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AMORE E DESIDERIO PARTE PRIMA

Amore e desiderio: due dimensioni, due moti, due realtà che segnano la “divisione” dell’Uomo.

Parte prima

AMORE E DESIDERIO

“Chi” amo? E il “Chi” del mio Amore è lo stesso “chi” del mio desiderio? La domanda è antica.

Platone nel “Simposio”: “ Non c’è nulla di assoluto, come accennai prima, (è il discorso di Pausania), e niente è bello o brutto per se stesso, ma diventa l’uno o l’altro a seconda che sia fatto bene o male. Così l’Amore diventa cosa spregevole se, senza alcun buon gusto, uno si concede a un essere spregevole, è cosa bella, invece, quando lo si fa onestamente con persona onesta. Ed amante del tutto indegno, volgare, è colui che ama più il corpo che l’animo, perché infatti costui non è costante, preso com’è da cosa che non dura”. Si ama l’anima. L’amore del corpo, quello che chiamiamo desiderio, va contro la virtù della onestà.

Platone pone immediatamente la questione della divisione, della distanza tra desiderio (erotico) e Amore. L’uno è la “ animalità” del corpo. L’altro è la costanza del sentimento. E Freud non usa parole dolci per esprimere il medesimo pensiero nel secondo dei Contributi alla psicologia della vita amorosa del 1912. “I genitali, in se stessi, non hanno partecipato a quell’aspetto dello sviluppo umano riguardante la bellezza: sono rimasti animali e quindi anche l’amore è rimasto, nella sua essenza, animale come è sempre stato”.

Ancora nel “Simposio”: “Oltre che la giustizia, Amore possiede in somma grado la temperanza. Tutti sono d’accordo nell’ affermare che la temperanza consiste nel dominio delle passioni e dei piaceri. Ma non c’è nessun piacere più intenso dell’ Amore e quindi se tutti gli altri sono meno intensi, sono inferiori a lui che, perciò trionfa e ha il dominio sulle passioni e sui piaceri e, come tale, è in sommo grado, temperante”.

Amore è temperante perché cerca continuità e certezza. Mentre il desiderio si muove verso il nuovo, il non conosciuto, ha le forme della precarietà in quanto è il nostro “essere arrischiati” nel Mondo. Arrischiati significa possibilità della perdita. Non per scelta nostra ma per principio di Necessità. L’Uomo è fatto così e non diverso da così. Anela all’Amore ma il desiderio lo può portare “fuori” (Mondo/Altro).

Stephen Mitchell in “L’amore può durare? Il destino dell’amore romantico” afferma: “Se l’amore e il desiderio sono difficili da sostenere nella stessa relazione, non è perché si sono evoluti in momenti diversi della filogenesi. L’amore e il desiderio sono completamente umani. Il problema è che si orientano verso obiettivi completamente diversi. L’amore cerca il controllo, la stabilità, la continuità, la certezza. Il desiderio cerca l’abbandono, l’avventura, la novità, l’ignoto. In amore cerchiamo punti di appiglio e ancoraggio, qualcosa su cui possiamo contare. Nel desiderio cerchiamo quello che ci manca, i pezzi di noi stessi che abbiamo rinnegato e qualcosa che si trova al di là di noi stessi, al di fuori dei confini dell’autoriconoscimento, che, in circostanze normali, proteggiamo in modo così deciso. La passione erotica destabilizza il nostro senso di sé”.

L’altro del desiderio noi lo sentiamo nella pelle. E la sua “specificità” ( e trattandosi di pelle potremmo anche dire “ superficialità”) è per noi rischiosa ma anche attraente. Siamo attratti dall’altro che pone una legge al di fuori del nostro controllo. Questa è la divisione dell’Uomo. Il prodotto è lo stato di vulnerabilità. Che può anche essere vissuta come pericolo di perdita della struttura. All’Uomo non è concesso troppo di attaccarsi troppo a ciò che può andare perduto. Pena l’angoscia. Per essere struttura noi la dobbiamo conoscere. L’amore vuole il “sapere” l’altro come “sappiamo” noi stessi. Più che il “Conosci te stesso” per l’uomo è più facilmente praticabile l’”Esprimi te stesso”. Ma la legge della relazione è quella della divisione, del velo tra Io e Tu, come scrive Simone Weil.

Continua Mitchell: “Il tipo di sapere che spesso uccide la passione nelle relazioni d’amore stabili, la certezza che l’ accessibilità e la profondità del coinvolgimento proprio e del partner siano un dato di fatto sicuro, implica la sovraimposizione di una trasparenza e di una stasi illusoria su qualcosa (qualcuno) che invece è per natura elusivo e mutevole”.

