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BLAISE PASCAL: LA PASSIONE COME FORMALITA’

BLAISE PASCAL: DISCORSO SULLE PASSIONI D’AMORE. QUANDO LA PASSIONE DIVENTA FORMALITA’

«No – scrive Bruno Nacci nella Nota introduttiva ai Discours di Pascal -, al centro del Discours c’è la finzione, la maschera intesa come convenzione. Il corpo non esiste, il desiderio non esiste. E’ solo una meccanica spirituale, un sistema di contrappesi, bilanceri e molle ben oleate».

Il 15 settembre 1843 apparve sulla «Revue des deux mondes» un saggio di Victor Cousin intitolato Un fragment inédit de Pascal. La attribuzione di questo scritto a Pascal è tutt’altro che certa. Ma non è la ricerca storico-letteraria il nostro intento. Anzi. Ci interessa portare un esempio di come la passione amorosa sia stata trattata dalla filosofia: il modo potrebbe essere quello dei Discorsi di Ovidio: la tecnica in amore, la seduzione, modernizzando il «know how» per fare propria una donna (ed è logico che così sia in quanto la passione d’amore è la donna stessa).

I ruoli non hanno bisogno di essere messi in discussione: maschile/attivo e femminile/passivo.

Ed è proprio in questo terreno che l’uomo, sentendosi debole, mette in evidenza (mette in parole) la propria forza.

Pascal non è riconosciuto padre dei Discours. G. Lanson afferma laconicamente che lo scritto o è di Pascal, o di qualcuno che Pascal imita, o di qualcuno che imita Pascal: ovvero: nulla di certo.

Nel 1921 Ferdinando Neri respingeva ogni ipotesi di un Pascal diverso da quello che emerge dagli scritti e dalla tradizione bibliografica: «è lecito chiedersi se quell’uomo tormentato e malato, cresciuto tra il rigore dello studio e l’angoscia religiosa, ha così d’un tratto adagiarsi in questa riposata mollezza; se un cuore come quello di Pascal, urtando contro l’amore improvviso, che sovvertiva tutto il severo noviziato della sua giovinezza; se uno spirito, ad ogni sua prova esigente ed impetuoso, al quale ogni mezzo termine era supplizio, ha dovuto acquietarsi per il diletto delle dame di Clermond-Ferrand (…) o di Parigi (…) a raffinare sui luoghi comuni dell’amore senza sentirlo, oppure a ridurre in formule galanti la nuova fiamma, irrompente in un animo deserto, e pur sempre vigilato dalla dottrina giansenista» (Blaise Pascal, p. 14)

Orbene. Se l’uomo Pascal e quello dei Pensieri, non può essere quello dei Discours, in cui si fa della leggerezza attorno all’amore. Ma vediamo quale leggerezza.

« 1 – L’uomo è nato per pensare, e il pensiero non lo abbandona mai. Ma quei pensieri puri che lo renderebbero felice se fosse in grado di sostenerli sempre, in realtà lo affaticano e lo distruggono. Non si rassegna ad una vita monotona, ha bisogno di novità e di azione, in altre parole gli è necessario ogni tanto che le passioni, di cui avverte nel cuore la sorgente viva e profonda, lo scuotano».

L’uomo Pascal ha bisogno di essere scosso, come Saffo, dal vento della passione. La scossa è data dalla novità del comparire dell’altro nella nostra vita e dalla «azione». Azione è il corpo che si muove. Ma all’interno di una logica che non è la logica matematica tanto cara a Pascal, ma è la logica dello «sbilanciamento». Il baricentro del corpo, nella passione, si sposta «fuori». Fuori vuol solo dire verso l’altro. Noi siamo fuori di noi solo quando un altro ci invita a sbilanciarci. Ci dà l’occasione del nuovo attraverso un cambio della nostra posizione. Il corpo che si muove è un corpo che si muove fuori della logica della garanzia (che è la logica matematica): va verso l’altro nel senso del «rischio» che l’altro chiama nel momento in cui ci chiama. Azione allora si distacca dalla logica matematica ed entra nella logica della relazione: l’amore è logico non nella logica pre-stabilita della scienza ma nella logica che si instaura tra due nei momenti in cui si amano. E il giorno prima non è garanzia per il giorno dopo.

«6 – Qualcuno si chiede se dobbiamo amare! Non è una cosa da chiedere: la si deve sentire. In questo caso non c’è scelta, veniamo trascinati, e se ci riflettiamo è per il piacere di ingannarci».

