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ERRORE E CORREZIONE (AMORE IN PARADISO, CANTO XXXIII)

ERRORE E CORREZIONE

AMORE IN PARADISO (CANTO XXXIII)

La correzione dell’errore è la porta dell’amare.

PARTE PRIMA

ERRORE E CORREZIONE

Errore e correzione io le intendo due parole trattate come una sola parola. Non prima errore e dopo semmai correzione, ma… “ dato che c’ è errore … allora avviene la correzione”. Siamo tutti uomini: l’errore è universale in quanto tutti gli uomini commettono errore. Almeno a questo i sani si sentono chiamati.

Dato che l’errore e inevitabile, allora errore e correzione diventano momenti successivi e momenti che rimandano uno all’altro: è errore correzione, correzione errore, errore correzione e così via non in una catena chiusa ma in una spirale aperta che porta verso la libertà, la guarigione.

Essendo inevitabile la malattia io direi che il guarito e l’uomo reduce dalla malattia inevitabile: meglio dunque guariti che sani.

Ed è all’interno della debolezza, quella del racconto Lo studente di Dostoevskij in cui la debolezza di Pietro nel tradire Cristo è rivissuta dalla vedova Vasilisa , debolezza che tutta l’umanità prova, debolezza in cui l’uomo può trovare la propria forza. Si parte dalla condizione di mancanza per arrivare alla condizione di pienezza anche se sappiamo che la pienezza non e virtù di questo mondo. Siamo tutti figli in quanto soggetti che commettono errore ma meglio, siamo tutti i figli in quanto esseri che commettono errore correzione, tutta una parola.

La psicologia ha molto dibattuto la questione se noi esseri umani ci dobbiamo ammalare per forza. Osservando la nostra storia personale ricca di momenti di o periodi negativi, costellata dal dolore o dalla privazione possiamo certo notare come la questione della necessità della malattia viva nel corpo di tutti noi. Come ci si chiede si se ci si ammali per forza io chiedo se si commette errore per forza e la risposta è senza dubbio si.

Come prima e provvisoria definizione di errore io sarei dell’avviso di affermare questo: l’errore e il non funzionamento.

L’errore nel suo passaggio alla correzione prevede il giudizio: io nelle giudicarmi non funzionante colgo la questione delle mio errore, esprimo un giudizio e colgo la mia volontà verso la correzione stessa. Si tratta di una sanzione per cui il passaggio dall’ errore alla correzione avviene in modo naturale. Si tratta di una unica parola. Scritta così: errorecorrezione

Due anticipi. Uno da Simone Weil tratto dai suoi Quaderni. L’altro tratto dalla serata su Rai Uno del 23 dicembre 2002 dal titolo “L’ultimo del paradiso” con protagonista Roberto Benigni.

Simon Weil in questo periodo, si amo nel dicembre del 1941, si sta occupando di filosofia orientale ed in particolar modo di induismo. Il riferimento specifico è alle Upanishad. Chiedo di prestare attenzione a questa serie di considerazioni.

“ L’ io è un grande tanto quanto il mondo. I suoni si incontrano tutti nell’orecchio, in un unico orecchio”. Ciò significa che di tutta la musica che è stata prodotta fino a questo momento, tutti i suoni che hanno popolato l’etere fino a questo momento… noi siamo essere universali (dunque tutti uguali dunque tutti figli) perché questa miriade di suoni e di rumori è passata per un pertugio comune. È la comunità del pertugio delle nostre esperienze che ci accomuna nella nostra natura di soggetti tutti uguali.

Nell’orecchio noi ce lo abbiamo tutti lo stesso pertugio, la stessa disponibilità. Il mondo nella sua varietà di suoni, rumori, parole, pensieri è passato attraverso la comunità dell’orecchio umano. La deduzione è semplice: tutta l’esperienza dell’uomo che viene comune attraverso una comune senso di percezione. Una comune senso di appartenenza. Questo senso di appartenenza non è un dato ontologico o ontogenetico, ma il frutto di un lavoro che ogni soggetto compie per un foro, un pertugio, un buco, l’orecchio per essere assieme e uguale agli altri.

Afferma ancora Simon Weil: ” Tutto ciò che è meno dell’universo è destinato ad essere sofferenza “. Ciò significa che io ho un pensiero o una sensazione che sta al di fuori del consorzio umano, della comunicazione umana, si se io ho un pensiero che qualcosa o qualcuno sia al di fuori del consorzio umano, io automaticamente che lo ammalo.

Questo cose e io non chiedo di capirle, non chiedo di arrivare attraverso il ragionamento, il mio ragionamento, ma chiedo soltanto di sentirle. Sì. Se io isolo l’altro al di fuori dell’universo, al di fuori delle pensiero che egli, attraverso il suo orecchio, possa capire tutto il pensiero umano, significa che io voglio ammalarlo.

Ammalare l’altro significa che semplicemente tenerlo fuori di noi. Essendo noi parte integrante di un universo di simili.

