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DONNA: COLEI CHE SA CONTENERE

LA DONNA NELLA PRATICA DEL SAPER ESSERE “POSTO” PER L’ALTRO

“… uscendo dagli stereotipi che ci hanno finora accompagnato e che lesivamente ancora ci condizionano, forse noi donne ne sappiamo qualcosa in più di come amiamo. (il perché ha un’altra storia), di come costruiamo la nostra identità, il nostro esser-ci, degli interrogativi che ci poniamo, e che nessun uomo si è mai posto, tra aspirazione e benessere dell’altro, tra vocazione e riproduzione” (da una lettera amicale).

Non esiste donna senza uomo. La differenza che c’è tra uomo donna è lo stesso cemento che li unisce. Uomo e donna si distinguono per gli stessi contenuti per cui poi si amano. Non esiste uomo senza donna. Non esiste donna senza uomo. La definizione e la identità stessa stanno nell’avvenire della relazione. Non prima. Si nasce all’essere donna e si nasce all’ essere uomo nel momento in cui esiste amore, rapporto, sesso. Per definire una donna è necessario un uomo e viceversa. La differenza sessuale determina la differenza dei posti ma determina anche la comunione dell’essere uomo e dell’essere donna. Ciò che divide unisce: è la massima regola dell’amore. Il passaggio dall’amore garantito all’amore meritato. Riconoscere che è l’altro che mi dà non solo il posto ma anche la identità è il dono che nella reciprocità dell’amore sanziona in patto. Il patto che poi contiene il conflitto. Senza patto non ci sarebbe il conflitto nella relazione. Senza contenitore non c’è legge e senza legge non c’è dialettica.

Donna come luogo. Come posto. Soggetto che dà capienza e dentro il quale esiste avvenire di un patto. Dentro al corpo, dentro alla volontà, dentro alla disposizione, dentro alla mancanza anche, dentro allo spirito, nella reciprocità del farsi. Come nel disegno di Escher delle due mani che si disegnano reciprocamente e contemporaneamente. Lo scambio d’amore non è “dare qualcosa” ma “dare l’opportunità” all’altro di darmi una opportunità. E si innesca in circolo virtuoso dell’offerta (d’amore ). Noi esistiamo in quanto amati e amanti: fatti dall’altro. Donna protagonista e condizione. Donna responsabile in quanto contenitrice e portata alla conservazione(ma non a tutti i costi) delle condizioni dell’amore: delle opportunità e delle possibilità dell’amore. La responsabilità è di chi più vede avanti: ovvero la donna. Chi più vede avanti poi più gioia può provare. Responsabilità è rispondere: nulla di più e nulla di meno. Forse l’uomo è più distratto da se stesso. La donna attrae, non si distrae. Simone Weil afferma che la donna nella propria solitudine fa crescere la sua attenzione per l’altro.

“Dice Gentile in una bella pagina sull’amore che noi non ci innamoriamo dell’amore che troviamo (il fatto) ma di quello che creiamo (la produzione dello spirito). ‘La persona amata è da noi ricreata dal nostro amore. E’ ricreata immediatamente e mediatamente : essa, cioè, è un nuovo essere per noi fin da quando prendiamo ad amarla; ma si fa un essere sempre nuovo, si trasforma continuamente in conseguenza del nostro amore, che agisce su di essa, conformandola grado a grado sempre più energicamente al nostro ideale. Insomma, l’oggetto d’amore, qualunque esso sia, non preesiste all’amore, ma è da questo creato.’” (Umberto Galimberti, Idee: il catalogo è questo, Feltrinelli, Milano 1992, p. 265).

