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L’IO SALTA FUORI DAL TU (PARTE TERZA)

LA DIFFERENZA SESSUALE. SESSO E’ ALTRO. (PARTE TERZA)

E qui la correzione dell’errore. Dell’errore reciproco delle proprie storie. E’ il momento del perdono. Del perdono del Padre. Ma d’altra parte la nostra storia è ricca di non-perdoni: non abbiamo perdonato l’amico, non abbiamo perdonato offese, nemmeno certe parole le abbiamo perdonate, non abbiamo perdonato amori. Ma anche questa è la nostra realtà. E’ la nostra pochezza che non significa che noi non abbiamo perdonato il Padre. I massimi sistemi per fortuna si distinguono dai piccoli sistemi, nella nostra vita, e noi possiamo essere liberi e contraddittori.

Perdonare il Padre significa alla fin fine accettare la frase: “Sia quel che sia”. E amen.

Quella che Bodei chiama con il termine “supererogatorio” altro non è che una delle virtù più difficili che noi siamo chiamati a praticare nell’amore: quella di stare a credito, quella di lasciare passare prima l’altro, quella di favorire la sua ricchezza senza pesare la nostra povertà. In soldoni: essere felici che l’altro sia felice. Essere felici che l’altro stia sfruttando i propri talenti senza di noi. E’ una virtù difficile perché l’amore è soprattutto libertà. Ma ancora più soprattutto è libertà del Tu “dall’” Io e dell’Io “dal” Tu. Ricchezza e vantaggio reciproco vengono quando Io lascio che l’ altro si arricchisca al di fuori di me. Se non permetto questo chiudo in prigione la relazione.

Pagare qualcosa più del dovuto è l’espressione di Bodei, e in questo senso rimanderebbe a una logica oblativa che non riconoscerei interna all’amore. Tuttavia perché ci sia amore e sesso è necessario che ci sia un dare in più rispetto all’ altro. Scoperta dell’acqua calda. Io in amore non ricompro, come afferma Bodei. Non vendo e ricompro la stessa mercanzia. Il mio dare non mi offre nessuna garanzia in merito al ricevere. Questo è sesso. Lasciando da parte la logica oblativa di Bodei, in amore io do sempre qualcosa in più: prima lei, prego, apro la portiera dell’auto, lascio passare l’altro allo stop: questa è la caratteristica supererogatoria di cui parla Bodei. E’ un bel pensiero questo di Bodei.

“L’amore instaura una esperienza di realtà che non ci sarebbe altrimenti. La progressiva cognizione di una essenza individuale, insieme con la promozione (voler bene a qualcuno e desiderare che divenga sempre più conforme alla sua essenza, che divenga ciò che è, che assomigli sempre di più a se stesso, che realizzi la sua natura o personalità propria) In questo senso l’amore è una esperienza progressiva o non è, come ogni esperienza di realtà, vale a dire di trascendenza”. Questo scrive Roberta De Monticelli in “L’Ordine del cuore”. E John Donne stigmatizza in “Lezioni sull’ombra” :”Amore o cresce, o è piena e ferma luce”.

Voler bene a qualcuno è desiderare che sia sempre più se stesso (l’Atman, il “Così sei tu” nel quale ci siamo imbattuti in più di una occasione. Voler bene a qualcuno significa inglobarlo o faccio scorrere il mio desiderio di somiglianza su di te. In questo senso non ci sarebbe sesso. Voler bene a qualcuno significa voler che divenga diverso da me. Io ti promuovo, ti amo nel momento in cui io desidero solo una cosa, che tu sia quello che sei, che tu sia la storia che mi hai dato per meritarti il mio amore: questo è sesso. Che tu sia te stesso anche e soprattutto nel crescere fuori di me e libero da me.

Stendhal nel suo “L’amore”, che è una specie di trattato ideologico dove tenta di conciliare una sistemazione dottrinale del sentimento dell’amore con i propri vissuti amorosi, recenti e infelici, riporta questo aneddoto: “Nelle miniere di Salisburgo si usa gettare nelle profondità abbandonate della miniera un ramo sfogliato dal gelo; due o tre mesi dopo lo si ritrova coperto di fulgide cristallizzazioni: i più minuti ramoscelli, quelli che non sono più grossi dello zampino di una cincia, sono fioriti di una infinità di diamanti mobili e scintillanti; è impossibile riconoscere il ramo primitivo. Quello che io chiamo cristallizzazione è l’opera della mente, che da qualunque occasione trae la scoperta di nuove perfezioni dell’oggetto amato”. La promozione dell’altro come la promozione della cristallizzazione sul ramoscello. Se l’altro dell’amore doveva diventare la infiorescenza di cristalli del rami di Salisburgo, il mio compito che ti amo è quello di lasciarti diventare tale. Nulla di più né nulla di meno. L’amore è il viaggio dal ramo primitivo alla infiorescenza di cristalli. Viaggio che avviene in quanto l’Io riconosce al Tu tale destino, tale natura: diventare quello che deve diventare, “Questo sei tu”, essere quello che sei.

