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INVIDIA

INVIDIA

INTRODUZIONE

Parliamo proprio di uno di quelli che comunemente si chiamano “vizi capitali”, cioè l’invidia ( dal quale sono dispensati pochissimi esseri umani). Possiamo parlare. Invidia madre di tutte le contraddizioni. E di tutte le psicopatologie.

Contraddizione in quanto l’invidioso pensa al bene ed invece ne ricava del male, pensa con il suo comportamento di ottenere ricchezza ed invece piomba sempre più profondamente in una pratica antieconomica che prima o poi lo porterà a diventare povero in canna, proprio perché il suo motto è : “voglio arrivare in alto dove sei tu”, ma poi nella realtà pratica la sua bandiera si trasforma in “voglio tirarti in basso dove sono io”. E qui la contraddizione, e qui la antieconomicità del vizio.

Allora l’invidia è odio, è la base, se non lo zoccolo duro di tutte le psicopatologie. Perché se ti invidio, inevitabilmente voglio il tuo male, e se voglio il tuo male, inevitabilmente voglio il “mio” male.

Ma andiamo per ordine. L’invidia è il desiderio del male altrui, dunque è luogo dell’odio e della peggior razza delle psicopatologie (lo vedremo tra poco negli aforismi). Io ti invidio non perché voglio essere come te, come già detto, (che sei più di me, e la qual cosa si tradurrebbe in una sanissima ammirazione), invece ti invidio perché tu cada nel basso in cui sono io, e dunque il fatto che siamo nella bassezza entrambi mi sta assolutamente bene. Questo discorso avviene a livello inconscio, tuttavia l’invidioso non lo ammetterà mai, ma il suo inconscio… lavora in questo modo. E prima o dopo gli presenterà il conto.

Perché? Perché l’invidioso è prima di tutto un impotente che non riuscirà mai a tirare nella sua cloaca l’altro che è ”più” di lui. Allora partiamo dagli aforismi, solo “pour partir”.

Teniamo bene presente che la sede seria della nostra questione è la domanda se l’invidia, fonte di odio e di distruzione per l’altro e per il soggetto stesso (dunque antieconomicità), possa avere una risoluzione in quella parola nobile e nello stesso tempo tanto bella e tanto fragile nella nostra lingua che dice… amore. Ovvero se l’amore sia la cura della invidia, e se dall’altra parte l’invidia sia la bestia più pericolosa nella gamma nei nostri sentimenti, che oppone questioni all’amore e di esso ne possa divenire la tomba.

Ergo. Invidia, differendo da amore, (che è l’unico luogo di salute) può lottare contro di esso per minare la relazione. Qui il passo all’isteria è facile. Ma in seguito si vedrà.

AFORISMI

“In Brasile il successo è una offesa personale” (Tom Jobim). “Non c’è odio più implacabile dell’invidia “ (Arthur Schopenhauer). “L’invidioso piange più del bene altrui che del proprio male” (Francisco de Quevedo). “L’emulazione è la passione delle anime nobili; l’invidia il supplizio di quelle vili” (Jean Francois Malmontel). “Possiamo descrivere il nostro odio, la nostra gelosia, le nostre paure, le nostre vergogne. Ma non la nostra invidia” (Francesco Alberoni). “’L’invidia è una merda” (Adesivo su di un automobile).

Questi aforismi per dire che se facciamo attenzione l’invidia è un male caratterizzato dal fatto di non avere sintomi apparenti. L’odio schiuma, la pigrizia si espande, la gola ingrassa, l’avarizia accumula, la lussuria si offre, l’orgoglio brilla, solo l’invidia si nasconde. O molto più spesso si camuffa.

“Il vero amico non è colui che è solidale nella disgrazia, ma quello che sopporta il tuo successo” afferma il personaggio principale di un romanzo sull’invidia ( Zuenir Ventura “Invidia”). E ancora “La solidarietà nella gioia è molto rara”, e ancora “… ci sono cose che un individuo non confessa né al prete, né allo psicanalista, né al medium dopo morto”. E fra queste cose la prima è senza dubbio l’invidia.