E qui Pascal offre il suo pensiero: la passione d’amore non rientra nella logica del «dover essere» proprio per definizione. Se il sentimento, il sentire, rientra nel dovere non è più un sentire ma un recarsi presso l’altro per … curiosare, per annusare, per avere uno scopo qualsiasi per l’essere andato presso di lui. Dover essere significa che non esiste fluidità tra Io e Tu, per cui tra me e te ci metto di mezzo qualche cosa d’altro per cui Tu non sei più il mio interesse primario. Mi diventi secondo. Non so se veniamo trascinati nella nostra curiosità, ma di sicuro non siamo autorizzati a riflettere su noi stessi nel momento in cui compiamo l’atto di avvicinamento verso l’altro. Davvero saremmo ingannati.

«8 – Ci sono due tipi di intelligenza, una geometrica e una che potremmo definire concreta. La prima ha modi lenti, duri, inflessibili; la seconda ha una duttilità di pensiero che la fa aderire simultaneamente alle diverse parti desiderabili di ciò che ama. Dagli occhi va fino al cuore, e dai movimenti esteriori riconosce ciò che accade all’interno. Solo quando si possiedono entrambe queste forme di intelligenza l’amore procura piacere! Perchè abbiamo la forza e insieme la flessibilità dell’intelligenza, cosa assolutamente e indispensabile per la comprensione tra due persone».

Certo che l’amore richiede un pensiero pratico, un pensiero operativo che ne riesca a portare a fine la «geometria». Difficile tuttavia che in amore il passaggio dalla teoria alla pratica avvenga all’interno di un percorso logico e consequenziale. Quello che più interessa di questa riflessione di Pascal è che il fine dell’amore è quello di procurare piacere. Contrariamente alla passione-amore cortese che piuttosto mira al languore e al rispecchiamento spesso narcisistico sul proprio dolore dato dalla mancanza o lontananza dell’oggetto amato. Non a caso Pascal parla di «intelligenze». Il Principio di Piacere non può che fondarsi sulla intelligenza che, unica, è quella che tende alla soddisfazione. Altre modalità di pensiero che non tendono alla soddisfazione non possono definirsi intelligenze. In questo senso Pascal prosegue:

«14 – L’uomo è nato per il piacere: non ha bisogno di prove, gli basta sentirlo. Dedicandosi al piacere segue dunque la ragione. Ma spesso avverte nel cuore la passione e non capisce da dove viene». Il segno che il lavoro della intelligenza e della ragione sono andati a buon pro è che venga raggiunto come stato il piacere. La prova che tutto il percorso della ragione è stato un buon percorso è che il piacere venga raggiunto. Nella sua precarietà, nella sua momentaneità, nella sua manchevolezza ma raggiunto. Il «sentire» che il piacere è stato raggiunto è poi più che una esperienza (come sembra affermare Pascal) un giudizio. Il piacere è il mio «pensiero giudicante» che lo sancisce raggiunto.

«16 – A forza di parlare d’amore ci si innamora. Non c’è nulla di più facile, è la più naturale delle passioni umane».

Il desiderio, il desiderio interno all’amore, viene «informato» dalla parola. In noi non è possibile nessuna rappresentazione né sperimentazione di sentimento se non attraverso la «fissazione» che la parola opera. La parola che viene prima determina il desiderio che viene dopo. La «naturalezza» della passione è possibile all’interno di questo percorso: dalla parola alla esperienza d’amore che poi diviene parola «nuova» per una nuova esperienza. Un progredire che nel Logos trova la sua naturalezza. Non può esistere «naturalezza» senza la parola che la nomina. Ogni nominazione è una «anticipazione» di una ulteriore forma più evoluta di vissuto dell’amore.

Chi ama un altro lo può fare perché ha la possibilità di amare tutto l’universo. Chi noi amiamo è un rappresentante dell’Universo che possiamo amare in quanto lo abbiamo «nominato» rappresentante dell’Universo, dei Tutti amabili. Non così la intende Pascal:

«Più siamo spirituali e più bellezze originali troviamo. Dunque non dobbiamo innamorarci, perché quando amiamo sappiamo vederne una sola».