Scrive ancora Simone Weil che: ” Anche che si è io muoio l’universo continua “. ” Che l’universo intero sia per me in relazione al mio corpo quello che per un cieco è il bastone, in relazione alla sua mano, realmente la sua sensibilità non e più nella sua mano ma sulla punta delle bastone “.

La mia visibilità è nel mondo. Il mio io non è più nella mia mano ma nello strumento attraverso il quale io entro in relazione con il mondo. È la propaggine che mi fa essere in relazione con il mondo. Propaggine. Si tratta del mio desiderio e della mia volontà.

E il nostro bastone è allora l’amore. La legge dell’amore che è legge in quanto ci unisce all’altro. Attraverso la propaggine sensibile del bastone noi entriamo nell’universo degli altri e da questo universo tiriamo fuori e il nostro sentimento e la nostra emozione. Sensazioni, cuore, sudore, emozioni, tutto ciò che entra nel nostro repertorio attraverso il quale noi possiamo comunicare.

” Nel suo profondo vidi che si interna legato con amore in un volume ciò che era l’universo si squaterna “. Questa è la terzina di Dante riportata da Benigni, a cui io vorrei fare riferimento.

Tutti gli amori, tutti gli odi, tutte le domande, tutte le risposte che gli uomini che hanno caricato con il loro piede il suolo della terra, si stanno dentro ad una unico volume.

Tutti gli amori, tutti gli odi, tutte le domande che sono passate per l’universo si inquaternano all’interno di un unico pensiero. Il pensiero è quello di Dio. Il pensiero è quello di universo. Il pensiero è quello che si amo tutti figli dello stesso Padre. Il pensiero è che leggiamo tutti dentro alla stesso libro. È lo splendore della possibilità e della ricchezza degli di uomini poter dire che tutto, il tutto, sta a dentro ad un contenitore.

Non c’è niente da capire. In questo budello, e il questo pertugio che è rappresentato dall’orecchio umano, dall’orecchio di tutti gli uomini, passa tutto quello che deve passare. E quello che non passa è bene che non passi. Noi abbiamo bisogno del pensiero di universalità per poterci vivere e scambiare con gli altri. Diversamente non sarebbe possibile.

Benigni aggiunge ancora: ” Guardando in Dio” ma io ho potrei anche dire aperte ” Guardando negli altri, guardando negli ho occhi degli altri”, Benigni è sicuro di vederci la storia passata, la storia di tutti gli uomini, la storia di tutte le parole che hanno solcato lettere del nostro cielo dall’inizio dei secoli ad oggi.

” Il cavallo di Cesare, lo zoccolo del cavallo di Cesare, l’erba calpestata dallo zoccolo del cavallo di Cesare” ecco, noi possiamo vedere e tutto questo ma non solo. Noi possiamo essere tutto ciò questo punto. E il cavallo di Cesare, lo zoccolo, l’erba, e tutto il resto. Noi possiamo vedere ed essere nello stesso tempo la nostra storia.

Ma ecco, è il punto. Solo se io ho vedo tutto quello che vedo nella relazione con l’ altro, allora vedo per davvero il cavallo, lo zoccolo, l’erba, e anche Cesare per tutto intero. Solo guardando negli occhi l’altro, nella sua alterità io posso vedere tutta la sua e la mia storia. L’amore che mi fa vedere l’altro e sentire l’altro in quanto io sono infilato per lo stesso spago nel quale l’altro è infilato, questo amore è il tramite, e il percorso, l’amore che mi fa sentire l’altro nella sua diversità e nella sua somiglianza a me. Quando Benigni parla della donna, dell’amore per la donna, a partire dalla preghiera di Bernardo alla Vergine Maria con cui si apre il Canto XXXIII, in realtà egli afferma che apparentemente è la donna che cambia lo sguardo, che cambia tono di voce, che cambia il mondo di camminare, ma in realtà siamo noi a cambiare. Siamo noi a cambiare in virtù dell’amore che stiamo provando per l’altra persona.

È l’amore che mi fa cambiare. L’amore mi cambia attraverso la legge di relazione che viene posta da me verso la persona che ha amo e dalla persona che ha amo verso di me. Quando compare l’altro nella mia vita, dell’altro dell’amore, la vita me la cambia per davvero. Immaginiamo che cosa possa essere la nostra vita in rapporto agli altri si se noi con questi altri non fossimo infilati per lo stesso spago: un disastro, la perversione della non comunicazione, la malattia della solitudine, il dolore del nostro essere muti.

Benigni afferma che il canto XXXIII del Paradiso è il canto in cui si va alla ricerca di una possibile definizione di Dio. Ma non le definizioni della teologia, non le definizioni della mistica, non le definizioni della scolastica, della dogmatica, bensì la definizione della umanità. Di Dio definito dalla umanità dell’uomo.

E Benigni conclude che la definizione di Dio, il nome di Dio è l’intero ultimo verso del canto XXXIII. Dio inteso come un verso, un insieme di parole, ma una sola parola: “L amor che move il sole e l’ altre stelle.” Non di Dio che muove le parti, non di Dio che muove i particolari, non di Dio che muove i singoli oggetti ma Dio che attraverso l’amore muove tutto l’universo. Di tutti ciò questo universo noi siamo figli uguali proprio perché figli dell’amore e figli nell’amore. Tutto un verso. Come tutta una parola era errore-correzione.