Siamo in continua dialettica nella tensione tra “unicità” e “dualità”: gran parte della complessità del rapporto tra desiderio e Amore sta qui. Il desiderio rimanda all’”uno”, all’individuo, al personale perché dall’altra parte c’è la mancanza. Si desidera ciò che manca. L’amore vuole il “due” come saturazione e pacificazione della relazione. Non a caso J. Lacan scrive: “L’Amore (ma qui sarebbe più opportuno parlare di desiderio) è dare qualcosa che non hai a qualcuno che non conosci”. E qui entra il tempo. Ammesso che sicurezza possa esserci, essa, la sicurezza totale, la completa prevedibilità dell’altro e soprattutto la sua assoluta unicità, diviene qualcosa che ben presto ottunde. La nostra vita, il suo destino, è la oscillazione tra la solitudine e il legame. L’una istanza non può sopraffare l’altra.

“Tutti, chi più chi meno – scrive Galimberti in un articolo apparso su “Repubblica” il 14 febbraio 2004 (giorno di S. Valentino), abbiamo fatto esperienza che l’amore si nutre di novità, di mistero e di pericolo e ha come suoi nemici il tempo, la quotidianità, la familiarità. Nasce dall’idealizzazione della persona amata di cui ci innamoriamo per un incantesimo della fantasia, ma poi il tempo, che gioca a favore della realtà, produce il disincanto e tramuta l’amore in un affetto privo di passione o nella amarezza della disillusione”.

La domanda di Freud cade qui quanto mai opportuna: “Quanta felicità barattiamo in cambio della sicurezza?”.

E ancora Galimberti: “L’amore uccide il desiderio. E siccome in qualche modo lo sappiamo, non è raro che trasformiamo in abitudini le persone che amiamo, e, attraverso questa degenerazione protettiva, ci garantiamo la sicurezza della casa e ci difendiamo dalla vulnerabilità intrinseca dell’amore”. E Luce Irigaray in un altro articolo, stessa testata e stesso giorno, scrive che “Esiste una permanente confusione tra erotismo e desiderio. Se l’amore si congiunge difficilmente con l’eros, il desiderio non è il suo nemico”.

Il desiderio ci vulnera perché porta divisione. Entra nella carne. Non è un prodotto della nostra carne. Il desiderio viene sempre dal “fuori”, dall’altro. E’ una chiamata che a volte noi non vogliamo ma che a volte bramiamo tanto. Il desiderio in ogni caso è un interrogarci più su noi che sull’altro. Il desiderio ci divide dal “tu”. Un “Tu” universale, che per noi si presenta sotto forme infinite. Il “Tu” del fuori. E’ il “Tu” del “Besorge” (“aver cura”) di Heidegger. Che noi siamo risucchiati del “fuori”. Perché la conoscenza avviene fuori. Quando desideriamo siamo “già” fuori. Noi siamo dei “ provenienti” quando torniamo alla nostra individualità. Siamo dei “compitori di atti” come afferma Heidegger. E la nostra individualità è un provenire continuo “da”. Noi siamo dei “da”. Veniamo da “fuori” e “fuori” andiamo a compiere i nostri atti. Ha ragione Bresson quando afferma che “l’anima ama la mano”. E’ il nostro “allungarci” nel desiderio dell’altro, del “ fuori”.

Ma il “fuori” è popolato. Grande popolazione è la natura dell’altro a cui è diretto il nostro desiderio. Tragico è perdere non la popolazione ma l’Uno. Perdere non il desiderio ma perdere l’Amore per l’illusorio ”unico” del nostro legame. “Ma siccome perdere chi è ‘unico al mondo’ è molto più doloroso che perdere uno qualsiasi, – prosegue Galimberti – dall’ idealizzazione e dal desiderio ci si difende o troncando la relazione dopo il primo incontro, o aggrappandosi alle imperfezioni e ai difetti del partner per tenere a bada la fascinazione. Brividi sì ma brividi sicuri”. L’Amore tende al bilanciamento. L’amore è bilanciato. La fascinazione sposta il baricentro. Non solo quello dell’Io ma anche quello del Tu. Disequilibrio. Ma disequilibrio quanto mai prolifico.

