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IL PRESENTE E IL PIACERE (parte prima)

Il Piacere può essere il monento presente, il soffio di un attimo, il battito d’ali di un merlo. Oppure il frutto del Programma e della Prevenzione. Due amici se la raccontano.

DIALOGO PRIMO

IL PRESENTE

A – Come pensi che riusciremo a capirci se partiamo da posizioni così lontane? Mi dai del mistico perchè lodo la stanza del Magnifico della “tanto allegra giovinezza…” oppure continuo a parlare ai miei figli di “Capitano, oh, mio capitano”, tieni ben presente, io padre. E mi dici che sono il padre del carpe diem, nutrendo dei dubbi sul fatto che permetta ai miei figli di godere di un minimo della eredità paterna. Certo, vedo la consumazione dove tu vedi la conservazione. Il fatto sta che, vedi, il presente è il tempo del tutto, il presente è il momento della nostra storia, tutta concentrata (passato e futuro) nel momento che ci passa tra le mani. E va, certo, si consuma ma non per questo va perduto. Tu pensi forse che le scelte, quelle quotidiane, mobilitino tanti anni passati a fare esperienza? Per niente affatto: avvengono sull’unghia, seguendo il momento e la sanità della natura che ci (sup)porta in quel momento.

B – Hai proprio ragione tu. Mi sa che le nostre posizioni faremo fatica a farle incontrare. Ma che dico incontrare. A farle avvicinare di un po’. Se oggi non progetti, non programmi, non ti… assicuri, sei un uomo perduto. Perduto magari no, ma uno che corre più rischi dell’altro che ha la testa sulle spalle.

A – Non mi sembra che io non abbia la testa sulle spalle. Vedi. E’ che l’uomo, noi moderni e postmoderni, siamo portatori di una contraddittorietà un tempo certo minore. Non tiriamo in ballo la trita e ritrita questione dei Valori ma io onestamente non mi sento tanto sicuro delle mie cose e nemmeno tanto di quello che penso. Io sento che la mia contraddizione la tocco nel Presente, nell’essere quello che sono, nell’ hic et nunc che mi porta da un passo all’altro nella strada che faccio. “… l’ uomo è destinato alla razionalità illimitata – Scrive Ricoeur nel suo Finitudine e colpa. L’uomo fallibile – alla totalità e alla beatitudine, nella stessa misura in cui è limitato alla prospettiva, in balia della morte, legato al desiderio…”. E questo è ciò che Ricoeur chiama il paradosso, cioè una chiara e palpabile separazione e sproporzione tra razionalità e sensibilità sia sul piano gnoseologico sia su quello affettivo. Allora io mi chiedo: “Dove mi trovo?”, “C’è un luogo dove io sono io?”. Domande da cento milioni (di euro!), lo so, ma un pizzico di risposta io l’ho trovata. Nel mio piccolo. Un po’ di pace la sento nel presente, nell’essere il mio presente e basta anche se proprio lì si concentra il massimo del mio paradosso personale. Il passato lo conosco, il futuro lo penso, ma il presente lo vivo e il paradosso è un atto del vivere, è un atto del Presente.

B – Caro il mio amico, unum sumus, siamo una parte intera, una totalità del nostro passato e anche del nostro futuro (pensato anche se sconosciuto). Noi viviamo storie reciproche tra uomo e uomo e tu ti vuoi ritagliare un orticello per dire “Questo è il mio presente e lasciatemi nella mia contraddittorietà, nel mio paradosso!”.
Ti ricordo, amico caro, il concetto di consentimento nel tuo Ricoeur. Al paradosso (anche quello della Croce) c’è una soluzione: quella del consentire che significa, in parole povere, che là dove c’è il mistero del senso, noi uomini dobbiamo acconsentire, accettare, accettare la storia e la sua evoluzione. Non ci si isola nel presente.

A – Io non ho mai parlato di “isolamento”. Anzi. Vedo la comunione degli uomini proprio nel cogliere il Presente come lo “ stato universale”. Come dire… tutti uguali nel nostro presente, tutti uguali in questo momento, in questa mattina di un sabato di luglio. Tutti uguali nel pensare che il nostro presente. Kant afferma che quello che ci è dato non ci è dato che con lo stesso darsi del senso esterno. Bene. Il senso, a mio modo di vedere, lo si coglie nel momento, in una illuminazione che rischiara il nostro Presente. E. bada bene, che si parla di “senso esterno”, non del mio orticello. Si parla di ciò che ha senso per me, per te e per milioni di nostri simili che in questo modo ci …”consentiamo” simili. E’ chiaro poi che ognuno di noi è un uno che è in se e nello stesso tempo un uno altro da sé. Sono queste storielle della Psicologia e della Filosofia fin troppo note. E noi le prendiamo perché le cose stanno proprio così. Io sempre sto e sempre mi muovo, sono identico e diverso, simile agli altri e dissimile nello stesso tempo, nello stesso Presente. Se questo dualismo ti porta a definirmi “ mistico” accetto la definizione.

B – Non mi considero talmente cieco e gretto da non vedere quanto l’uomo, in questo tempo difficile, sia contraddittorio e paradossale. Ti faccio notare tuttavia come ciò abbia a che fare principalmente con la difficoltà della comunicazione. A volte con la impossibilità oggettiva di comunicare. Musil in L’uomo senza qualità fa dire a Ulrich rivolto ad Agathe mentre osservano la stessa nuvola: “Come posso far sì che quella nuvola sia la stessa nuvola per me e per te?” Come posso in sostanza comunicare lo stesso contenuto quando è il linguaggio stesso che me lo cambia? Bisognerebbe, si sa, poter compenetrare completamente i corpi (con tutti gli annessi e connessi che tanta Psicologia ci ha posto davanti). Ma questo è impossibile. E’ impossibile come dice Lèvinas in Les Temps et l’autre del 1948: “Più entro in intimità con l’altro corpo, più lo scopro altro: irriducibile a me”. Ma si sa che questo è il castigo ma anche la gloria del genere umano. Ovvero il limite. Io penso che il limite non sia il solo presente ma la rapprentazione totale della nostra Storia.

