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Il rapporto come legge costitutiva dell’io.

“Il criterio del vivere bene è, in ultima analisi, quello di seguire ciò che cor-risponde alla nostra domanda e al nostro desiderio di soddisfazione, di pienezza di vita, di verità, di bellezza, di pace…”

Avete mai pensato come gli orientamenti della filosofia moderna arrivino a condizionare oggi, insospettabilmente, ma concretamente la nostra mentalità? Si provi a pensare quali legami profondi esistono, per esempio, tra l’idealismo nelle sue varie declinazioni -tendenti comunque ad individuare nella realtà l’Assoluto o l’Essere- ed un certo modo di intendere la facoltà del pensiero ed il rapporto con il reale.
Allora, detto alla buona, noi (la società nella quale viviamo e da cui siamo inevitabilmente condizionati) intendiamo la realtà come quell’universo nel quale siamo una particella sperduta, un pulviscolo, uno dei tanti “enti” tra gli enti. E – condanna ulteriore- si concepisce magari l’infinito come il ritorno nel “gran mar dell’Essere” (dunque ancora sperdutezza e, direi, indefinitezza più che infinito). In fondo, non vi sono in tale concezione neppure tanto lontane parentele con le mode spiritual/religiose, che vanno dalle filosofie indiane al buddismo, fino a quella subdola versione eretica dello stesso cristianesimo che è lo gnosticismo (dove la conoscenza del divino si ha per illuminazione interiore e si contrappongono lo spirito o l’anima al corpo e alla materia)? Attenzione che non occorre sfiorare le vette del pensiero moderno. Basta una canzone di Lorenzo Giovanotti ad “illuminarci”: ricordate quella che, più o meno, mette insieme, in un grande calderone idealistico, Gesù Cristo, Gandhi (si scrive così?) e Madre Teresa di Calcutta ?
Sapete la scoperta che ho fatto da un po’ di tempo a questa parte? L’idealismo, l’Essere & C. (ci metto anche la “new age”) sono una grandissima fregatura!
Già, perché uno si convince che basta in definitiva uno sforzo solitario, magari da ascesi yoga o da “studio pazzo e disperatissimo” per capire la vita ed avere una bussola per orientarsi nel mondo …
Se invece cominciassimo a guardare alle nostre origini, individuali (il bambino) ed anche culturali (il cristianesimo) scopriremmo una cosa tanto semplice quanto rivoluzionaria. Che da quando la storia (individuale come universale) è cominciata, a fondamento di un’esistenza che possa dirsi umana sta un rapporto tra il Soggetto (io) e l’Altro (in primis la madre, il padre, Cristo).
Questo rapporto originario è il fondamento, la costituzione –con tutta la giuridicità del termine- dell’io e del pensiero. Pensiero che ha come norma costituzionale e costitutiva la ricerca della soddisfazione, del piacere, della positività dell’ esperienza. Il bambino acquisisce competenza di pensiero e di giudizio (intorno a ciò che gli giova e gli è di beneficio, piuttosto che di peso e di maleficio) attraverso l’eccitazione che la madre compie su di lui nell’allattamento, eccitazione o chiamata ad agire (a compiere un lavoro, e lavoro di rapporto) per giungere alla soddisfazione mediante (il lavoro di) un Altro. Questa “legge” (che abbiamo definito come la Costituzione dell’individuo, proprio come c’è la costituzione della repubblica italiana) stabilisce, dentro al rapporto, la norma di apertura all’universo dei rapporti, al rapporto con il mondo e con qualsiasi altro. Dove le posizioni (o ruoli) del Soggetto -che riceve il beneficio- e dell’Altro -che lo offre- sono caratterizzate dalla loro alternanza e interscambiabilità, in modo che la soddisfazione, per così dire, entra in circolo, si diffonde e fa la ricchezza dei partner (come dovrebbe avvenire nel matrimonio).
Il reale si presenta allora all’individuo come una possibilità od opportunità infinita di rapporti per il proprio beneficio, purchè solo sia costituito e sano in lui il criterio di giudizio (che è il movimento verso il piacere).
