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PADRE E FIGLIO NELLA RELAZIONE (PARTE PRIMA)

PADRE E FIGLIO NELLA RELAZIONE (PARTE PRIMA)

PADRE, FIGLIO, SESSO

Tutto sta “dentro” alla relazione

Essere padri ed essere figli significa occupare un posto e questo posto ci è dato solamente dalla relazione che noi abbiamo con l’altro. E’ l’altro che ci definisce, come il figlio definisce il padre (in quanto nessuno è padre se non ha almeno un figlio), così il padre definisce il figlio (che è tale per l’appunto in quanto ha un padre che lo ha generato in identità), cioè intercorre una reciproca distribuzione di posti e di identità.

Fuori dal rapporto esiste solo malattia, nel senso che non esiste conoscenza di se stessi e non c’è sapere in merito al proprio posto. Dire che l’Io “vive” solo nel momento in cui ha relazione con l’altro è come dire che noi tutti siamo figli del Tu, figli dell’amore e dagli amanti dai quali, a nostra volta, ci siamo lasciati amare. Figlio è il lasciarsi amare al di là e al di sopra di ogni forma di passività, passività che invece la tradizione aristotelica lascia intendere, come annota Remo Bodei:

“ L’amare è inoltre migliore dell’essere amati, in quanto coincide con l’attività e la scelta in favore del proprio essere: ‘L’affetto assomiglia ad una creatività, mentre l’essere amato ad una passività. Perciò l’amare e ciò che concerne l’amicizia conseguono a chi è superiore nell’azione” 1(Amare/essere amati in aristotele in bodei, g.p., p. 347)

Chiaro che è la reciprocità la forza che permette alla relazione di sostenere il tempo e sostenersi nel tempo. Reciprocità che è una continua offerta all’altro non tanto di oggetti o di sentimenti (certo, anche questo) ma soprattutto di “possibilità-potenzialità”, come abbiamo già visto in più di una occasione. La reciprocità recita la frase: “Ti offro la possibilità di darmi una possibilità”. Solo in questo modo possono essere sorpassati vecchi schematismi quali quello di attività/passività, in quanto esistono forme di “passività” che sono in realtà “invito” all’altro a farci del bene, a trattarci bene e dunque si rivelano più “attive” dello stesso fare diretto per qualcosa o per qualcuno.

La reciprocità è il “qui e ora” della relazione nel senso che il Tu e l’Io, che entrano in rapporto, sono certo dei “già esistenti”. La storia della relazione certo costituisce un elemento basilare di supporto, ma poi tutto avviene nell’immediato. Quasi “totus novus”. Due persone che si amano rilanciano in ogni momento il loro essere amanti e non riproducono una storia passata; semmai se ne servono, pur non misconoscendola affatto, anzi. Verrebbe da dire quasi che prima della relazione, di ciascun momento della relazione, non esiste garanzia di sopravvivenza, ma questa sopravvivenza (ammesso che questo termine possa passare per buono) richiede tanta fede e tanta speranza fornita proprio dalla reciprocità, fede e speranza nel Tu e nell’Io come attori ognuno della propria naturalità.

Chi si ama cerca nell’altro ciò che lui conosce di se stesso ma cerca soprattutto il diverso, ciò che va a riempire la mancanza. L’amore è il coesistere del “sapersi” e del “non sapersi”, proprio perché l’altro vada ad occupare questo secondo posto. Identità e vocazione verso la alterità come scrive ancora Bodei:

” Gli amanti devono avvertire simultaneamente la piena identità e la piena alterità reciproca. Se essi fossero troppo simili, se prevalesse l’identità, l’interesse e l’attrazione reciprochi finirebbero. Se, al contrario, fossero troppo diversi, se l’alterità diventasse assoluta allora ogni rapporto sarebbe sbarrato. Bisogna che questo delicato equilibrio venga continuamente infranto e riprodotto, anche artificialmente, che questo presunto sentimeno spontaneo venga attizzato finchè la norma si trasfiguri in sorpresa” 2 (Amare/essere amati , bodei, g.p., p. 357)

L’”equilibrio” va infranto affinché possa intervenire la novità all’interno della relazione, ma soprattutto l’equilibrio va infranto in quanto non può accadere altrimenti. L’allontanamento fisico degli amanti è il presupposto del prossimo incontro. E’ la vitale separazione. E’ l’aprire al pensiero con il quale noi elaboriamo gli “atti”, l’ esperienza del nostro amore. Il pensiero è un filo conduttore ma nulla di più, fino al prossimo incontro. Non a caso la relazione è un avvenire di volta in volta nella scoperta della sorpresa, a volte anche del mistero, come sostiene Martin Buber.