A – Amico, se fosse per questo, se fosse per la difficoltà di comunicare, io ne ho una migliore, in versi:

Puoi conoscermi, però mai fino in fondo.
Con tutta la mia superficie mi rivolgo a te;
ma tutto il mio interno è girato altrove.

(W. Szymborska)

Ma non credo che sia una questione di… comunicazione, no. Ci stiamo già confondendo con i discorsi. Io affermo che noi siamo il nostro Presente, che è l’unico tempo e luogo che abitiamo nella Contraddizione e nel Paradosso che esso comporta. Ma ciò non di meno esso Presente è la sede della nostra “essenza”, non parlo di personalità, natura o altro. Ubi nunc sum, ibi patria. Ecco, ho inventato una falsa citazione latina ma che dice tutto il mio concetto. Il mio presente non è quello della cicala, anzi, è il contesto della produzione e della Economia. Io ho maggiore soddisfazione e maggiore piacere se consumo il momento sapendo che dentro di me c’è una forza (che non so se è mia) che mi riprodurrà quella che è la energia che io impiego.

B – Non vedo niente di male in quello che dici. Ci avrei qualcosa da ridire invece sul tuo ridurre il tutto al Presente, il tuo affidarti… come gli uccelli del cielo e i gigli del campo di evangelica memoria. Non si vive amico senza avere lo sguardo che va lontano: progetti, valutazioni, prevenzione, risparmio: realtà tanto “sociali” quanto intime. Il tuo piacere, come d’ altra parte il tuo dolore, non possono appartenere al Presente, al tuo intimo presente. Tu vivi queste esperienze solo se le riconosci appartenenti ad un Infinito. Saranno tue ma appartengono all’Infinito del Tempo. E’ chiaro Platone nel Filebo: “Non sarebbe infatti la pienezza del bene il piacere se non avesse natura infinita, sia per quanto riguarda il numero sia per quanto riguarda il più della intensità “. Il piacere come il dolore non hanno Tempo, dunque non hanno il tuo Presente ma noi uomini li troviamo in un paradigma infinito.

A – Ma quale paradigma e paradigma, amico mio. La vita non è un “parco macchine” dove uno sceglie, è un intimo lavoro dove uno si ferma nel tempo che vede per lui favorevole, sapendo che il tempo successivo potrà anche essere infausto.

B – Proprio così. Il tempo infausto. E noi soffriamo sia per il tempo infausto che verrà per davvero ed anche per il pensiero di attesa che noi abbiamo nei suoi confronti. Ti tengo legato al Filebo: “Non si è precedentemente detto che almeno i piaceri e i dolori limitati all’anima possono precedere i piaceri e i dolori provenienti dal corpo, in modo che ci accade di soffrire o di godere per il tempo che deve ancora venire?”. Ecco qui. Noi poveri esseri che calpestiamo la crosta della terra godiamo o soffriamo pensando al dopo, al futuro, a quello che ci aspetta.

A – Mezza Storia della Filosofia contraddirebbe questa tua asserzione amico mio. Da Parmenide in poi. L’essere è, il non essere non è. Il futuro deve ancora venire, anche se è oggetto del nostro pensiero. I confini del reale sono sempre reali. Il confine è la nostra salvezza, lo hai detto anche tu. L’infinito non ha confini. Forse non è. Che ne dici amico mio? E sul Filebo salviamo solo quello che parla di piacere, non è un’opera di grande spessore!!
Futuro, dici bene. Non ti dico che non esiste, che non è. Ti dico solo che è il pensiero ed io penso ora, qui, nel mio presente. Lancerò il mio presente verso il futuro, certamente. Lancerò il mio presente verso il passato, certamente. Ma hai mai visto i secondi dell’orologio che non seguono il loro corso. Il loro corso è… “ora sì… dopo no”. Poco fa ho rivisto L’ anno scorso a Marienbad, di Resnais. Un mattone. Robbe -Grillet ci ha messo la sua parte, ma mi è piaciuto il tentativo: rendere la narrazione… tutta presente. Tutto avviene nel presente. E non è una allucinazione, è il pensiero della nostra salvezza e della nostra possibilità di provare piacere.
Il Presente non uccide il futuro ma lo tempera. Il Presente non uccide la speranza ma la rende … pensabile. Che me ne faccio io, amico mio, di un futuro che non posso chiudere in un pensiero di questo momento? Se Albertazzi che corteggia la sua donna avesse avuto un pensiero di Presente la avrebbe impalmata! Ma non voglio essere volgare. “Impalmare” non so se sia volgare!!.

(continua)

Guido Savio

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1 comment for “IL PRESENTE E IL PIACERE (parte prima)

  1. vicky
    29 Luglio 2002 at 10:39

    Era un pezzo che non vedevo dialoghi… similplatonici. Non si finisce mai di imparare. L’articolo però mi piace perchè porta avanti una tesi forte, meglio, una domanda forte. Se poi tutto sia Presente. Se Noi siamo solo presente. Se il Tempo che noi possiamo toccare con kle nostre mani altro non sia che >Presente. Non so se il piacere sia al Presente, ma so che fugge tanto velocemente, questo sì.
    Complimenti!

I commenti sono chiusi.