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IL PRESENTE E IL PIACERE (parte seconda)

( continua)

B – Amico mi frastorni. Le tue esperienze io non le ho. Non ho il tuo peso e nemmeno le tue pretese. Sono uno che pensa e che… pensa il meno possibile per stare il meglio possibile. Non vorrei mai che il nostro discorso cadesse… tra due che… uno dice che la vita si consuma e che bisogna vivere alla giornata… e l’altro che dice, magari scimiottando la formichina, che… c’è tempo… bisogna seguire il tempo. Bisogna guardare avanti. Mi parrebbe di fare la parte della suocera o della balia o del misantropo. Le mie letture non sono le tue ma sono sicuro che il tempo è un Lungo Tempo, che il Tempo è un Futuro. Certo, consumiamo, ma mi fa paura. Le mie letture non sono le tue, porto quindi con umile deferenza una citazione da Il codice del Samurai. E’ appropriata la fonte? Se l’uomo non pensa alla morte, che è Futuro e anche Programma (per non parlare del Fine e della Fine) è un uomo finito Finito vuol dire che non ha inizio, che non è neppure iniziato. Senti amico, già nella Introduzione che cosa scrive il Daidoij Yuzan: “Il samurai deve ricordare costantemente, giorno e notte, dal mattino quando prende i bastoncini per consumare la colazione di Capodanno fino alla sera dell’ultimo dell’anno quando paga i suoi conti annuali, il fatto che deve morire (…) Se però dimentica di pensare alla morte, cadrà in preda di insalubri eccessi nel bere, nel mangiare e con le donne che lo condurranno ad una morte precoce, dovuta a malattie dei reni o della milza, e finchè in vita, la malattia lo renderà un essere inutile. Invece coloro che hanno sempre la morte nei loro pensieri, sono forti e sani da giovani e, prendendosi cura della propria salute e moderandosi nel bere e nel mangiare ed evitando la frequentazione di donne, terranno sempre lontane le malattie e vivranno a lungo e in buona salute”. Amico, non mi fraintendere. L’Oriente non mi appassiona. L’Occidente è la mia patria, e tanto basta. Non sono mai stato preso dal fanà né dei medi né degli estremi orientali. Tuttavia mi sembra opportuna la entrata. La morte è il pensiero di futuro, è il superamento del tuo Presente, dell’essere qui e ora. Tu non puoi non pensare alla morte, ma non come atto dovuto, bensì come pensiero di futuro. Amico, siamo gettati in avanti. Siamo gettati nell’Aperto come direbbe Heidegger. Stare al Presente sarebbe come stare in panni troppo stretti.

A – Amico complimenti. Dialettica serrata. Giappone vincente. Ma il mio Occidente non è che mi faccia sbrodolare dal piacere. Stiamo dicendo che l’Essere Nostro o noi lo pensiamo qui ed ora o lo lanciamo nel futuro. Ma questa è semplice Filosofia. A me interessa capire se io che vedo me stesso nell’essere quello che sono in ogni particella della mia vita, nell’incontro con l’amico, nel caffè al bar, nell’osservare il soffitto della mia stanza, nel sapere che la parola che pronuncio non la pronuncerò mai più… e via discorrendo, mi hai capito… sono ”felice” di questa mia pochezza che si consuma nell’attimo, senza andare ad attingere ai pensamenti sul sesso degli angeli.

B – Faccio fatica amico a seguirti. Faccio fatica a capire dove sta la differenza tra il tuo ed il mio discorso. Faccio fatica a vedermi oggi luogo delle mie cose che avverranno in futuro. Non lo so. Non lo posso sapere. Sai tu dirmi se c’è Futuro per il Presente?

A – Domanda più nobile e più difficile non potrebbe esserci. Io dico di sì. Ma non ora. Il Futuro sarà allora, non ora. E se non sarà mai, mai sarà. Pensarlo sarà stato un impegno ed uno sforzo inutile (in fin dei conti le cantonate della vita sono… infinite!!!). Ma amico, una ulteriore e doverosa pregunta. Dove ci porta tutto questo? Io non riesco a capire quale sia, semmai, il motivo del nostro contendere.

B – Forse che siamo, come nella tesi di partenza, meno divisi di quello che pensiamo? Io dico solo che in molte occasioni ho pensato a che sarà di me.