L’invidia e l’odio hanno assunto una forma così dissimulata, e dunque alla vista dell’altro così contraddittoria, che non sempre è facile individuarle: l’invidia è tanto contraddittoria quanto subdola. Talmente subdola che sta alla base di tutti gli altri peccati capitali. L’avarizia può cominciare dall’invidia, sicuramente è presente nella lussuria e nella gola (l’invidioso non ama affatto chi ha una buona vita sessuale o mangia bene!); costituisce una parte dell’ira, anche se cova sotto la cenere, occulta; superbia e invidia infine sono inscindibili (un orgoglio ferito conduce all’invidia tanto quanto un rancore segue una sconfitta.

L’invidia ancora si rifà al pensiero di “ingiustizia subita”: quando nella nostra vita ci troviamo di fronte ad un grave pericolo o ad una profonda tristezza, ci viene ovvia la domanda: “Perché io?”.

Nel senso proprio che vado a invidiare gli altri che il dolore che sto vivendo io non lo stanno sperimentando. E l’invidioso è anche un soggetto debole, che non riesce da solo ad affrontare le proprie problematiche, come scrive nel suo libro sugli aforismi William Hazlitt, raccolti sotto il titolo “Caratteristiche”,: “Coloro i quali hanno meno fiducia in se stessi ,sono i più invidiosi, visto che i più deboli e codardi sono i più vendicativi”. E dello stesso autore, non senza una buona autoironia: “Ogniqualvolta un amico ha successo, un qualche cosa muore dentro di me”.

Il pensiero di “ingiustizia subita” è un pensiero che indebolisce le nostre risorse e impoverisce le nostre capacità di reazione e di riabilitazione, e in questo modo diventa terreno fertile per la invidia. Si sposta il pensiero sulla “fortuna” altrui e in questo modo, proprio perché si invidia l’altro, si perde la propria forza.

Seminato ancora più fertile per l’invidia è (come già visto) l’onnipotenza che il soggetto invidioso pretende di avere e dunque la sua inabilità di sopportare la “superiorità” altrui Secondo Melanie Klein, il concetto di invidia si impernia sulla ricerca del seno materno da parte del figlio, seno del quale egli desidera una specie di proprietà, di esclusiva “mutatis mutandis”, poi possesso perenne. Il bambino non vuole rivali. Nel suo libro “Invidia e Gratitudine” la Klein afferma che “…la persona veramente invidiosa è insaziabile, non potrà mai essere soddisfatta, poiché la sua invidia scaturisce da dentro e pertanto trova sempre un oggetto su cui focalizzarsi”.

Il bambino è perfino invidioso del seno che lo soddisfa. In pratica non è ancora capace di “amare” in quanto non ha pensiero né ragione dell’altro che con il proprio apporto, lo porta fuori dal suo bisogno ( in questo senso la fame stessa), lo calma nella sua brama. Come diceva Paolo di Tarso che “L’amore non conosce invidia”. Ancora in questo senso l’invidia è contraddittoria e nello stesso tempo indebolente, in quanto non ammette il conflitto e la sconfitta, proprio perchè pratica una continua e logorante subdola lotta contro l’altro.

L’altro può essere non solo una singola persona ma anche una istituzione, un gruppo, una classe sociale, etc. In questo senso aveva già modo di scrivere Schopenhauer, che era colpito dal fatto che l’invidia femminile fosse rivolta “ad personam” ovvero verso un singolo oggetto, mentre quella maschile era più incontrollata e demenziale e poteva… sparare su tutto e su tutti, è più “sociale”, pubblica e maggiormente costruita sulla fantasia e sulla sopravvalutazione del sé rispetto al gruppo.