Ma appunto vediamo quella «sola» perché abbiamo la possibilità, la facoltà, di amare tutte le altre. Tutte le bellezze sono amabili è testimoniato dal fatto che ne amiamo una. Il Bello nel Convivio di Platone è questo. E’ la psicopatologia che porta ad amare uno «solo». Chi ama uno «solo» e ad esso si fissa vive nell’amore patologico che, prima o poi, lo porta a voler fare proprio l’altro. Proprio perché è l’unico del quale si vuole avere esperienza. E nel momento in cui l’altro diviene proprio si trasforma in formalità. Non è più corpo ma una continua ripetizione. Ripetizione di parole, gesti, atti tesi al rispetto di una regola, di una legge falsa che vede l’altro assente come altro della diversità. Amare per rispetto non è amare ma oltrepassare il corpo dell’altro per andarsi a rifugiare in un «dover essere». Pascal diventa formale:

«La prima conseguenza dell’amore è che ispira un grande rispetto. Noi veneriamo colui che amiamo. In fondo è giusto: per noi è la osa più grande che ci sia al mondo».

Una «cosa» per l’appunto. Anche se la «cosa più giusta». Il rispetto non rappresenta la sana e indispensabile distanza tra Tu ed Io affinché ci sia relazione, l’agio che deve intercorrere tra due corpi affinché l’attrito del gioco non sia eccessivo. Il rispetto si pone come istanza morale «esterna», per non dire estranea, tra due che si amano. Il rispetto non è una appartenenza, non è un carattere né dell’Io né del Tu. E’ un dato aggiunto, nel registro della morale, per cui si può anche dire «Lo amo per rispetto». Ma capiamo benissimo che in questo caso l’amore non è diretto. Forse neppure è sincero. E’ mediato da una istanza suppletiva, appunto il rispetto, che copre una mancanza di passione, o una mancanza di sentimento. «Ti amo per rispetto» significa che se io non fossi chiamato dal rispetto forse nemmeno mi interesseresti.

Il rispetto copre una mancanza di sentimento ed è riferito direttamente alla coscienza. Come se in amore la coscienza dovesse essere soddisfatta. Ma in amore non è la coscienza che deve essere soddisfatta bensì è il rapporto tra i due corpi che dà o meno la soddisfazione. Rispetto è la condizione morale che mi fa tenere unito all’altro, ma che se non ci fosse…. Io mi allontanerei, lascerei l’altro in quanto il rapporto Io/Tu non è sufficientemente strutturato sia dal punto di vista giuridico sia dal punto di vista economico che chiama in causa una terza istanza esterna. Rispetto è un falso legame che può essere usato per «non perdere l’altro», mentre quando entra in campo il rispetto…. L’altro è già perduto.

Il rispetto non consente tra i due dell’amore un confronto paritario e dunque sano. Se io metto il rispetto tra te e me significa che ci poniamo su due piani diversi: noi due su un piano, il rispetto su di un altro superiore che non ha nulla a che fare on lo scambio reale che i nostri due corpi hanno nella relazione.

«41 – La conoscenza dell’animo umano, e dunque delle sue passioni, ci viene dal confronto con gli altri»:

Certo il confronto. Il confronto che significa la osservazione della esperienza dell’altro. Osservazione di come l’altro lavori per giungere alla soddisfazione. In fin dei conti il lavoro di confronto è il lavoro del bambino che è sempre alla ricerca di indicazioni di come regolarsi nel mondo alla ricerca del proprio piacere. Il bambino lo fa perché l’esperienza dell’altro è più facile da «vedere» rispetto alla nostra esperienza. Si fa prima a capire dall’altro rispetto che a capire da noi stessi. E in questo senso, dal confronto, il bambino apprende una regola: tutto è relativo, ovvero tutto è relazione, a partire dalla conoscenza. La scienza stessa è un conoscere relativo oltre che descrittivo. In questo modo, nella logica del relativo, la conoscenza cresce e anche la capacità di amare.

«44 – L’oblio causato dall’amore e l’attaccamento all’amato fanno nascere qualità mai possedute prima. La magnificenza, prima di tutto, anche quando non ci apparteneva. Un avaro innamorato si trasforma in prodigo, e dimentica di avere avuto abitudini opposte. La causa risiede nel fatto che ci sono passioni capaci di contrarre l’anima e altre che la dilatano, facendola traboccare al di fuori».

La passione amorosa è produttrice di ricchezza, la quale, per essere tale, deve traboccare (overflows recita il poeta). E quando un qualche cosa trabocca, una certa quantità ne và perduta, come le fontane di montagna che zampillano in continuazione. La ricchezza dell’acqua disponibile è garantita ma c’è anche un traboccare dell’acqua stessa fuori della fontana.

