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DIALOGO SULLA DEBOLEZZA (PRIMA PARTE)

DUE AMICI SI CONFRONTANO SULLA DEBOLEZZA DELL’UOMO. LA VOLONTA’, IL TEMPO, LA MODERNITA’ SONO LE PAROLE DEL LORO PERCORSO.

Dialogo sulla Debolezza

A – Amico caro. Io vorrei partire da qui. Partire dalla Filosofia per cominciare a parare e parlare della Debolezza, magari anche per farci intrappolare, perché no, le caviglie dai suoi lacci per poi poterli strappare e riuscirne. Vorrei parlare con te della Debolezza perché su di essa tante domande mi sto facendo. Della debolezza dell’uomo chiamato moderno o post-moderno. Di quello che ha le proprie ventiquattrore nella propria valigetta. Della Debolezza di chi di debolezza “fa”, o di chi di debolezza si arena e si essica al sole. Di chi la respira e la sente negli alvei dei polmoni come aria che entra nel sangue.

Di chi oppone la propria Debolezza alla Volontà e si perde. Di chi invece è capace di “coniugare” la propria debolezza con la Volontà. Insomma, di chi di debolezza ci campa e di chi di debolezza ci crepa. Parto in salita, dal brano Della Grande Nostalgia di Zarathustra:

“Anima mia, io ti insegnai a dire “oggi” come se fosse “un giorno” e “un tempo” e a danzare al di sopra di ogni “qui” e “lì” la tua danza circolare”. Siamo sempre presenti amico. E’ il destino. Ma il nostro andare è il cerchio e non già la linea. Tu pensi che se noi mettiamo Volontà nel Tempo, volontà nel nostro tempo, il Tempo ci porti da qualche parte? Ci traghetti da “ qui” a “lì”? Ci scarrozzi verso una soluzione? Oppure ci faccia danzare senza sosta la danza del trovarci al punto dal quale siamo partiti?

Zarathustra era uno Fursprecher, uno che parla a favore di.. e in difesa di… Era un avvocato. L’avvocato dell’uomo. E’ debole chi non ha parola per sé, chi da sé lotta con e contro la sua stessa volontà. L’uomo debole è nostalgico e nello stesso tempo addolorato perché sente la vicinanza di quello che gli è tanto lontano. Così Zarathustra da uomo soffre. Infatti egli è chiamato anche “il convalescente”. Tieni presente amico, il convalescente, non “il sopravvissuto”, stato per me insopportabile. E’ stato ammalato dalla sua stessa Volontà che gli ha fatto vedere e toccare, nei muscoli, nella carne, nelle mani, il potere di creare e poi ha nascosto davanti ai suoi occhi le sue stesse creature. Rimandandolo al capolinea. Dicendogli, capisci amico, è la nostra stessa Volontà che ci dice: “Ritorna al cerchio, ritorna al moto circolare”. E noi torniamo obbedienti all’ “uguale” di prima.

Deboli allora noi perché torniamo, come pecore obbedienti, sempre all’uguale? Deboli perché confusi dalla nostra stessa volontà? Possiamo trovare risposta amico? Condannati a danzare in modo circolare l’anima nostra? Condanna intrattabile con alcun confessore o con alcun dio? Io non lo so e per questo ti chiedo aiuto. Siamo noi deboli “di” volontà? O è il fatto che volontà abbiamo e dunque soffriamo della “lontananza” alla quale essa ci porta?

B – Amico, partendo in questo modo, sarà difficile slegarci dalle liane del sottobosco della Filosofia, a meno che non ne facciamo calzari per il nostro andare.

A – No amico, ti prego, non mi lasciare solo con queste domande nel petto. “Lo Spirito guarisce la ferita che da se stesso si procura” quasi grida Hegel. Semmai ci facessimo del male a parlare della nostra Debolezza, ricordiamo questa massima, essa ci soccorrerà. Semmai la Debolezza ci confondesse, abbiamo almeno fede nello Spirito. Spirito Santo Paraclito!

B – E’ ironia la tua? Sento dove mi vuoi trascinare. Mi vuoi tirare verso il “pensiero debole”, forse per ritrovarne una forza. Mi vuoi tirare verso la sua “nobilitazione”. Vuoi tirarmi a disquisire sul fatto che noi uomini saremmo deboli perché nella nostra post-post-post-modernità il nostro pensiero ha deboli contenuti, perché è debole la nostra volontà di portarli. E su questo non avresti tutti i torti: abolito l’Assoluto; l’Essere sfilacciato, se non spellacchiato; la Verità che si aggroviglia su se stessa; il Bene poi come perline di vetro, stabile come dune nel deserto; il Bello in mano alla sacralizzazione di chi lo dissacra.