LA LOGICA DELL’INVIDIA

Anzitutto letteralmente che cosa si intende per invidia? Nella nostra lingua il significato del termine comunemente riposa nel rammarico e nel risentimento che si prova “guardando di sbieco” (dal latino “invidere”), per la felicità, il benessere, il successo altrui, sia che ci si consideri ingiustamente esclusi (“Perché io?”) da tali beni, sia che, già possedendoli, se ne pretenda il godimento esclusivo. L’effetto dell’invidia non è un proprio desiderio da realizzare, quanto piuttosto che gli altri non lo realizzino, ovvero togliere all’altro qualcosa di pregiato che “possiede”. E’ la morte del valore della alterità.

Tuttavia non trascuriamo il sentimento di odio che è “humus” di tutto ciò.

Questo odio è determinato proprio dal senso di ingiustizia che l’invidioso prova e di impotenza a trascenderla.

Molto spesso l’invidia non è rivolta alle “cose” (anche non materiali) che l’altro possiede, ma al “potere” dell’altro di averle. L’invidia verso la potenza (produttiva, di amare,) che l’altro possiede. Come se l’altro avesse una infinità di frecce al proprio arco e l’invidioso nemmeno una. Si invidia l’essere e non l’avere. L’essere che si riferisce alla capacità di provare esperienze (si pensi alla tanto famosa invidia di Salieri per Mozart). Salieri è egoista proprio perché ..brama fuori dalla misura della sua capacità di essere chi è, capace della musica che sa scrivere. Brama è incontinenza. L’”Eris” della grecità.

Il superamento dell’egoismo è in verità l’annientamento della processualità invidiosa, che invece tende a legittimare come “giusta” (vedi Salieri) la propria brama.

“L’invidia, ci dice Russel – è una forma di vizio, in parte morale e in parte intellettuale, che consiste nel non vedere mai le cose in se stesse, ma soltanto in rapporto ad altre”. Il confronto, in altre parole, e il confronto invidioso indebolisce sempre e inibisce la. Salvo che non si tratti invece, anziché di invidia, della sua progressione o guarigione, cioè la “ammirazione” che mi spinge a lavorare e a dare fondo alle mie risorse per raggiungere veramente quello che l’altro ha o è e io non ho e non sono.

Proprio secondo H. Schoeck l’invidia nasce dalla disuguaglianza che emergerebbe dal confronto; su questa tesi, che si trova per certi versi in alcune posizioni di Freud, si fa l’esempio delle società primitive, nelle quali si viveva nel terrore dell’emergere di qualcuno e nello stesso terrore che a emergere sugli altri sia il proprio io. Insomma l’invidioso non vuole fare giustizia ma solo fortuna, non vuole uguaglianza ma solo privilegio per se stesso, sulla scia della vecchia Eris della mitologia greca. E vuole operare questo proprio attraverso un “lavoro” sia “ad personam”, oppure generalizzato rivolto contro l’altro che può assumere caratteristiche universali, in parole povere, l’uomo sereno della strada (“Io ce l’ho con il mondo intero”). L’invidia a questo punto a volte è paragonata ad una paura vera e propria: “si invidia qualcosa o qualcuno – scrive H. Schoeck – come si teme qualcosa o qualcuno”. Abbiamo visto che l’invidia ha un oggetto preciso, non può sorgere, se manca un bersaglio, una vittima.

E diventa ancora più chiaro l’odio viscerale che sottende l’invidia, cioè il piacere di arrecare danno, senza che chi compie l’azione ne ricavi alcun vantaggio (e qui ancora la antieconomicità dell’invidia).

Lo psichiatra I.D. Suttie insiste nel dire che la gelosia sessuale va considerata, anche se camuffata, se non addirittura a volte rimossa, la sorgente principale dell’invidia, anche se questo vizio ne risulta compresso. Il tema è chiaro: l’invidia è sinonimo di conflitto, conflitto rivolto in particolar modo agli oggetti viciniori. In altre parole non si invidia il miliardario con le case al mare e/o in montagna ma la classica erba del vicino di casa che è sempre più verde della propria.

Alcuni sociologi tenderebbero d’altra parte a distinguere il concetto di invidia da quello di conflitto, ritenendo il primo più attivo e pubblico e il secondo più segreto e indimostrabile.

