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IL MALE (PARTE PRIMA)

IL MALE (la distanza di Dio dall’uomo) – Parte prima

IL MALE ( la distanza di Dio dall’uomo)

1 – In un saggio che compare nella raccolta Il Male a cura di P. F. Pieri, Franco De Masi introduce il suo intervento con questa frase: “Vorrei tentare di mostrare come il pensiero psicoanalitico abbia cercato di sottrarre l’idea del male alla sfera dell’oggettivo e della morale, riproponendola in modo originale all’interno della soggettività. Il concetto di male, che tradizionalmente implica una responsabilità personale e una colpa incompatibili con una visione scientifica della malattia, è venuto così a fare parte integrante di una spiegazione della sofferenza e del disturbo mentale”.

Ma io mi pongo la domanda: il Male ha uno statuto ontologico (ovvero “è là” esiste come esiste qualsiasi esistente) oppure è un deliberato agire dell’uomo?

L’intento della psicoanalisi si è indirizzato verso due direzioni, sostiene ancora De Masi. Il primo considera il male non eticamente perseguibile perché derivante dalla natura primitiva delle pulsioni. Il secondo lo identifica con la distruttivit à, l’istinto di morte in lotta con la parte libidica della personalità.

Ho riportato queste osservazioni di De Masi per due motivi. Il primo per andare a verificare se poi il male, quello che ognuno di noi commette, si situi effettivamente al di fuori della nostra responsabilità. Il secondo per cercare di capire se il male, così come lo intendiamo anche nella accezione di elemento emergente e attivo della psiche umana, alla fin fine veda a situarsi in una sfera che trascende il soggetto stesso, ma non nel senso che ne affranca la responsabilità, bensì perché rientra in un ambito appunto trascendentale. Il male che alla fine non può essere che il Male, con la “emme” maiuscola caratteristica del dato ontologico.

Ricoeur è costretto ad ammettere che una distinzione netta tra una origine ontologica e una etica del male è praticamente impossibile, e che le due appaiono inestricabilmente frammiste: “ Non c’è alcun mito tragico che non ammetta un legame tra la profondità della colpa e la hybris dell’uomo che si riconosce perciò come colpevole. E la caduta dell’anima sarebbe una così grande sventura se l’uomo non avesse contribuito ad essa non foss’altro che col proprio consenso?”.

La questione della responsabilità deve essere immediatamente sollevata: l’uomo in quanto responsabile “personalizza” il male e lo trae fuori da una non ben distinta ontologia che in un qualche modo lo assolverebbe dalla colpa.

2 – Il discorso del Male non può non coinvolgere il discorso su Dio. Lo psichismo umano, la nostra psicologia, che coglie il male nel soffrire dell’altro, nel nostro soffrire, nella angoscia vissuta o procurata, non può toccare con mano il fondo del barile del proprio agire se del male non ne affronta la questione più spinosa e universale. Il Male come stato che rimanda alla presenza o alla assenza di Dio. Alla relazione di Dio con esso. Se si vuole alla antica, trita e ritrita questione della teodicea. Io vorrei partire da qui per mettere in luce, se possibile, come il male compiuto dal soggetto (atto libero del suo psichismo) non possa prescindere da questo sfondo. Quindi vorrei lavorare su quella che definisco “la distanza di Dio dall’ uomo” nel momento in cui la sua psiche liberamente commette il male.

La domanda non può che essere quella canonica, quella agostiniana: “Sive Deus, unde Malum?”.

Ad un pluriomicida statuinitense, uno dei serial-killer che in quei tempi andavano per la maggiore, durante il processo il P .M. chiede semplicemente: perché? La risposta: “”Perché potevo”. Il processo a Franz Stangl, responsabile del campo di sterminio di Treblinka è diventato uno splendido libro della giornalista e scrittrice Gitta Sereny dal titolo In quelle tenebre. Libro che contiene interviste dello stesso Strangl alla Sereny e che mettono in luce la assoluta “normalità” di quel Male. Normalità che in Hannah Arendt diventerà La banalità del male (il libro che tratta del processo di Eichmann a Gerusalemme). Sta di fatto che Stangl, interrogato in più di una occasione sul perché dell’Olocausto, risponde a più riprese: “Hier war kein warum (Non c’era alcun perché)”.