“ L’amore instaura una esperienza di realtà che altrimenti non ci sarebbe, la progressiva cognizione di una essenza individuale, insieme con la sua promozione (voler bene a qualcuno significa desiderare che divenga sempre più conforme alla sua essenza, che divenga ciò che è, che assomigli sempre più a se stesso, che realizzi la sua natura e personalità propria” (Roberta De Monticelli, L’ordine del cuore, Garzanti, Milano 2003, p. 252). La esperienza di realtà che fa funzionare l’amore è semplice: prima i due non esistevano: cominciano ad esistere (per quello che sono realmente) quando inizia l’esperienza dell’amore. Prima dell’amore non si è, non si esiste. Io desidero che tu divenga ciò che sei anche se questo sfugge alla mia conoscenza, al mio capire, al mio capirti. Fede in te. L’amore è dare all’altro la opportunità, la possibilità di essere se stesso: a patto che io non venga a sindacare. Non necessariamente all’insegna della conoscenza che io ho di te. La donna è il soggetto del sentire che è molto di più del conoscere. Immediatezza e mediazione sono le virtù con le quali la donna si pone come contenitore dell’amore. La donna è compromesso, il METAXY platonico. Anche nel momento in cui fosse l’uomo a compiere l ’azione di contenitore dell’amore noi lo chiameremmo “donna”. Donna cura e sentire. “Lo sappiamo bene: non si ama qualcuno perché è bravo, o buono, simpatico o generoso, e neppure necessariamente perché è bello, ma perché è lui” (Roberta De Monticelli, op. cit., p. 252). Questo è il sentire l’altro: sentire la sua “haecceità”. Noi potremmo dire la sua “luità/ leità”. E questa “luità /leità” si trasforma continuamente in conseguenza del nostro amore. Disegnando l’altro, dall’altro ci facciamo disegnare nell’amore. Questo dice in soldoni Gentile. Il bambino che alla domanda dei genitori risponde “Sono l’ amore del papà e della mamma” ha perfettamente inteso che la sua “luità” ha cominciato a vivere dal momento in cui è stato amato. Non prima.

La creatività della donna è il connubio tra immediatezza e mediazione, tra attimo e durata nel tempo, tra forma pura e forma ragionata. In questo senso la donna è luogo, ambito, involucro, contenitore dello stesso avvenire della relazione. “La donna, in quanto involucro, non è mai chiusa. Il luogo non è mai recintato. I limiti si ritoccano pur restando aperti. E si ritoccano senza ritoccare necessariamente quelli del corpo contenuto” (Luce Irigaray, Etica della differenza sessuale, Feltrinelli, Milano 1985, p. 44). La capienza e il capire della donna stanno dentro la pertinenza e continenza verso il corpo contenuto. Nel rapporto d’amore ci si può dannare per cambiare l’altro, ma non ci si riuscirà mai. Lo cambio se cambio i confini con i quali lo contengo. I confini miei. Se lo sento in modo diverso e tale lo faccio essere sentito. Cambio l’altro se vedo il suo bene anche senza conoscerlo e ne rendo libera la pratica. Cambio l’altro se lo libero da me. L’amore avviene nel luogo del contatto della reciproca immediatezza e mediazione: la pelle.

Le parole dell’amore. “Il linguaggio è una pelle: io sfrego il linguaggio contro l’altro. E’ come se avessi le parole a mo’ di dita, o delle dita sulla punta delle mie parole. Il mio linguaggio freme di desiderio: il turbamento nasce da un duplice contatto: da una parte tutta una attività del discorso assume, con discrezione, indirettamente, un significato unico, che è ‘io ti desidero’, e lo libera, lo alimenta, lo ramifica, lo fa esplodere (il linguaggio prende gusto a toccarsi da solo); dall’altra avvolgo l’altro nelle parole, lo blandisco, lo sfioro, mi prodigo per fare durare il commento al quale sottometto la relazione” (Roland Barthes, Frammenti di un discorso amoroso, Einaudi, Torino 1979, p.77).

Pelle è sempre contenitore, come contenitore era tutto il corpo della donna nelle rappresentazione della Grecia antica: terra, solco, pietra, forno, tavoletta per la iscrizione. Pelle sul quale scrivere parole e pelle che allo stesso tempo contenesse parole. Magari le stesse. La donna è contenitore ma anche conduttore. Diotìma nel Simposio di Platone parla di amore come METAXY. L’amore come intermediario. Per Platone infatti tutto ciò che non è essere, non è necessariamente non essere (tutto ciò che non è bello, non è necessariamente brutto; tutto ciò che non è buono, non è necessariamente cattivo). Per Platone, sia dal punto di vista ontologico che da quello gnoseologico c’è un “ livello intermedio”, tra essere e non essere, tra sapienza e ignoranza. E’ il livello del mondo sensibile che è caratterizzato dal divenire. Il divenire dell’amore. Sempre di viaggio si tratta. “Amore che è conducente ed è la strada insieme. Mediatore per eccellenza” (Luce Irigaray, op. cit., p. 22). La donna fa la propria parte nel rapporto e costituisce anche la strada sulla quale il rapporto cammina. La donna, come la strada’ è un contenitore: permette l’accadere della consumazione: e la vita per essere vissuta deve essere consumata, deve andare ad esaurirsi, deve andare a finire. Ma la vita ( e l’amore ) si consumano, cioè vanno a buon fine, solo se c’è una realtà che li contiene: questa realtà è “donna”.