Se lo psichiatra Suttie pone la questione dell’invidia sul piano sessuale, il filosofo G. Simmel ne vede l’origine nella situazione, potremmo dire noi, edipica, cioè nella invidia per il padre, reale o fantasmatico, di fronte al quale il soggetto invidioso si sentirebbe perennemente impotente. Simmel crea poi una interessante distinzione tra gelosia e invidia. “Nella sua direzione e nelle sue sfumature più profonde – scrive – la gelosia si distingue appunto per il fatto che il ‘possesso’ ci è negato perché si trova nelle mani dell’altro, nonché per il fatto che se questi ne venisse privato, toccherebbe immediatamente a noi; mentre l’animo dell’invidioso è attratto piuttosto dal possesso, quello del geloso guarda al possessore. Si può essere invidiosi della fama di qualcuno, pur non avendo la minima pretesa alla fama; si è invece gelosi della fama di un altro quando si pensa di meritarla alla pari e più dell’altro (si vede come torna la questione della ‘ingiustizia subita’). L’amarezza e il cruccio del geloso poggiano su una certa finzione, ingiustificata, anzi insensata, secondo la quale l’altro gli avrebbe sottratto la fama”.

Sempre di mancanza e di impotenza di tratta , sia nel geloso che nell’invidioso, che tentano di integrare la mancanza con loro private creazioni e pensieri fantasmatici, fantasiosi di raggiungimento dell’oggetto invidiato. Ma c’è di più: l’invidioso può essere disposto anche a danneggiare se stesso – o almeno a sottoporsi a spese e costi inutili – pur di arrecare molestia alla persona invidiata.

Perché, soprattutto a livello di società, di gruppo, l’invidioso è inevitabilmente un guastafeste, un potenziale sabotatore e sedizioso, un incontentabile perché aspira ad una utopia che poi diventa follia: vuole che tutti gli individui siano almeno “uguali”, condizione che è proprio il contrario della giustizia retributiva che invece regge sia la salute del soggetto sia quella della società. Come afferma M.P. Nilsson: “Se uno si appropria di più di quanto gli spetta, deve sopportarne le conseguenze”. Ora il buon ordine è un elemento essenziale del concetto che presso gli antichi greci passava sotto il termine di ‘moira”. Che tradotta alla lettera significa appunto “parte, “quota”, “porzione”. Cioè sapersi accontentare.

Sempre presso gli antichi greci invece, l’antica concezione di una potenza divina che impersona il principio dell’invidia ricorre molto spesso in collegamento con la parola “nemesis”. In Omero questo termine significa soltanto ‘sdegno, riprovazione per ciò che è sconveniente’. Soltanto molto più tardi compare una dea Nemesis, che viene considerata tutrice della giusta misura (nessuno deve avere troppo o troppo poco) e nel contempo nemica dichiarata della troppa fortuna.

Sempre Nilsson riscontra già in Erodoto la contrapposizione tra una ‘hybris’ dell’uomo e una ‘nemesis’ degli dei provocata dalla eccessiva intraprendenza degli uomini. Omero individua invece il soggetto che si è appropriato di porzioni superiori a quello che gli era stato assegnato. Ricordiamo tuttavia per inciso come nella antica Atene l’invidia fosse un vizio alquanto diffuso, mitigato soltanto da un certo fatalismo che, da una parte affermava la forza del destino individuale di ogni singolo( ciò che deve avvenire avviene comunque); dall’altra la accettazione di una certa passività e senso di colpa ontologico per cui esistevano, (ed esistono tutt’ora) individui che cercano continuamente di scusarsi di essere al mondo, quasi per proteggersi dalla invidia altrui. In effetti l’invidia ha come risultato pratico la impossibilità dell’individuo di darsi all’altro.

ALLORA AMORE

E questo fa sì che l’amore per l’altro, il darsi all’altro sia l’unica cura per l’invidia. Cura che è assunzione della responsabilità per se stessi e per gli altri. Se l’invidia è una forma di dipendenza e di impotenza, l’amore è la forma della potenza e della libertà.