Noi ci chiediamo sulla presenza di Dio accanto al Male, ma ci chiediamo ancora di più se presenza dovesse essere, quale è la distanza? No, conclude Michelini-Tocci un suo saggio su Il Male “Il Dio a cui si rivolge Gesù, e a cui si rivolge la nostra richiesta di liberarci dal male, è colui che, se potesse, ci libererebbe dal male: ma la sua “altra parte”, il suo lato oscuro, è la debolezza, che fa di lui “il nascosto” (ha-mistatter, Is 45,15), “colui che cerca” (a ogni uomo è diretta la domanda di Gen 3,9, “Dove sei?, perché Dio perderebbe tutti i suoi attributi se mancasse l’uomo). Dio può qualche cosa se noi glielo chiediamo: la petizione finale del Pater, paradossalmente, è un aiuto a Dio perché sia Dio, sia più Dio. Perché il suo lato destro vinca sul suo lato sinistro. Ma Gesù, nella sua preghiera, non dice al Padre: “Se puoi”, ma “Se vuoi”, e questo risospinge in alto mare la nostra navicella che sembrava approdare“. E allora, o Padre nostro, non indurci in tentazione di risposte, ma liberaci dal male della teodicea. Amen.

3 – Se Dio può o se Dio vuole è il terreno delle domande. Ed è il terreno del pericolo della strappo dell’uomo da Dio. Lo strappo della relazione. Ma d’altra parte ricordo qui un assunto di Meister Eckhart che in più di una occasione afferma che Dio non è Dio se non in quanto ha una relazione con l’uomo. Purtroppo la contraddittorietà di Eckhart non è seconda a quella di Nietzsche e qualche passo più avanti scrive: “Certamente Dio ha sparso gioia e soddisfazione nelle creature, ma la radice di ogni soddisfazione e l’essenza di ogni gioia l’ha mantenuta in se stesso”.

Ma a noi piace di più pensare che Dio in realtà (che vuol dire anche nella presenza del male) abbia una relazione con l’uomo. Dico “piace di più pensare” in quanto questo nostro, a volte si manifesta come un semplice voto, come una aspettativa o una arsura di pace o anche di giustizia.

4 – Elencherò pertanto da ora in avanti una serie di “situazioni” che pongono tutte la questione della distanza di Dio dall’ uomo. Ma pongono soprattutto, tra le righe, la domanda sul volere, della “volontà” di Dio sull’uomo.

Plotino nelle Enneadi afferma che “Dio non è venuto in terra per starci vicino”. Va bene, qualcuno potrebbe dire, il solito gnostico che butta fumo negli occhi (e anche io la penso in questo senso). Ma Plotino non è l’unico. In un frammento di Eraclito definisce Dio “Un soggetto privo di identità”. Insomma, Dio da una parte e l’Uomo dall’altra? E proprio perché in questa posizione egli è Dio? E, compiendo un lunghissimo salto nel tempo e nel pensiero troviamo Simon Weil che afferma che l’atto di creazione da parte di Dio altro non è stato che un atto di abdicazione. Dio abdica alla propria onnipotenza per dare un posto a se stesso nella relazione con l’uomo. Dio abdica e diventa mancante, noi pensiamo dell’amore dell’uomo. E pensiamo giusto perché questo è uno dei modi della relazione.

Relazione tra soggetto e altro che funziona nel momento in cui c’è un buco da riempire. Se tutti gli spazi, se tutti i posti sono occupati, stiamo sicuri che relazione non c’è. E nemmeno Dio oltrepassa questa regola.