«45 – A torto si è voluta separare la ragione dall’amore, in una contrapposizione senza fondamento, perché amore e ragione sono la stessa cosa. L’amore è uno slancio del pensiero che sceglie senza aver considerato ogni cosa, ma è pur sempre ragione, e non dobbiamo, non possiamo desiderare che sia altrimenti, per non diventare degli sgradevoli automi. Non escludiamo la ragione dall’amore, poiché ne è inseparabile. Hanno avuto torto i poeti a dipingere l’amore come un cieco, dobbiamo toglierli la benda, rendergli finalmente la gioia degli occhi».

E d’altra parte Pascal non può rinnegare, anche se parla d’amore, i fondamenti del proprio impianto filosofico. Come dice nei Pensieri (fr. 264): l’uomo è solo una canna, la più fragile della natura; ma una canna che pensa. La dignità dell’uomo, tutta la nostra dignità, sta nel pensiero. Il meccanicismo cartesiano della sua giovinezza non è mai stato messo a tacere e dunque Pascal fa andare a braccetto passione amorosa e ragione. Se anche la conoscibilità di Dio può passare per via razionale, non si vede perché le passioni d’amore non si possano conoscere percorrendo la stessa strada. D’altra parte Pascal non ha mai voluto fare una filosofia speculativa sull’uomo che passi attraverso deduzioni e definizioni, questo va riconosciuto. Il suo approccio conoscitivo all’uomo e ai suoi sentimenti è nel vederlo nel suo effettuale «essere-nel-mondo (in-der-Welt-Sein) che più tardi diventerà la tematizzazione dell’esistenzialismo. Ma a parte questo l’amore e la ragione non possono essere disgiunti proprio perché l’uomo non può essere disgiunto in parti se vuole sopravvivere nel Mondo. E Pascal in questo è estremamente chiaro. E dunque il legame tra pensiero e amore è forte.

«51 – Non è grande l’anima di chi ama più frequentemente, parlo di un amore passionale: è grande chi ha bisogno di essere invaso dalla passione per scuotersi e venire colmato. Ma costui, quando inizia ad amare, lo fa in modo superbo».

Interessante riflessione questa di Pascal sull’»essere scosso» dalla passione d’amore. Chi attende la passione non vive in uno stato di passività ma in una condizione di «disponibilità». Quella che potremmo chiamare «attività della passività». Lo stato di quiete che è funzionale al ricevere. Non si riceve da uno stato di agitazione. E si riceve non un contenuto, ma una opportunità, una possibilità di attivarsi, in questo senso in merito alla passione d’amore, dove il «pieno» dell’altro colma il mio «vuoto». Tutto ciò avviene ancora nella logica dell’interesse reciproco. Per dire che l’amore è sì pensiero, un pensiero che mi porta alla soddisfazione che è sempre un atto economico. Come ogni investimento ha a che fare con il coraggio. Virtù che tuttavia Pascal vede connaturata alla passione d’amore.

«56 – In amore non si ha il coraggio di azzardare, perché si teme di perdere ogni cosa, dobbiamo avanzare, ma chi può dire fino a che punto? Siamo tutto un tremore finché non troviamo quel punto. Ma quando l’abbiamo trovato la prudenza non fa niente per fermarsi lì».
torna il problema della misura in amore. la passione d’amore per essere definita tale deve fuori dalla misura. o almeno da un metro normale di misurazione. pascal cerca punto. forse punto demarcazione tra amore e passione. questo potrebbe coraggio. perché entra merito questione possibile perdita dell’altro. sopportando pensiero si prova vera che è sentimento continuo movimento, ha bisogno rinnovato continuazione. necessario coraggio reggerlo. novità viaggiano sulla strada del «58 – se siamo davvero innamorati, vedere la persona che amiamo è sempre un fatto nuovo: l’assenza di istante scava vuoto nel nostro cuore: gioia ritrovarla». proprio così, come il bambino freud del «fort- da» «gioca» a controllare propria angoscia separazione dalla madre, nascondendo e facendo riapparire rocchetto. amore allontanamento riavvicinamento, mancanza perché dopo ci sia presenza, novità meraviglia questa cifra della passione d’amore.
GUIDO SAVIO

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1 comment for “BLAISE PASCAL: LA PASSIONE COME FORMALITA’

  1. aurora
    27 Febbraio 2005 at 20:34

    Ho letto con passione questi articoli e ho”sentito” una straordinaria “maturità”non solo del filosofo,ma sopratutto da parte dell’uomo.I miei complimenti.
    aurora

I commenti sono chiusi.