A – Io ti confesso amico che in molte occasioni mi sono chiesto che cosa si consuma di me nel momento in cui penso, come potresti fare tu: “Che cosa sarà di me?”. Si consuma il mio Presente, ma io lo lascio andare, lo lascio perdere, che si perda fuori dalla mia giurisdizione. Tanto mi basta che io percepisca il mio essere, che io giochi con me come nel domino alla posizione di un pezzo dopo l’altrto, senza domanda di continuità e senza scorporo dalla contraddittorietà. Poi il Paradosso possiamo lasciarlo benissimo a Simon Weil. Chi è chi? Chi è Simon Weil nel momento in cui afferma che “Non può esserci contemplazione della miseria umana nella sua verità se non alla luce della Grazia”. La Weil ha scritto “grazia” minuscolo. Io lo scrivo maiuscolo. Perché la Grazia è il presente. E’ la consumazione di me che vivo me e che nello stesso tempo so che domani ci saranno… altri presenti. Il Presente perenne. “Ktema es aiei”. Possesso perenne. Ma la perennità non è quella dell ’Infinito, bensì quella del “ora e dopo ora”, ma sempre ora. Fino alla Fine.

A – Amico, ti riporto sulla terra, Nella prosa che tutti ci accomuna, La poesia è per pochi e pochi che non sanno di pochi essere. Ma non è questa una contraddizione? Non dovrei io essere il soggetto della Poesia. Invece tu mi richiami alla prosa. Ben venga la mia nuova destinazione (che ti confesso… della quale non sono del tutto digiuno). Io prosaico ti dico Novalis: “Noi cerchiamo del tutto l’assoluto e troviamo sempre delle cose”. Ma sì. E’ così, vedi? Noi siamo gli uomini e le donne delle cose. Siamo gli uomini e le donne del Presente. Cose uguale Presente. Tiro qualcosa per i capelli? Non mi sembra. Sto facendo della prosa. Io mistico sto facendo della prosa. Non me ne vergogno. Anche perché della Poesia io mi sono sempre fregiato ma della Prosa ho sempre campato.

B – Ma che fai? Vivi di attimi? Ti affidi alla precarietà? Fai il figlio dei fiori o il freak, il no-global?

A – Amico, la tua provocazione ha secoli di vita. Da Socrate in poi, o forse anche da prima si è tentato di screditare il Pensiero legandolo alla balordaggine del momento e della gioventù o dei giovinastri. Socrate ci è morto per aver contato troppo sui ragazzotti, sui Giovannotti. Mi piacerebbe essere un “Giovannotto” nel senso di un nuovo “Giovanni” ma…temporibus illis!. Sai amico che cosa è una mano. E’ lo strumento per cui l’Uomo si è differenziato dai Primati. Bene. Cacciari è un filosofo che amo ed odio (quando non lo capisco). Ma senti amico quello che dice: “Il kairòs, come attimo decisivo in cui appare la forma compiuta (…) è l’attimo decisivo di ogni momento, in cui ogni momento tramonta e si origina la prima ‘alba’ del successivo”. Scopa! L’attimo decisivo. Amico. Quello sul quale mi prendevi per i fondelli. L’inizio. All ’inizio si diceva del carpe diem e della stanza di Lorenzo. Bene. Eccoci qua. L’attimo. Il Presente. Il presente che non esclude né il tuo Passato né il tuo Futuro, ma tutti li ingloba nel Presente, senza pretese. Cacciari diviene un grande quando parlando della mano (quella che Severino ha trattato come Necessità) come “attimo decisivo”. E che? Amico, potrebbe essere altrimenti? E’ la mano che deside. E’ la mano che taglia. E’ la mano che mi porta fuori dalle secche del passato e mi fa vivere il verde del Presente. La mano è il Tempo della risalita, è il tempo della forza della debolezza (umana). Kairòs è il “decisivo”. Il Presente. O da una parte o dall’altra. Non ripetiamoci. Tyke, amico è il puro momento. Il momento che noi vogliamo e che noi godiamo. La Necessità non ci è nemica. Amica invece delle nostre ventiquattrore. Questo è il mio credo, Quello delle ventiquattrore dove Dio e Infinito non sono esclusi ma solo partecipi. Partecipi amico?

B – Il tuo Cacciari amico non mi è sconosciuto. E lui mi dice che : “Ciò che è sempre Aiòn spiega e salva il sempre di Chronos”. Sibilline le parole ma presto chiarite. Il Presente. Il tuo Presente, ha bisogno di uno sfondo per esistere. E questo sfondo, o contenitore altro non è che… Tempo. Tempo amico mio. Storia e Passato.

A – A questo punto amico non so più. Il mio sapere si ferma e si ferma presto. Io che vorrei vivere sull’unghia non so se posso. Ma so che voglio. Io mistico forse cedo davanti al Positivismo del tuo argomentare ma lasciami la Speranza. Siamo noi, Io e Te Ora noi e non lo saremo mai più così nei nostri futuri?

B – Sì amico, tocchiamoci.

SavioSavio Luglio 2002

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