Nel libro di Giobbe le parole che Satana pronuncia sono: “Non posso fare tutto, ma posso distruggere tutto”. Per noi significa, per noi che trattiamo delle questioni dell’uomo attraversando la sua psiche, o la sua psicologia, significa che… forse abbiamo un nemico. Colui dal quale si parte. Il Male, che può buttare a carte quarantotto tutto quello che l’uomo fa. Ma siamo sicuri che si parte da là. Siamo sicuri che il “male è” e che il bene è un atto secondo che scaturisce dal superamento o dalla vittoria sul male? Non penso che andremmo molto lontano se ci poniamo la questione se è venuto prima l’ uovo o prima la gallina.

5 – Hans Jonas nel suo Il concetto di Dio dopo Auschwitz. Jonas porta un racconto di Elie Wiesel che vede la morte atroce di un bambino ebreo nel campo tedesco. La domanda è quella più antica. Dove era Dio nel momento in cui avveniva quella morte? Il titolo del acconto è La notte e il bambino che ne è il protagonista viene descritto come ‘l’angelo dagli occhi tristi’: “I tre condannati salirono assieme sulle loro seggiole. I tre colli vennero introdotti contemporaneamente nei nodi scorsoi. ‘Viva la libertà’ gridarono i due adulti. Il piccolo, lui, taceva. ‘Dov’è il Buon Dio, dov’è il Buon Dio?’ domandò qualcuno dietro di me. A un cenno del capo del campo le tre seggiole vennero tolte. Silenzio assoluto. All’orizzonte il sole tramontava. (…) I due adulti non vivevano più. La lingua pendula, ingrossata, bluastra. Ma la terza corda non era immobile: anche se lievemente il bambino viveva ancora… Più di mezz’ora restò così, a lottare tra la vita e la morte, agonizzando sotto i nostri occhi. E noi dovevamo guardarlo bene in faccia. Era ancora vivo quando gli passai davanti. La lingua era ancora rossa. Gli occhi non ancora spenti. Dietro di me udii il solito domandare: ‘Dove è dunque Dio?’. Ed io sentivo una voce dentro di me che rispondeva: ‘ Dove? Eccolo: è appeso a quella corda’”.

