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La positività del reale. Ricapitolazione di un lavoro personale di pensiero.

La positività del reale. Ricapitolazione di un lavoro personale di pensiero. Di Paolo Pettinella.

1.
La tesi è: il reale ha un contenuto di positività; anche quando le circostanze appaiono avverse o tragiche o fonte di sofferenza e dolore, la realtà tutta è positiva, è per il bene.
Commento: tale affermazione è assurda, inconcepibile o, nella migliore delle ipotesi, visionaria.
Ma se viviamo, se affermiamo giorno per giorno l’inesorabile energia che ci spinge a vivere, ad andare avanti nell’avventura dell’esistenza, non si può eludere la necessità di affrontare la tesi, la domanda iniziale. Dalla possibilità di risposta a questo quesito discende la speranza stessa nella vita o, all’opposto, il declivio verso la disperazione.
Una risposta adeguata, peraltro, non può basarsi semplicemente sul rinvio ad un particolare temperamento individuale, tale per cui uno è naturalmente più ottimista ed un altro ha la tendenza a vedere le cose a tinte più scure, né può rinvenirsi nel “penso positivo” di certa psicologia a buon mercato o di giovanottiana memoria. La pretesa della tesi iniziale è che qualsiasi uomo sia in grado di riconoscere o, meglio, vivere la realtà come positiva, nonostante l’esperienza del dolore, della sofferenza, della contraddizione, della morte.
Io penso che ogni possibilità di affermazione dell’ultima positività del reale si traduca in uno sforzo improbo -una vera fatica di Sisifo- se pensato come compiuto da soli; tale possibilità si lega -come conditio sine qua non- al rapporto con un tu. E’ indispensabile rifarsi all’esperienza dell’essere stati voluti bene da un altro, dell’essere amati e riconosciuti nel proprio valore, nella propria misteriosa e preziosa unicità.
Questa è anche la dinamica di rapporto tra la madre (o il padre) ed il bambino, rapporto che fa sì che il bambino (che l’io) cresca con una stima di sé, con una apertura verso il mondo ed il futuro della propria vita. … Si rammenti il Vangelo, “se non tornerete come bambini …” non entrerete nel regno dei cieli, non vi salverete … . Ed il bambino –ricordiamolo a noi adulti- non pone obiezioni di sorta al rapporto con l’altro, ricercandone il vantaggio per sé (ed essendo esente da teorie, ideologie ecc.).
E’ nell’incontro con un tu, in quanto presenza in grado di valorizzare il proprio io -e con cui il rapporto si costituisce e sviluppa come ‘lavoro di rapporto’, cioè partnership, reciprocità per la soddisfazione- che si percepisce la corrispondenza della realtà alla smisurata grandezza del desiderio che ci costituisce (desiderio di felicità, di pienezza di vita, di bene, di verità). E’ qualcosa di simile a quel cambio di luce che si ha sulla scena delle nostre realtà, allorquando le stesse cose, gli stessi luoghi, gli stessi gesti o lo stesso monotono lavoro di ieri assumono -appunto- un senso nuovo, proiettati nell’orizzonte di un grande amore …, della presenza di un individuo che desidera più di ogni altra cosa il rapporto con te, il tuo bene, la tua felicità.
Ciò è vero dentro l’esperienza del rapporto con un padre, con un maestro, con la donna che si ama.
Vi è quindi una via laica al rapporto con un tu, come atto costitutivo, costituzione (norma fondamentale) dell’io nel suo aprirsi al mondo e nel suo donarsi, nell’abban-donarsi alla vita (di cui il dolore e la morte sono comunque parte).
A questo punto, quale definizione possibile di “io”?
Salvatore Natoli scrive: “L’io è, a nostro parere, una rete polimorfa e multiversa di rapporti,” dove la forma del rapportarsi “va integrata dal rapportarsi concreto e specificata secondo questa concretezza“ (S. Natoli, “L’esperienza del dolore”, Feltrinelli, Universale economica – Saggi, apr. 2002, pag. 20). L’io è come un intreccio o un nodo, formato dal coagulo, dal fascio (quindi dalla riconduzione ad unità) delle esperienze e dei rapporti concreti, nei quali si dà anche (lo vedremo dopo) la possibilità di rapporto con l’infinito. “L’io, così determinato, non è tanto un’oggettività quanto un’ attività” (ibidem). Ancora Natoli: “Noi non siamo un puro inizio. Per questo l’etica [che poi viene descritta -con riferimento alle stesse radici etimologiche della parola- come legame, appartenenza ad un contesto umano – n.d.r.] appare già dalla nascita: il venire al mondo equivale, infatti, a un essere posti. Fin dall’inizio la nascita è un rapportarsi: figli/ genitori, Bambino/ambiente, uomo/mondo. La vita stessa, in quanto è data e ricevuta, è un rapporto.” (S. Natoli, “La felicità di questa vita”, Oscar saggi Mondatori, pag. 9).
In una splendida lirica (in cui si può vedere anche un richiamo al fatto dell’incarnazione) scrive Carlo Betocchi:
“Ciò che occorre è un uomo,
non occorre la saggezza,
ciò che occorre è un uomo
in ispirito e verità;
non un paese, non le cose,
ciò che occorre è un uomo,
un passo sicuro, e tanto salda
la mano che porge che tutti
possano afferrarla, e camminare
liberi, e salvarsi.”