Infatti Platone insegna la “medietà”, lo stato medio dell’amore. Amore non è né bello né brutto. E’ un Dio che è giusto con l’uomo giusto e perfido con l’uomo perfido. Il discorso di Diotima: “E così anche a proposito di Amore, visto che anche tu sei d’accordo che non è né buono né bello, non pensare che debba essere malvagio e brutto, ma qualcosa tra questi due estremi”. Amore è “medietas”, mediazione. Che non è una caratteristica della passione e del desiderio. L’amore platonico è figlio di Poro e Penia. Di Abbondanza, che è la personificazione della prudenza, e della Povertà. Amore è lo stare in mezzo, non è lo stare “fuori” del desiderio. E l’Amore platonico è amore per la “ricongiunzione” (il mito dell’androgino).

“E lo struggimento per quella perduta unità – scrive Platone sempre nel “Convivio” – il desiderio di ottenerla si chiama amore”. Il “fuori” è essere fuori dalla unità, il fuori è sempre lo stato della relazione e del rischio della relazione proprio perché siamo dei “compitori di atti”. Possiamo perdere il prodotto dell’atto. Il “fuori” é il lavoro anche della gioia in questo lavoro: che porti esso soddisfazione! L’amore è la condizione del “dentro” e del “fuori” che sorregge tutta la filosofia freudiana.

Conclude Galimberti il suo articolo. “Per questo Platone erge amore a simbolo della condizione dell’uomo, mai in possesso di sé, ma sempre dilaniato, ragion per cui amore non è solo una vicenda di corpi, ma traccia di una lacerazione, e quindi incessante ricerca di quella pienezza, di cui ogni amplesso è memoria, tentativo, sconfitta”. “Amarsi – scrive la Irigaray – significa ‘fare uno’”.

Che non fosse una sola questione di corpi, anche se parte dalla “scelta dell’oggetto”, lo scriveva già Freud nel 1910 nel primo dei tre “Contributi alla psicologia della vita amorosa” dal titolo “Un particolare tipo di scelta oggettuale nell’ uomo”. Freud parla di “condizioni necessarie per amare”. Come se per “amare” dovesse essere sgomberato il campo da impedimenti preesistenti, ontogenetici e filogenetici. E in realtà così è. Amare è una delle attività più complesse. La complessità è data semplicemente dalla dualità Io/Tu. L’Io sul Tu lavora incessantemente per “ridurlo”, mentre il Tu lavora altrettanto incessantemente per non farsi ridurre. Ovviamente qui si parla di ridurre il desiderio in modo che l’Amore o l’ affetto sia possibile. Io chiamo il Tu. Lo chiamo con il proprio nome. E da quel momento ho dettato una sanzione: confessione: racconto di una storia: vissuto di una storia. Manca la sicurezza che l’andare avanti porti beneficio. Spinge forte il bisogno di trovare sicurezza e protezione il prima possibile. Protezione dal proprio stesso desiderio. E dal desiderio dell’altro. Qui il confine tra normalità e psicopatologia è più sottile di quanto si creda. Lo lascia continuamente intendere tra le righe Freud nei suoi Contributi.

Seguendo il ragionamento di Freud. Egli parla della “scelta oggettuale maschile”. Ovvero quali caratteristiche debba avere il “Chi amo” prelevato dall’universo femminile. Godere di un beneficio è incerto. Nominare “chi” amo diviene la dichiarazione ( dalla quale a volte non si può tornare indietro) di tale incertezza. E’ la cifra del desiderio. E’ il segno di distinzione tra amore e desiderio. Freud parla di due “precondizioni”.

“1 – Possiamo dire che la prima di queste precondizioni per amare è assolutamente specifica, perché in tutti i casi in cui è presente si trovano anche le altre caratteristiche di questo tipo. Questa precondizione esige, per così dire, l’esistenza ‘di una terza persona offesa’: il soggetto in questione non sceglie mai come oggetto d’amore una donna non vincolata da alcuno – ossia, una nubile o una donna attualmente senza legami – ma solo una donna su cui un altro uomo (fidanzato, marito o amico) possa rivendicare un diritto di possesso”. Il pensiero di Freud è fin troppo carnale ma fin troppo vero. E’ vero nella misura giusta: il desiderio va verso chi da altri è desiderato. Che questo “altri” poi sia oggetto di offesa può essere secondario. La passione sorge nel momento in cui c’è relazione da parte della donna con il desiderio di un altro. L’oggetto di amore deve già essere in relazione con un altro Tu. La seconda precondizione altro non è che una estensione della prima che Freud liquida “con espressione piuttosto cruda, ‘amore per le prostitute’”. Che in qualche maniera l’uomo si propone di salvare. L ’altro singolo della prima condizione adesso diventa l’altro al plurale dei clienti delle meretrici.

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Guido Savio