L’invidia è frutto di una “ferita narcisistica” che ci ha colpiti non tanto nel nostro “io” ma nell’”ideale dell’io” (ovvero, forse, nel nostro pensiero e non nella nostra realtà). Forse non in quello che siamo realmente ma in quello che vorremmo essere. Per questo l’invidia brucia: il suo obiettivo è inavvicinabile, sfugge in continuazione.

L’amore invece è pensiero del presente, della possibilità di avere soddisfazione qui e ora. Il pensiero che la vita è gratis sancisce che in quanto tale va vissuta. Ma di più ancora come la vita sia il senso della misura in cui gli stessi suoi eventi ci sono stati riservati e come noi, se volgiamo, possiamo farcene autori.

GUIDO SAVIO

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4 comments for “INVIDIA

  1. sirsimon
    8 Dicembre 2007 at 18:54

    L’articolo è interessante e narra molti aspetti dell’invidia però ha un grosso difetto. Ha sbagliato la cura. L’amore può essere visto sia ricevuto che inviato. Se lo riceviamo questo è solo una sorta di placebo all’invidia perchè l’ oscura momentaneamente. Se lo inviamo e solo una breve tappa felice prima di ritornare invidiosi ( a volte causata proprio dal fatto che non veniamo ricambiati). Allora quale è la cura? Semplice , l’invidia è solo un sentimento che si basa su altri sentimenti per divenire più marcata. Se riusciamo a controllarla a dovere abbiamo raggiunto la cura. Non possiamo eliminarla perchè mutileremo una parte del nostro animo. Se non fossimo invidiosi ora saremo ancora all’età della pietra. Ovviamente la cura è semplice ma difficilissima da arrivare. Se non ricordo male l’invidia materiale è una delle cose da saper padroneggiare per il cammino zen/buddhista che porta alla pace interiore e all’amore universale…

  2. savio
    11 Dicembre 2007 at 18:54

    La tua riflessione, gentile amico, è interessante. Gia i testi citati nell’articolo ponevano la questione che l’invidia, in fin dei conti, è anche la molla dela civiltà. Lo dice anche Freud in “il Disagio della Civiltà”. Tuttavia l’invidia di cui parlo io non è quella sana (che potrebbe essere l’ammirazione che mi porta a lavorare per fare le cose che l’altro sa fare e io non so fare) (che appunto permette un lavoro di civiltà personale e sociale) ma quella malata, che ha come figlia primigenia la inibizione: ovvero: non faccio niente di buono per me (e dunque per gli altri) ma lavoro per distruggere quello che l’altro, che io reputo superiore a me, ha fatto nella vita. Secondo me l’invidia ha una vivibilità e una “leggibilità” molto legata alla età della persona che la sta sperimentando. Meglio: chi ha tempo per ravvedersi dal “vizio”… bene. Ma per chi non ha più tempo? E l’unica vita che ha (e tutti ne abbiamo una sola) se l’è giocata a rodersi il fegato?
    Alla prossima. Guido Savio

  3. albachiara
    13 Dicembre 2007 at 18:30

    Penso non ci sia una cura “esterna”per curare l’invidia,ma solo “interna”,imparare ad amare sè stessi e i propri limiti,
    solo così si potrà essere appagati e non etrnamente alla ricerca di un di “piu” che non si ha,e che in “fondo”nemmeno si vuole…..perchè come si dice “volere è potere”

  4. zaza
    13 Dicembre 2007 at 18:55

    L’invidia “buona” quella che inevitabilmente tutti nel corso della nostra vita proviamo ci provoca un dolore mentale che ci spinge a guardare nella parte più profonda e nascosta di noi stessi , facendo ritornare a galla le sconfitte , i fallimenti la parte buia più nascosta di noi.
    Ci mettiamo a nudo e sveliamo le nostre vulnerabilità,ma anche le qualità e solo in questo modo evitiamo di cadere in angosce e depressioni:
    Sono convinta che l’invidia” buona”è uno stimolo,un’occasione per migliorare se stessi.Ci permette a volte di sopravvivere per poi ricominciare a vivere.

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