Questa è la via: la salvezza passa da un uomo, dalla reciprocità del rapporto con un uomo.

2.

C’è stata per me la scoperta del cristianesimo nella sua vertiginosa essenza: un incontro, un rapporto umano voluto da Dio per farsi conoscere all’uomo (non un insieme di valori religiosi). Nell’umanità dell’incontro con Cristo ogni domanda ed incertezza dell’uomo, come espressioni più vere della sua umanità, sono collocate nell’orizzonte positivo del rapporto con Dio. Peraltro, il mistero di Cristo è il mistero dell’incarnazione, che si perpetua (oggi, nell’hic et nunc) nella realtà della Chiesa, perciò -ancora e sempre- nei rapporti umani concreti, carnali con coloro che Lo riconoscono (S. Bernardo richiamava l’importanza del guardare, nella comunità cristiana, a “persone o momenti di persone”).
E’ nell’incontro con quel Tu eccezionale e nel permanere del rapporto con lui che si dà ogni possibilità di vivere il reale come positivo, come ultimamente non segnato dal male e dall’evanescenza, da un’insanabile contraddizione.
“Saper trovare nel tempo che passa l’effetto buono, il frutto buono che le circostanze danno, anche le peggiori delle circostanze: questa è saggezza, è sapienza, è partecipare alla sapienza con cui Dio governa il disegno del mondo per una misericordia, per un frutto di misericordia. In questo senso la misericordia non s’afferma come tale -come ultimo significato- perché sorvola gli aspetti negativi, ma perché scopre la finalizzazione buona anche degli aspetti negativi: cessano di esser negativi, diventando funzione dell’aspetto positivo.” (Luigi Giussani: “Tu (o dell’amicizia)”, Rizzoli, 1997, pag. 239). Soprattutto nei confronti del nostro peccato, della nostra incapacità, incostanza, distrazione, errore, l’ unica positività possibile è guardare al Tu, al Tu misericordioso, al Padre della parabola evangelica del figliol prodigo.
Una costante positività di fronte al reale è la posizione vergine del bambino. Ma sperimentiamo da adulti, continuamente, la debolezza nel tenere questa posizione (come per un ammalarsi di questa facoltà). Chi o che cosa ci aiuta a mantenerla viva in noi o a recuperarla ?
Se all’inizio siamo gettati nell’avventura dell’esistenza con un’ipotesi positiva -ed il cuore intuisce di essere fatto per la felicità-, “è altrettanto vero che è come se fossimo incapaci di tenere questa posizione: … diventiamo scettici e smarriti, ipocondriaci e irosi, invece che lieti. Questo dipende dalla libertà.” (L. Giussani, “Si può (veramente?!) vivere così ?”, Rizzoli,1996, pagg. 295-296).

La libertà. Esperienzialmente la libertà è talora segnata da una debolezza, affetta da una fragilità, che credo sia ciò che il cristianesimo definisce come la ferita del peccato originale; capita –in sostanza- ch’essa non sappia optare per il bene, per l’orizzonte positivo. In termini psicologici, quando ciò avviene, la libertà è condizionata da una temporanea (nel senso che non lo è irrimediabilmente) carenza di giudizio, del giudizio individuale sulla soddisfacibilità del proprio desiderio, sulla raggiungibilità della soddisfazione come meta nel -e attraverso il- rapporto con l’altro (e, mediatamente, con l’Altro ).
La libertà si compie, è perfetta, cioè è ‘giudiziosa’, quando è funzionale al raggiungimento della soddisfazione reciproca dei partner del rapporto e -in definitiva- alla felicità dell’uomo, quando è capacità di sostenere attivamente la domanda di verità ch’è nel cuore dell’uomo, è forza positiva nell’aderire alla verità di sé incontrata, intuita dalla ragione. In tal senso la libertà non è assenza da legami (come tanta mentalità comune ritiene, sull’onda di una cultura dell’innatismo), ma forza di adesione al bene, o, meglio, al rapporto fonte di beneficio. Fu così per Pietro e gli altri Apostoli. Pietro, messo di fronte alla domanda di Cristo: “Anche voi volete andarvene?”, ha risposto, con la sua libertà ha risposto: “E da chi possiamo andare, solo Tu hai parole che spiegano la vita”. Libertà come adesione al vero incontrato, alla promessa di soddisfazione, di felicità finale. Da qui la speranza.

