ad elaborare la sua Teoria sulla relatività). E qui sta la nostra volontà: che avvenga quello che deve avvenire. Non è una contraddizione. Ciò che deve avvenire, avviene comunque perché l’avvenire è un Universale che si compie. E si compie anche quella infinitesima parte di Universale che il nostro Io costituisce.

L’amore che Io nutro verso il Tu in realtà è la manifestazione della mia potenza (saperci fare e disponibilità) ad amare tutto il Mondo di cui quel Tu è rappresentante. E qui è l’ordine a sostenere la volontà: tale volontà non può che essere ordinata. Ma anche in tale ordine, ovviamente, la volontà non può essere infallibile. E sbaglia. E sbaglia molto. Ma si tratta veramente di errore?

“Perché ha molto amato, molto le è stato perdonato”. Solo dalla azione tesa al bene dell’altro emergono errori e contraddizioni, che, proprio se provenienti dall’amore, errori più non sono. Solo se dietro un “errore” io vedo un lavoro di volontà posso perdonare. E soprattutto una volontà di amore.

Quando noi abbiamo un “buon pensiero” di noi stessi, ci è molto più facile giudicare bene anche gli altri. In questo sta la cosiddetta magnanimità. E il giudizio altro non è che il perdono. Il perdono non è un abbraccio pacificatore e caloroso con l’altro, ma un mettere l’altro (e dunque anche noi stessi) al proprio posto.

4 – Il Corpo è fatto per il movimento Futuro

Chiederci quale sia il senso ultimo della vita è come chiederci quale sia il fine, lo scopo ultimo, la meta del nostro corpo. Dove andiamo? Dove ci portano le nostre gambe? Di sicuro verso l’altro e verso la morte.

“Per la sua natura ambivalente infatti, il corpo è una riserva infinita di segni, entro cui lo stesso sapere psicologico, che ha individuato nella psiche lo specifico dell’auomo – scrive U. Galimberti in – diventa a sua volta un segno, una modalità di ricognizione che non può pretendere di dire qual è il senso ultimo del corpo”.

Il corpo, il “nostro” stesso corpo, non è nostro ma è “della” relazione con l’altro. Avviene e trova senso di essere solo nella relazione. Il corpo, proprio come insieme di segni, è più della somma delle sue parti. Il corpo trascende se stesso e va “oltre”, va verso il Futuro. Anzi diviene il suo stesso Futuro; come afferma R. Barthes: il corpo diviene corpo solo nel corpo dell’altro, e in questo senso, solo in questo, ha motivo di esistere. Se il corpo è portatore di bene lo è come portatore di Futuro per l’altro. Superiore come senso alle sue singole parti (o ai singoli sensi) che lo compongono, il corpo diviene Futuro perché diviene anche il nostro limite.

Scrive S. Natoli in -: “Di primo acchito definirei il corpo il luogo della mia vita e della mia disposizione. Ma dicendo i due termini dico che il corpo è il luogo del mio limite”. Limite proprio come luogo di passaggio, luogo di frontiera tra Io e Tu, dove l’aggetto scambiato alla dogana è il bene reciproco (non quello assoluto).

E il nostro corpo come limite consente anche la “relazione” che noi abbiamo con noi stessi. Permette di scoprire la alterità interna. Il corpo da un lato “si orienta verso di sé” e dall’altro “apre verso” l’altro. In questa duplice azione forse risiede la nostra anima nel suo significato più vero e più profondo. Un’anima che non conosce il proprio destino, ma sa di averlo. Sa che c’è un “oltre” tutte le cose, e dunque sa che un Futuro aspetta.

“E il verbo si fa Carne (Gv. 1, 14)”. E’ questa una frase del limite. La parola può solo essere carne, e il limite della parola è la carne. Come due amanti si scambiano le parole dell’amore, così si scambiano la carne, ma non ci sarà mai “fusione”, né di parole né di carne.

Noi fuori dal nostro limite ci perdiamo, fuori dalla relazione viviamo un senso di incompletezza che può giungere fino alla angoscia. Alla solitudine non più sana ma malata. Noi siamo limitati. “Con troppa facilità – scrive ancora T. Merton – crediamo di essere il nostro vero Io, e che le nostre scelte siano davvero quelle che vorremmo fare, mentre in realtà gli atti della nostra libera elezione sono determinati da impulsi psicologici derivanti dall’idea disordinata della nostra importanza”. Atti psicologici è la nostra anima. Disordine è il nostro narcisismo, l’eccesso di amore proprio che si oppongono alla accettazione del nostro limite, alla accettazione della alterità e della morte. Il corpo è una questione del “dentro” e del “fuori” come anticipava perfettamente Freud, per questo è una frontiera e per questo non è del tutto nostro ma è “della” relazione.

Siamo esteriori con il nostro corpo perché lo mostriamo e anche lo rendiamo desiderabile dall’altro, ma dentro al limite (che non ha nulla a che fare con la morale ma con la economia: mi conviene essere desiderato che rifiutato). Limite che mi dice che io non sono tutto. Il volto dell’altro, quando lo guardo, mi dice che io non sono tutto, che posso ottenere da lui solo quello che merito.

Noi con il nostro corpo abbiamo un mondo intero: abbiamo la potenza della relazione. <br<
“’Avere un mondo’ – scrive ancora U. Galimberti – infatti è qualcosa in più che ‘essere al mondo’ (…) il mondo non è solo il luogo che ci ospita, ma anche e soprattutto il termine in cui ci si proietta”. Termine. Meta. Luogo in cui si va ad agire il proprio Futuro.

Ma il nostro corpo ha anche un passato e una storia: è il capitale che noi ci portiamo appresso quando ri-incontriamo l’altro, quando ri-viviamo con lui una nuova esperienza (in quanto noi siamo fatti da “primi fatti”). Ma proprio perché questa esperienza è nuova, trascende la stessa storia. Gli occhi dell’altro ci invitano al nuovo e ci chiamano ad offrirci come nuova via per lui. E’ nel nostro destino sbilanciarci verso l’altro, verso il mondo, alla ricerca della novità e non della ripetizione patologica.

La relazione d’amore non può reggere sulle “ripetizioni”: si consumerebbe. L’emozione invece, che rompe improvvisa tra Io e Tu, è la dimostrazione della accettazione dell’imprevisto, la accettazione che il corpo stesso è un imprevisto. L’emozione ha il potere di trasformare.

Io non posso vedere dietro alle mie spalle, ma lo può fare l’altro. E dietro alle mie spalle, dove vede l’altro, sta il mio Futuro. Dietro alle mie spalle c’è l’altro che mi aspetta: io, nel mio volere “il primo passo”, mi dispongo all’incontro. Nella misura e nel pudore, se è vero quello che dice V. Hugo ne : “Il pudore è l’epidermide dell’anima”.

GUIDO SAVIO

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