La donna Diotìma parla per tutte le donne e afferma che unica realtà è la intermediarietà del divenire, di ciò che accade, della relazione stessa. Nello stesso Dialogo platonico Aristofane, raccontando del mito dell’androgino, quando descrive il taglio da parte di Zeus, parla di “da uno, due”. Ora Diotìma, parlando della nascita di Eros e dunque della origine degli spiriti, afferma “da due, uno”. Il processo della nascita dell’amore si configura dunque come la ricomposizione dell’unità originaria, ma tale unità conserva indissolubile la duplicità della sua origine. Questo è il riconoscimento della differenza sessuale. Questo è il posto della donna come conservatrice della duplicità. Conservatrice e proliferatrice della condizione umana stessa che è indissolubilmente costituita dal “due in uno” che è proprio la cifra della contraddizione.

L’amore è il luogo massimo all’interno del quale si verificano la reciproche contraddizioni. Sono poste in atto le domande che il soggetto fa alla propria alterità interna (il dia-logo interiore) e la esportazione presso l’altro di questo dialogo, cioè la relazione vera e propria. L’esperienza dice che in un rapporto a due non si può arrivare ad una sintesi (intesa come annullamento delle differenze), ad una matematica tra le due personalità. Coppia dell’amore può costituirsi (cioè far diventare due una cosa sola) e durare solo se in essa si realizza un armonioso equilibrio tra due personalità che pure restano irriducibilmente diverse e originali. La mediazione compiuta dalla donna è mediazione di un patto. Patto perché donna… guarda avanti proprio perché è mossa dalla sua stessa mancanza interna. La donna è per essere riempita. Ma non nella posizione della passività nella quale tanta falsità storica la ha relegata. E’ per essere riempita nella sua volontà di contenimento. Legata al suo sapere che solo all’interno di un luogo di conservazione può avvenire la consumazione: la consumazione che è vita-tempo del rapporto: si vive solo quando si consuma, e anche l’amore si consuma.

Donna come mediatrice è il soggetto che “sposta” sempre un po’ più avanti il limite perché qualcosa avvenga. La donna in amore è capace di cambiare se stessa pur senza attuare nell’altro cambiamenti. Principio di ragion pratica. La donna osservando la relazione, è anticipatrice al fine della conservazione della relazione, senza essere una giocatrice di scacchi che, facendo la propria mossa, anticipa le mosse dell’avversario per non avere scacco matto. La donna riesce ad avere un pensiero di “meta irraggiungibile” eppure muoversi (o stare ferma) nella continua tensione verso la raggiungibilità. Il moto è sempre dato da una mancanza. “Infatti se l’amore possedesse tutto ciò che desidera, non desidererebbe più. Deve essere mancante per desiderare ancora. Ma se non avesse alcuna parte nelle cose belle e buone, nemmeno potrebbe desiderarle” (Luce Irigaray, op. cit. p. 23)”. La donna è involucro e contenitrice in quanto è il soggetto della mancanza. Ma della mancanza prolifica: quella che determina il moto. Ci si muove solo dentro un contenitore. Ci si consuma solo dentro un contenitore. Altrimenti ci si disperde. La donna è l’ordine che consente l’avvenire. Proprio in quanto mancanza. Donna non è “assenza” ma mancanza. Libertà della e nella mancanza. Mancanza in quanto desiderio viva. Il mancante è la nostra vita stessa. Mancanza che attrae. Sesso significa io ti lascio libero da me. Libero l’altro di andare a trovare soddisfazioni diverse da me. Terribile è il rifugio reciproco, l’annegarsi nella reciprocità forzata. Il mio mancare è opportunità per te per riempirla. Il mio errore è opportunità per te, semmai, di correggermi. La mia fragilità è per te opportunità di darmi aiuto. Questo significa che in amore si dà quello che non si ha. Si dà la opportunità. Non la soluzione. Dare la soluzione è non fare sesso, cioè non stare divisi perché voglio fare anche la parte dell’altro. <br<
“La frase tipo prodotta da un uomo (…) è: ‘mi domando se sono amato’ (che significa se poi io sia contenuto dal pensiero o dal corpo di qualcun altro) (Luce Irigaray, op. cit. p. 106)”. Ma amato lo sarò solo all’interno di un luogo che mi detta e mi indica la mancanza. La mia soddisfazione, il mio incontro con la soddisfazione avviene cinque centimetri prima o cinque secondi prima di quella che io prefiguro essere la “congiunzione” con l’altro. Congiunzione non ci sarà mai, anche nell’atto sessuale, in quanto la congiunzione estinguerebbe il desiderio. La congiunzione estinguerebbe la mancanza, che per me è vita e richiamo al futuro di prossimi desideri, ordine del mio viaggio. La soddisfazione non è fare, come dice Platone, “di due uno” ma nel fare “di uno due”.