Che ognuno sia quello che sia è il percorso dell’amore. Ma, come dicevano i Greci, chi poi noi siamo veramente lo vediamo solo alla fine della nostra esistenza. E fino a qui l’immagine se si vuole positiva, anche ottimistica della relazione Io/Tu. Quasi il suo “dover essere”, meglio, il “sarebbe bello che così fosse”. Ma sappiamo che nella relazione d’amore ci si stanca, ci si annoia, si entra in conflitto, si entra nelle secche, ci si tocca con gli spigoli. Specie quando la questione della diversità tra Io e Tu diventa, per il percorso che ognuno ha seguito, una distanza eccessiva.

E’ ancora Galimberti nel suo “Dizionario di Psicologia” che ci conforta nel presentare la crisi come concetto: “Termine di origine greca da “Krino”, scelgo, scerno, discrimino, separo, deciso, presente nella medicina ippocratica per indicare un punto decisivo di cambiamento che si presenta durante una malattia di cui solitamente risolve il decorso in senso favorevole o sfavorevole. In ambito psicologico si riferisce ad un momento della vita caratterizzato dalla rottura dell’equilibrio precedentemente acquisito e dalla necessità di trasformare gli schemi consueti di comportamento che si rivelano non più adeguati a far fronte alla situazione presente. K. Jaspers definisce la crisi come un punto di passaggio dove ‘tutto subisce un cambiamento subitaneo dal quale l’individuo esce trasformato, sia dando origine ad una nuova risoluzione, sia andando verso la decadenza. La storia della vita non segue il corso uniforme del tempo, struttura il proprio tempo qualitativamente, spinge lo sviluppo delle esperienze a quell’estremo che rende inevitabile la de-cisione’”.

La crisi è un momento che ri-solve. In un versante o nell’altro. E se la crisi è un momento risolutivo io mi chiedo come possa venire vissuto o giudicato tutto quello che è venuto prima della crisi. Senza dubbio come prodromo della crisi stessa, come preparazione alla crisi. La crisi è dunque inevitabile proprio perché c’è divisione, c’è differenza. Senza il concetto di sesso non ci sarebbe crisi ma una non differenziazione mortale. Senza crisi non ci sarebbe rapporto in quanto la divisione, lo scernere, il discriminare, la separazione altro non sono che gli ingredienti della nostra vita. Ingredienti che qui potremmo riassumere nella parola sesso. La crisi è inevitabile perché il sesso è inevitabile. Dove non c’è crisi non c’è neppure sesso. Meglio, dove crisi non c’è stata vuol dire che non c’è stato neppure sesso e il tempo storico precedente è stato un tempo tutto impiegato ad evitarla. Ma la crisi vera, quella mortale, è il voler evitare la crisi, non il volerla. La negazione della differenza sessuale è essere muti di fronte alla crisi che inevitabilmente l’altro, nella sua differenza, mi porta.

Per questo è fondamentale l’assioma della Irigaray: la differenza sessuale è la madre di tutte le differenze e in quanto tale rende possibile la relazione sessuale. Freud è partito proprio dalle perversioni sessuali in cui è abolita la differenza. La relazione non ha senso in quanto la tensione del “malato di perversione” è quella di renderla (attraverso il feticcio, la pederastia, e altra forme di perversione sessuale) facile, troppo facile, per aggirare l’ostacolo della differenza sessuale. Eliminazione del sesso alla ricerca di un rapporto in cui l’altro sia oggetto. Cioè come voglio io. Prendiamo il Marchese de Sade ad esempio: i rapporti non sono tra Soggetto e Altro, ma tra soggetto (perverso) e oggetti, fatti di carne, ma sempre oggetti. Il senso non c’è in quanto l’altro è desessualizzato e sono abolite tutte le differenze: uomo/donna, figlio/madre, vecchio/giovane, etc.

Nell’amore garantito, nell’amore scontato del bambini per la madre non c’è sesso. Ma anche negli amori “adulti” dove vige il pensiero che l’amore “è dovuto” non c’è sesso. Non c’è sesso significa che non c’è merito e non c’è la domanda. Mi verrebbe da dire che ciò che si domanda è solo sesso.

Guido Savio

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2 comments for “L’IO SALTA FUORI DAL TU (PARTE TERZA)

  1. tino
    11 Agosto 2003 at 9:24

    SUL FATTO CHE IL SESSO AVESSE A CHE FARE CON UN ALTRO NON HO MAI AVUTO DUBBI. DETTO CON LE SUE PAROLE LA COSA MI SEMBRA PIù SEMPLICE… ANCHE DA FARE. GRAZIE PER L’AIUTO…. MA NON VORREI SEMBRARE VENALE. L’ALTRO, IN EFFETTI, è SEMPRE COLUI CHE CI INFORMA. COME UN INFORMATORE AFFATTO SCIENTIFICO CHE CI CHIAMA DA UNA PARTE E ANCHE CI Dà DELLA CONOSCENZA DALL’ALTRO. CI DICE DI SE STESSO. IO SO PER ESPERIENZA CHE NON TUTTI GLI ALTRI SI “DICONO BENE” MA POTREI ESSERE ANCHE IO UNO CHE NON SI DICE SEMPRE…GIUSTO VERSO CHI è DI FRONTE A ME.

  2. antoine
    25 Settembre 2003 at 9:24

    Certo che la parola “amen” potrebbe essere la parola vincente. Sia quello che sia. Nel senso che quel “sia” è fatto tanto da Dio quanto da me. Il mio farmi è dato tanto dalla volontà di Dio quanto dalla mia. Magari con una leggera preferenza sulla “mia”.

    antoine

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