-Email -Email   STAMPA-Stampa 

” E IL GALLO CANTO’ ” (SULLA DEBOLEZZA) PARTE QUARTA

SULLA DEBOLEZZA

PARTE QUARTA

Il Padre giovane. Se quelle cose le ha fatte lui, le posso fare anche io. Il padre mi ha sdoganato la mia libertà e il mio piacere essendo e dimostrandosi egli stesso debole. Accettando la debolezza del Padre io sdogano la mia forza, superando la mia vergogna, perché non mi vergogno a farmi vedere ubriaco fradicio per terra, in quanto ho bevuto e ora sto bene. Lungi io dall’essere un alcolizzato. Domani è un altro giorno.

Parlando di vergogna possiamo dire che Pietro doveva vergognarsi? Possiamo dire che Pietro ha sforato i limiti della debolezza umana? Possiamo dire che Pietro ha fatto del male a qualcuno? Possiamo dire che Pietro è stato un elemento “ socialmente pericoloso”?

Io penso che de diciamo a Pietro “Vergognati” è meglio che ci cancelliamo come esseri umani.

Pietro non è “pieno”. Pietro è un uomo pieno di vuoti che si è riempito nel suo viaggio della vita, fino a finire testa in giù.

Mi verrebbe da dire che se il rapporto tra Pietro e Cristo fosse un rapporto “tra uomini”, allora sì, Pietro è condannabile, la sua debolezza è dolosa. Ma se il rapporto è tra uomo e Dio, allora no, proprio perché la debolezza è la cifra della differenza tra Uomo e Dio. Pur essendo il Dio diventato debole mandando il proprio Figlio in terra a pendere da una croce.

Il limite della debolezza ha a che fare con l’etica della responsabilità.

E l’etica della responsabilità ha a che fare con lo stare al proprio posto. E certo Pietro non poteva caricarsi sulle proprie spalle un peso che non poteva portare.

Il posto di Dio è un posto inoccupabile.

Ma torna ancora qui la questione della misura della debolezza e soprattutto della misura della verità.

Noi abbiamo bisogno di verità? La verità può essere “percentualizzata”? Tenuto presente che senza una certa verità noi non ci possiamo neppure muovere. Nella relazione la verità è il dato di incontro, può essere lo stile tacito, il “non detto” che intercorre tra due… ma un qualche cosa che ha a che fare con ciò che io domando deve pure esistere nell’altro.

Io penso che molte risposte stiano nel ”credo”. Ovvero quale credo io rivolgo all’altra persona. Ed è sempre una questione di fede. Non è tutto opinabile. Esiste un essere reale della persona che è quello che è, pensabile in un modo o pensabile in un altro modo, ma quello è. E lì si situa il nostro “credo”. Noi tutti viviamo il nostro credo con passione. Ma questa che cosa è? Una presunzione? Una offesa al relativismo? Un arrogarci dei diritti che nostri non sono? E’ un forzare la relazione?

Se io trovo qualcuno che la pensa in modo diverso da me… io lotto. Sulle cose in cui io credo non è che io sia tanto disposto a metterle nel mercato e ognuno le pesa come vuole: ciò in cui credo, credo. Il relativismo a volte potrebbe essere antieconomico. Ne andrebbe del “coraggio” e della “passione” con cui porto avanti le mie idee.

D’altra parte quello che sto sentendo io in questo momento non è lo stesso di quello che state sentendo voi. Il relativismo sussiste. Anche se io sono convinto di quello che dico e vivo. E in questo io non vivo affatto contraddizione.

La verità è che io sono un frammento. Della Verità magari, ma sempre un frammento. Non sono mai un tutto. La catena è un insieme che funziona. Noi ne siamo parte. Ma non possiamo tuttavia misconoscere che l’altro può costituire per me anche un semaforo rosso.

Le altre verità alle quali noi siamo chiamati ad integrarci e ad interagire, non sono meno verità della nostra. D’altra parte per portare la mia “verità” io devo anche “invadere l’altro”. Ma questa è la storia dell’uomo. Anche l’invasione è relazione, anche la forzatura è relazione. E sono convinto che non tutto quello che uno dice è verità.

La debolezza nella relazione è quella del conoscere ma anche quella dell’essere conosciuti.

La relatività delle mie cose non è uno svalutarle, anzi è un porle come valore di scambio nella relazione. Ed è proprio dal semaforo rosso che a volte l’altro rappresenta che io colgo la forza della relazione. L’altro che resiste anche e che contemporaneamente mi attira proprio perché resiste.

E a questo punto mi sembra chiaro che la parola “Giudizio” diventi un atto della relazione, diventi un atto di amare. Senza il giudizio non si ama e nemmeno si è amati. Il relativismo arriva fino alle porte del giudizio. Non oltre.

6 – Il giudizio

Sono la fede e la speranza nelle cose che viviamo che ci fa compiere l’azione del giudizio: distinguiamo il buono dal tristo, facciamo il lavoro del setaccio proprio perché sappiamo giudicare senza timore che il proprio giudizio sia mortifero per l’ altro.

L’atto del giudizio è un atto “giuridico”, proprio come la intendeva Freud nel saggio La negazione. Il bambino sancisce quello che gli va o non gli va mettendolo in bocca e se gli va lo ingoia e se non gli va lo sputa.

Giudicare significa o prendo l’altro dentro di me o lo sputo fuori: nulla di più e nulla di meno. Proprio perché nella relazione ci vuole equilibrio e funzionalità. Proprio perché la relazione è una condizione di scambio, i pesi non devono essere eccessivi. Il peccato della debolezza è l’eccedere in essa. Il farne l’uso perverso che ne abbiamo visto in precedenza. La relazione è sia il “proporre” ma anche l’”imporre” le nostre regole. E anche questo fa parte della nostra debolezza. Magari nel senso che non sappiamo essere abbastanza… democratici.

Non a caso il nostro secolo è il secolo in cui si sono affermati molti diritti ma è anche stato il secolo in cui la bestialità umana ha avuto il suo massimo sfogo.

Poi ancora sul Giudizio. Il Padre non giudica ma rimette il giudizio al figlio. E qui il lavoro del figlio che è quello dello “sputare” o dell’”ingoiare”. Lavoro e nello stesso tempo libertà. Eredità. Ma la libertà mia e dell’altro è data dal fatto che non ho la pretesa che il mio giudizio venga ingoiato dall’altro. Il mio giudizio sta là dove io lo metto. Sta all’altro prenderlo o lasciarlo. E viceversa.

Non esiste epochè, sospensione del giudizio. Il giudizio è un atto a cui tutti siamo chiamati. Poi il giudizio metterà anche in bella vista la nostra debolezza. Ma ben venga.

Il Giudizio è come il danaro: traccia la differenza dei posti e dunque il limite della relazione. Dunque la sua salvezza. Salvezza della relazione che implica, inevitabilmente, il perdono.

Guido Savio

 

-Email -Email   STAMPA-Stampa 

1 comment for “” E IL GALLO CANTO’ ” (SULLA DEBOLEZZA) PARTE QUARTA

  1. vicky
    17 Novembre 2003 at 9:03

    NON CREDO CHE CI SIANO TANTI DISCORSI DA FARE SU QUESTO ARTICOLO. LA DEBOLEZZA DELL’UOMO EQUIVALE ALLA SUA PASSIONE. ALLA SUA CAPACITA’ DI SPENDERE LA VITA. ANCHE ALLA SUA CAPACITA’ DI SOFFRIRLA.

    VICKY

I commenti sono chiusi.