Donna fa la distanza e fa anche la differenza. Ciò attraverso la osservazione dell’altro: osserva in quanto pensa alla conservazione. La donna pensa al nutrimento dell’altro. Al nutrimento della relazione. Ma la donna non si nutre di se stessa: se così facesse sarebbe innamorata dell’amore. Non dell’altro. Se la donna si innamora del suo essere contenitore dell’amore sarebbe patologia.

Amore è, dopo averlo fatto, che ognuno torni a casa propria per la propria strada: per poi riunirsi ancora. In questo senso amore è legge, divisione, distanza che unisce, “secare”, staccare se stessi dall’altro e l’altro da se stessi per poter vivere entrambi. L’amore è un atto che dopo viene storicizzato e santificato dal pensiero che ne consegue: ricordare l’amore che abbiamo fatto è renderlo sacro in una memoria inscalfibile del sentire. Anche questo momento è un momento di contenimento. Contenimento che ci permette di fare l’amore la prossima volta. Se non c’è esperienza di pensiero del passato non ci può essere esperienza futura Senza meta per forza. Ma il pensiero che meta ci sia facilita la strada, anche se la strada è diversa da quella che vorremmo che fosse. Pensare all’accadibile lo facilita nel suo accadere. Altrimenti pazienza.

Il luogo della donna non è mai recintato. Nel rapporto la donna sa dare aria alle proprie stanze. Sa fare muovere l’altro all’interno di un vitale allontanamento. La donna contiene perché ha innato pensiero di attesa.

“Sto aspettando un arrivo, un ritorno, un segnale promesso: ciò può essere futile e infinitamente patetico: in Erwartung ( attesa), una donna aspetta nella foresta, di notte, il suo amante; io sto aspettando solamente una telefonata, ma è la stessa angoscia. Tutto è solenne: non ho il senso delle proporzioni”.(Roland Barthes, op. cit., p.40).

“L’essere che io aspetto non è reale. Come il seno materno per il poppante ‘io lo creo e lo ricreo continuamente a cominciare dalla mia capacità di amare, a cominciare dal bisogno che io ho di lui’.: l’altro viene la dove io lo sto aspettando, la dove io l’ho creato. E, se lui non viene, io lo allucino: l’attesa è un delirio”. (Roland Barthes, op. cit., p. 41)

“’Sono innamorato? Si perché sto aspettando’. L’altro invece non aspetta mai. Talvolta ho voglia di giocare a quello che non aspetta; cerco allora di tenermi occupato, di arrivare in ritardo; ma a questo gioco io perdo sempre: qualunque cosa faccia io mi trovo sempre sfaccendato, esatto, o per meglio dire in anticipo. La fatale identità dell’innamorato non è altro che: ‘ io sono quello che aspetta”. (Roland Barthes, op. cit. p.42).

I tre passaggi di Barthes. Nel primo l’attesa non conosce contenuti, non conosce misure: è un bisogno e una fame. Nel secondo il bisogno dell’altro mi porta a crearlo, ad allucinarlo: l’attesa diviene insopportabile. Devo ricorrere alla sua alterazione. Cerco l’altro in altro modo. Nel terzo scendono in campo le forze. Le forse contrattuali (chi più ama più soffre?). La fatalità dell’essere innamorato e di essere senza l’altro e sentire verso l’altro un desiderio superiore rispetto al desiderio che l’altro ha di noi: qui la misurazione della attesa come valore relazionale.

Guido Savio

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2 comments for “DONNA: COLEI CHE SA CONTENERE

  1. Vicky
    30 Luglio 2004 at 21:26

    UNA DONNA COSì ESISTE SOLO NELLE COSE CHE SI SCRIVONO SU INTERNET. PARTE è REALTà MA ALTRA PARTE è FANTASMA. IL FANTASMA DEL NOSTRO DESIDERIO. BENE. VICKY

  2. sorriso
    23 Agosto 2004 at 21:27

    L’articolo mi è piaciuto soprattutto perchè, da donna, ho provato a leggerlo da uomo.UOMO: COLUI CHE SA CONTENERE. Ho pensato che funziona lo stesso perchè l’amore ha un suo peso, una sua forma, vorrei dire una presenza quasi fisica da toccare e da raggiungere e se nel raggiungerla si è in due, donna e uomo, allora quanto scritto dall’Autore e dagli Autori citati nell’articolo, vale, vale proprio.
    Complimenti!
    Sorriso

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