6 – Bambini. Il dolore dei bambini non trova giustificazione. Come in Dostoevskij. Non è certo per ratio espositiva che riporto questo passo da I fratelli Karamazov ma solo perla sua ampiezza morale e per forza di provocazione. Se il male mai potesse avere un senso (che vuol dire che va a fare qualcosa di bene), può anche essere. Ma mai se tocca i bambini. Tanto i bambini di Auschwitz quanto i bambini delle infinite e sperdute contrade del mondo, che, non avendo parola non possono che parlare il loro dolore che per voce d’altri, dunque per voce che non darà mai corpo al loro corpo che soffre. Si legga, per chi ne ha la forza, il discorso di Ivan Karamazov subito prima della “Leggenda del Grande Inquisitore”: “… Io voglio vedere con i miei occhi il daino ruzzare accanto al leone e l’ucciso alzarsi ed abbandonare il suo uccisore. Io voglio essere presente quanto tutti apprenderanno di colpo perché tutto sia stato così. Su questo desiderio poggiano le religioni della terra, e io credo. Ma però ecco i bambini: che ne farò? E’ questo il problema che io non posso risolvere. Per la centesima volta ripeto: le questioni sono molte, ma ho preso soltanto i bambini, perché qui è ineluttabilmente chiaro ciò che ho bisogno di dire. Ascolta: se tutti devono soffrire per acquistare con la sofferenza l’eterna armonia, che c’entrano qui i bambini? Dimmelo, ti prego! Non si capisce assolutamente a che scopo debbano anch’essi soffrire e perché debbano acquistarsi con le sofferenze quell’armonia. Perché hanno servito anch’essi da materiale e da concime per preparare a vantaggio altrui l’armonia futura? La solidarietà tra gli uomini nel peccato io la comprendo, comprendo la solidarietà anche nella espiazione: ma la solidarietà nel peccato non riguarda i bambini, se la verità sta realmente nel fatto che anche loro sono solidali con i padri in tutti i delitti da questi commessi, una tale verità non è certo di questo mondo e mi riesce incomprensibile. Qualche bello spirito dirà magari che tanto il bambino crescerà e avrà il tempo di peccare, ma non è mica cresciuto quel fanciullo di otto anni contro il quale furono sguinzagliati i cani! Oh! Aljòsca, io non bestemmio! Comprendo bene come dovrà scuotersi l’universo quanto tutti in cielo e in terra si fonderanno in un inno solo e tutto ciò che vive o ha vissuto griderà: ‘Tu hai ragione Signore, giacchè le Tue vie ci sono rivelate!’. Quando la madre abbraccerà il carnefice che fece straziare il figlio dai suoi cani, e tutte e due proclameranno tra le lacrime: ’Tu hai ragione, Signore’, allora certo sarà l’apoteosi della conoscenza e tutto si spiegherà. Ma ecco, proprio qui è il busillis, è proprio questo che io non posso accettare. E mentre sono sulla terra mi affretto a prendere le mie disposizioni. Vedi, Aljòsa, se vivrò anch’io fino a quel momento o se risusciterò per vederlo, potrà realmente accadere che anche io esclami con gli altri, vedendo la madre abbracciare il carnefice del suo bimbo: ‘Hai ragione, Signore!’, ma io questo non lo voglio esclamare. Finchè c’è ancor tempo, corro ai ripari e perciò rifiuto assolutamente la suprema armonia. Essa non vale una lacrima, anche una sola, di quella bambina martoriata che si batteva il petto con il piccolo pugno e pregava il ‘buon Dio’ nel suo fetido stambugio, versando le sue lacrime invendicate. Non la vale, perché quelle lacrime sono rimaste da riscattare. E dovranno essere riscattate, altrimenti non ci potrà essere neppure armonia. Ma come, come le riscatterai? E’ forse possibile? Col vendicarle più tardi? Ma a che mi serve vendicarle, a che mi serve l’inferno per i carnefici, a che può rimediare l’inferno quando i bambini sono già stati martirizzati? E che armonia è questa se c’è l’inferno? Io voglio perdonare, voglio abbracciare e non che si continui a soffrire. E se le sofferenze dei bambini hanno servito a completare quella somma di sofferenze che era necessaria per l’acquisto della verità, io affermo fin d’ora che tutta la verità non vale un simile prezzo. Non voglio, insomma, che la madre abbracci il carnefice che fece straziare il figlio dai cani! Si guardi bene dal perdonargli! Perdoni se vuole per proprio conto, perdoni al carnefice la sua smisurata sofferenza materna, ma non ha il diritto di perdonare la sofferenza del suo bimbo straziato; si guardi dal perdonare il carnefice, anche se gli perdonasse il fanciullo stesso! Ma se è così, se non si ha il diritto di perdonare, dove è l’armonia? C’è nel mondo intero un essere che possa perdonare e che ne abbia il diritto? Io non voglio l’ armonia, non voglio per amore verso l’umanità. Preferisco che le sofferenze rimangano invendicate. Rimarrei piuttosto con il mio dolore invendicato e col mio sdegno insaziato, anche se avessi torto! Troppo poi si è esagerato il valore di quella armonia, l’ingresso costa troppo caro per la nostra tasca. E perciò mi affretto a restituire il mio biglietto di ingresso. E, se sono un galantuomo, ho l’obbligo di restituirlo al più presto possibile. E così faccio. E non è che non accetti Dio, Aljò sa. Ma gli restituisco nel modo più rispettoso il mio biglietto”.

La questione del male è la questione del dolore dell’innocente. Dostoevskij, per bocca di Ivan ha espresso questo concetto “ come se uno spirito di profezia gli avesse fatto vivere il nostro secolo” scrive Paolo De Benedetti nella postfazione al libro di Ricoeur Il Male. Il rifiuto del biglietto rappresenta la libertà di giudizio dell’uomo moderno. Come protagonista ma anche come spettatore del male.

Guido Savio

(continua)

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