Mi vuoi trascinare verso il tuo Nietzsche del “sognare sapendo di sognare”. Lo svuotamento del senso. Il riempimento della realtà con le parole della fabula (ma su questo poi tornerò). Se “Dio è morto” non significa che “Dio non è più” ma semplicemente e terribilmente vuol dire che ogni valore e ogni verità sono vanificati. Questo tu lo sai. Ma si può parlare ancora (ammesso che nel passato si sia potuto fare) di Verità? Cercarne nel nostro portafoglio, da qualche parte, la sua fotografia?

Senti bene quello che ti dico adesso amico. E il nichilismo non ha mai bussato alla mia porta. Io professo la fede nel Mondo Apparente, in quello che “tocco” con i miei pensieri, in quello che passa attraverso i buchi della mia pelle, in quello che mi schiaccia i muscoli quando troppo lo voglio tentare. In questo io credo. E la mia e tua Filosofia che cosa ha fatto e continua a fare? Te lo dico io. Ha alzato come palo da cuccagna la pretesa che oltre al Mondo Apparente ce ne sia anche uno di reale. E in più ha tentato di metterli in relazione, di farli parlare la logica tra loro.

Per questo ti dico che il non-senso diviene sensato proprio nel momento in cui noi ne riconosciamo la impossibilità, ma no, l’impotenza. Ti sorprende quello che ti dico? Lo so anche io che l’uomo post-moderno è “s-fondato” perché è privo di fondamento ed è “s-paesato” perché è privo di patria.

Allora non il mio ma il tuo Vattimo scrive: “Il soggetto post-moderno, se guarda dentro di sé alla ricerca di una certezza prima, non trova la sicurezza del “cogito” cartesiano, ma le intermittenze del cuore proustiano, i racconti dei media, le mitologie della psicoanalisi”. Ovvero i valori (ma potremmo anche “Principio di Realtà”, Freud certo non se ne vorrà) hanno ceduto alla fabulazione. Io non so se questo sia bene o male. Io so che il mio mondo è quello che “interpreto” anche senza tanto fabularci sopra. Non ci sono più “fatti”, amico mio, ma solo interpretazioni (Nietzsche); non ci sono più “mondi”, amico mio, ma solo immagini-del-mondo (Heidegger). Ti sorprende tutto ciò? Ti sorprende in bocca mia il tuo Nietzsche?

“Arcano è tutto / Fuor che il nostro dolor.” scrive Leopardi. Almeno nel dolore Dio non è morto. Ma non entriamo nella teodicea, non ne usciremmo mai. Nel dolore Dio ci ha lasciato un segno tangibilissimo (tanto da far male) della propria ex- sistenza.

Ma non è ancora questo il punto, amico mio. Non ci siamo chiesti abbastanza di che Debolezza stiamo parlando. Di quella che rende confusi gli uomini? O di quella che rende uomini gli uomini? L’uomo che “interpreta” è l’uomo che può (Potenza e Volontà). Il mondo reale può diventare la sua illusione se lo vuol legare al suo interpretare. Dolore e angoscia se ci cerca la Realtà. Due le istanze, amico mio, due i mondi. Vedi “domani” nel mondo reale senza il tuo interpretarlo?

A – Questa domanda che mi poni mi rasserena, amico mio. Questa domanda che mi fai forse mi tira fuori dalla mia bruma. Mi fai vedere come è solo il pensiero di “domani” che può rendere confusi gli uomini, che li lega al remo e alla danza del cerchio. Se Zarathustra avesse insegnato alla sua Anima a dire “oggi” intendendo che noi siamo uomini fuori dal passato e dal futuro, non un “giorno” o un “tempo”, di sicuro avrebbe rischiarato la notte di noi che cerchiamo. Io questo penso, che Debolezza è legata all’”oggi”, è palpabile e odorabile solo nell’ “oggi”. Uomini noi perchè rispondenti ai contorni dell’ “oggi”. Questo non libera né carcera nessuno: la Debolezza è vita e anche morte, è luce e ombra, è umano e anche diabolico. Tutto nell’ “ oggi”. Forse la nostra angoscia di perderci o di non andare da nessuna parte sarebbe minore.

GUIDO SAVIO

(continua)