Siamo tutti, in fin dei conti, un secondo tempo: il primo è il Tu (poi viene l’alternanza dei posti S/A). L’Io è il secondo tempo. Ma proprio nel senso che il Tu viene cronologicamente e topologicamente prima. Come la mamma è venuta prima del bambino noi ci formiamo, in questo comprendere la successione, alla relazione con l’altro. Poi l’altro da noi: questa è la reciprocità.

Si può facilmente notare come tanta psicopatologia, quella fallica in primo luogo (come abbiamo avuto modo di vedere), abbia a che fare con il non ammettere tale successione. La patologia recita sempre: “Prima ci sono io, prima vengo io”, mentre poi ci si accorge che la salute è il pensare prima l’altro, come la persona gentile apre la porta e lascia passare prima l’altro. Gentilezza qui diventa salute. Formalità diventa salute.

Del Padre e del Sesso

Figlio del Tu siamo tutti noi in quanto nati da madre e da padre. La questione è fondamentale in quanto padre e madre hanno posto al figlio la questione del sesso. Siamo tutti nati da un rapporto sessuale il quale rapporto è prima “unione” e poi “distacco”. La questione del rapporto sessuale, prima che la questione dell’incontro, è la questione del distacco. Dove esiste sesso esiste la possibilità di rapporto. Ed esiste possibilità di rapporto laddove esiste distacco, distanza, agio, posti diversificati.

Come afferma Luce Irigaray: “Tu chi sei? Tu che non sei né sarai mai me, né mio” 4. (p. 123).

Ovvero: “La differenza sessuale – continua la Irigaray – è un dato immediatamente naturale, ed è una componente reale e irriducibile dell’universale. Il genere umano nel suo insieme è composto di donne e di uomini. (…) La differenza sessuale rappresenta probabilmente la questione più universale che si possa affrontare. Nel mondo intero ci sono, e ci sono soltanto degli uomini e delle donne” 5.

(p 54, 55). Questo è sesso, questa è la divisione che consente tutti i rapporti, altrimenti è l’albero che nasconde la foresta.

Sesso è il riconoscimento che l’Io è possibile solo dal riconoscimento del Padre, che è colui che pone la questione della differenza alla coppia madre/bambino. Se introduco il pensiero di Padre nella mia giurisdizione, posso fare sesso con una donna, proprio perché il Padre è il pensiero della possibilità dell’allontanamento da lei. Il Padre è l’agente della spinta fuori dalla garanzia.

Non a caso è l’ assenza del padre reale che determina la nascita del mito materno (che possiamo qui definire l’attaccamento morboso tra madre e figlio/a). Il mito materno è poi madre e figlio o madre e figlia che formano coppia nella non ammissione della diversità sessuale, nella non ammissione del padre/Padre tra loro due. Non esiste sesso in quanto non è ammessa la separazione. Non è ammessa la separazione in quanto esiste pensiero che ci sia “un solo sesso”, il mio, dal quale, fallicamente, on posso separarmi. Un solo sesso è… quello che non si fa! Un solo sesso, come pensiero, preclude qualsiasi rapporto sessuale. Preclude qualsiasi rapporto tout court.

Nella salute vige una norma: l’impossibilità di non aver il pensiero di Padre come è stato sopra formulato. Nella malattia vige invece una fortissima aspirazione o alla negazione (Lacan parla di “forclusione”) o alla astrazione della funzione paterna. L’astrazione in particolare è un percorso viscido e ambivalente dove il Padre non viene negato ma viene usato appunto attraverso il suo slittamento da funzione che norma, che regola, a funzione di cui ci si serve a seconda del proprio bisogno e interesse. La astrazione è melliflua e si presta alla manipolazione. E’ interessante a proposito la declinazione che Galimberti offre del processo di astrazione.

“Così, ad esempio, per bere non dispongo di un bicchiere, posso ricorrere a qualsiasi oggetto che presenti una ‘cavità’. La percezione della cavità neutralizza gli altri caratteri dell’oggetto, rendendo possibile l’impiego dell’oggetto cavo presente al posto del bicchiere assente. Per una malintesa intellettualizzazione della vita siamo soliti chiamare questo processo ‘astrazione’ ossia ‘capacità di prescindere da’ (ab-traho) tutti gli aspetti dell’oggetto cavo, fatta eccezione per la sua cavità. ” 6(gal, eredità e ab-traho: cavità, p.t. p. 211) <br<
La norma paterna non può essere un “a prescindere”, come la norma paterna non può essere astratta perchè non può essere “tirata fuori” dal contesto della relazione. Nessuna norma contempla l’”a prescindere”, ed è qui dove la norma paterna ha la sua fondazione, nel fatto che non può essere non considerata quando si inizia una relazione, sotto qualsiasi forma essa si presenti. Astrarre il Padre significa “neutralizzarlo”, come la mano di Galimberti, mentre il padre è colui che compie la azione opposta, quella di porre la questione del sesso tra i due della relazione.

GUIDO SAVIO