L’amore è dunque la condizione per cui si muove tutto l’universo. Mi verrebbe da dire che o così muove tutto o non si muove niente. Bene. L’amore fa muovere tutto. Diversamente non ci muoverebbe niente. L’illuminazione e, se si vuole, la genialità di Benigni è stata quella di cogliere nell’ultimo verso della Divina Commedia il senso dell’amore che esiste solo in quanto universale. Universale in quanto chiuso in una sola parola: amor che move il sole e l’ altre stelle.

L’amore non è fermo. L’amore non è il motore immobile di Aristotele. L’amore di Dante e l’amore del moto. Per noi moto è il desiderio del soggetto verso l’altro e la attuazione di tale desiderio: nulla di più ma nemmeno nulla di meno.

“Dall’amore muove tutto ciò…” significa che nel momento in cui io amo una altra persona ciò avviene perché io potenzialmente posso e so a mare tutto il mondo, tutto l’universo. Nella persona amata c’è tutta la mia potenzialità di amare il mondo. Io non amo un singolo e tutto l’universo lo metto da parte. Questo non è possibile. Quando amo uno significa che posso amare tutti. Questa e la salvezza che mi è data dalla pratica dell’amore.

L’amore è universale perché è sì vero che io amo l’altro, ma amo l’ altro come rappresentante di tutti gli altri. Ciò che mi ha portato ad amare quella singola persona e il percorso di abilitazione che io ho attuato verso l’amore per tutto il mondo. Pensate a quanta gente ora nel mondo ci sta muovendo per amore. È un pensiero magnifico. Certo c’è anche gente che si sta muovendo per odio o per altri affetti, ma chi si muove per amore lo sta facendo perché sta parlando la stessa lingua che stiamo parlando noi in da questo momento. L’amore è universale perché regolato da una unica Legge e noi sappiamo che questa legge e la legge istituita da i due i singoli soggetti che in questo momento fanno l’amore. Fare l’amore significa fare la sua legge. Fare l’amore significa fare il bene reciproco. Questo è universo.

Intendiamoci bene tuttavia. Amare tutti significa prima di tutto ciò giudizio verso l’altro, non si compra a scatola chiusa, non è il caso di fare i mistici e buttarsi a peso morto fra le braccia del mondo intero. La altro che io vado ad amare é l’ altro della mia conoscenza, della mia scelta, della mia affinità, di della differenza che io ho vedo nell’altro stesso. Tuttavia questo altro è pur sempre il rappresentante di un universo. Guai se io, nel momento in cui guardo negli occhi la persona amata, non ho il pensiero che in tal modo posso amare tutto il mondo.

Che cosa è in fin dei conti la Divina Commedia: errore e correzione. Che cosa è in fin dei conti il viaggio di Dante: errore e correzione. Che cosa è in fin dei conti l’amore? È il passaggio dall’errore alla correzione, è il passaggio dalla malattia alla salute. Meglio ancora: Dante dimostra attraverso il suo viaggio di guarigione che da guariti si è meglio nel senso dell’amore di quando si era sani prima di ammalarsi, prima di entrare nella selva oscura.

Francesco, Agostino, tanto per citarne due sono dei guariti e dunque tanto ma tanto più forti perché passati attraverso la malattia, se vogliamo passati attraverso il peccato, se vogliamo passati attraverso l’errore. Uomini reduci dalla esperienza dell’errore. Questo non significa allora vaccinati verso i futuri errori. Affatto. L’errore è inevitabile. Noi siamo tutti uguali in da quanto predisposti all’errore. Tuttavia la correzione dell’errore ci porta su di un piano di superiorità rispetto alla inesperienza, al non aver avuto esperienza dell’errore stesso.

Noi siamo figli di uno unico Padre proprio perché siamo passati dalla condizione di errore alla condizione di volontà di correzione dell’errore stesso. Siamo figli in quanto abbiamo lavorato per raggiungere questa meta. La quale meta stabile e fissa non è, ma una meta riraggiungibile in ogni momento, traccia per il nostro cammino, strada verso un luogo a il quale noi tutti tendiamo: la salvezza. La malattia è inevitabile, la psicopatologia è inevitabile. Si se si amo dei guariti, significa che siamo più forti di prima. Nulla di più e nulla di meno.

La legge guarisce dalla malattia. La legge guarisce dalla psicopatologia. La legge è solo la legge dell’amore. Tale legge e istituita da due soggetti che si amano e che si guardano negli occhi. Senza astrazioni dietro le loro spalle, senza fedi, senza religioni, senza ideologie, senza ruoli, senza partiti. Tutto ciò può venire dopo ma non al posto della legge di due soggetti che non ti nella loro identità e nel loro limite si guardano negli occhi: guardano gli occhi dell’amore di uno per l’altra. Io, muovendomi verso di te, mi muovo verso la universalità del mondo e in questo senso abbraccio la legge dell’amore di cui tu sei rappresentante.

(continua)

GUIDO SAVIO