Avere sperimentato su di sé questo amore, questo altro che vuole la tua soddisfazione ed il tuo bene, che ti offre il coraggio di vivere – questo altro che, senza connotazione di genere, possiamo definire il padre (Dio padre)- … quest’ esperienza dell’essere riconosciuti/amati così lascia, come eredità di pensiero, il pensarsi nel proprio buon diritto alla soddisfazione, al piacere … E’ un mutamento del pensiero. D’altra parte ricordiamo che conversione suonava in greco ‘metà noia’, pensiero rinnovato, mentalità nuova.
Nel rapporto con un padre (un padre che -ad un certo punto- può essere spogliato delle connotazioni fisiche e caratteriali del padre naturale, nel senso di far posto al ‘pensarsi in rapporto con il padre’, ossia accedere al ‘pensiero di padre’) siamo vocati/chiamati come eredi (cfr. lettere di S. Paolo: non più servi, ma figli, e se figli eredi, coeredi con Cristo del mondo; concetto di eredità pienamente giuridico–patrimoniale).
E’ un’eredità non solo di beni, di benefici, ma anche di pensiero, quindi di futuro profitto per sé e per gli altri.
Dunque, conviene a noi -sopra ogni cosa- viverci come figli. Come è declinato in vari approfondimenti dal dott. Guido Savio in questo sito internet, troviamo sintetizzata qui la formula di tale dinamica: “Essere uomini è essere figli: ecco la formulazione matura … della norma fondamentale di questa legge giuridica di natura, non scritta né prescritta ma posta” (da Giacomo Contri [cui si deve l’elaborazione originaria di questo pensiero], “Il pensiero di natura – dalla psicoanalisi al pensiero giuridico”, ed. Sic, II ediz. apr. 1998, pagg. 47 e segg.). E ricordiamo che posta si contrappone a im-posta, cioè ad ogni ‘imperativo categorico’, kantiano o meno, in quanto la norma [di diritto naturale] nasce invece da e dentro quel lavoro di rapporto o partnership che si diceva più sopra.
La semplicità dell’essere figli, domandanti e ricercanti il rapporto con il padre, che è colui che mi attribuisce il diritto alla soddisfazione, me ne assegna la giusta spettanza, questo solo può farci fiduciosi e intraprendenti (nel senso anche economico del termine) nel mondo. Andando nel mondo come figlio sarò in grado di trasfondere questa propensione economica – dentro un regime di reciprocità- nel rapporto con tutti gli altri dell’universo da me incontrabile.
Per tutto questo, probabilmente, vale la pena portare avanti la grande sfida (poiché quanto detto è per me tutt’altro che scontato) della vita, sfida che sta nell’affrontare con serietà e passione la questione del come vivere il rapporto con l’ altro (che è il mezzo, per il cristiano, anche del rapporto con l’Altro), il rapporto che è fonte di soddisfazione, e quindi di salute e salvezza. Anzi, potremmo dire che la via, sinteticamente -e forse un po’ magmaticamente- qui individuata, è la via della salute/salvezza.

Paolo Pettinella

 

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2 comments for “La positività del reale. Ricapitolazione di un lavoro personale di pensiero.

  1. giosue
    17 Settembre 2003 at 9:09

    PERFETTAMENTE D’ACCORDO SU DI UN PUNTO.LA POSITIVITà DEL REALE, COME NOSTRO PENSIERO DI ESSERI UMANI ( UMANI DUNQUE) SAREBBE IMPOSSIBILE, APPUNTO, UNO SFORZO DA SISIFO, SE NON FOSSE PENSATA NELLA RELAZI0NE CON L’ALTRO.
    NON SI SUPERA IL DOLORE DA SOLI E DUNQUE NON SI HA UN PENSIERO REALISTICO E POSITIVO DI SE STESSI SE NON DENTRO ALLA RELAZIONE CON IL “TU”.

    GIOSUE

  2. vicky
    6 Ottobre 2003 at 9:11

    mi viene da dire solo :”redenzione” con l’altro, e dopo semmai ci sarà relazione

I commenti sono chiusi.