Il criterio del vivere bene è, in ultima analisi, quello di seguire ciò che cor-risponde alla nostra domanda e al nostro desiderio di soddisfazione, di pienezza di vita, di verità, di bellezza, di pace …. Ecco che il pensiero originario, che qualcuno ha definito “pensiero di natura”, è, coincide con lo stesso pensiero di Cristo. Cristo non ha forse affascinato i suoi perché aveva -unico- parole che spiegano la vita (“Donna, non piangere!”) ed il suo giogo –il legame con lui- era dolce e lieve ecc.? La “religione” cristiana –ma tale termine convenzionale va sostituito con quello più appropriato di incontro o avvenimento cristiano- è infatti fondata sul rapporto di Dio con l’uomo (anzi è “alleanza” tra Dio e l’uomo, guarda caso la giuridicità!). Tale rapporto si è stabilito dentro la carne del rapporto tra Cristo e i discepoli, tra Cristo e l’uomo.
Ricordiamo il Vangelo di questi tempi: “Nessuno conoscerà il Padre se non il Figlio …”. Già, ecco l’ulteriore declinazione della questione. Dio è, esso stesso rapporto. Rapporto tra il Padre ed il Figlio, rapporto (è il catechismo che tutti bene o male rammentiamo) trinitario (Padre, Figlio e Spirito Santo), lavoro di rapporto.
Ho cercato qui, forse in modo un po’ affastellato, di focalizzare la concezione della vita e del pensiero come giuridici, in quanto fondati sulla legge del rapporto. Tale concezione ha poi applicazioni molto pratiche. Accenno soltanto ad un’ esperienza che mi è dato di compiere (e come a me sicuramente a tanti altri) nel rapporto con le mie figlie. Esse imparano qualcosa -della vita, delle relazioni, finanche della matematica a scuola- tanto più e tanto meglio quanto questo passi dentro un rapporto, dentro quello scambio reciproco in cui l’adulto sa essere presenza, partner autorevole nell’offerta della norma per la soddisfazione.
E, a mo’ di spunto, se il bambino ha davanti la presenza dei genitori, sarà bene ricordare a noi stessi il fatto, apparentemente banale, ma portatore di rivoluzionarie conseguenze, che, “prima”, papà e mamma non si conoscevano. Se questo è scoperto dal bambino, egli avrà davanti un “uomo” e una “donna” che si amano, dentro ad una relazione; imparerà l’amore come frutto di un rapporto e non cadrà nell’ambiguità di ritenere l’amore tra “papà e mamma”, nonché il loro ruolo, il loro stesso amore di genitori, come un dato presupposto, scontato. Solo così, sarà tagliata fuori la possibilità dell’inganno al bambino circa l’astrazione dell’amore (vedi idealismo), del: “papà e mamma si vogliono necessariamente bene, mi vogliono necessariamente bene, è matematico”. Facciamo in modo ch’egli colga invece l’amore come movimento (lavoro) a due verso la meta della reciproca soddisfazione (piacere).
E, a questo punto, le stelle (…l’Essere) stiano pure a guardare …, ossia, non ce ne può importar di meno: è il rapporto il ponte per le stelle !

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2 comments for “Il rapporto come legge costitutiva dell’io.

  1. antoine
    14 Luglio 2002 at 10:42

    In che senso il Cristianesimo ha a che fare con la nostra origine? Certo, origine è rapporto tra Soggetto e Altro, ma anche altre religioni e filosofie, tra cui l’Idealismo affermano questo.

  2. paolo
    19 Luglio 2002 at 10:43

    Il Cristianesimo ha a che fare con le nostre origini intese nel senso di tradizione culturale e di civiltà. Le radici della nostra cultura, italiana ma anche europea, affondano nella tradizione cristiana. Tuttavia questa affermazione, forse di tono un po’ assertivo e risaputo, benché vero, non dice ancora il perchè il Cristianesimo si distingua da tutte le altre “religioni” e filosofie. Esso, che -ricordiamolo- nasce nell’humus della tradizione religiosa del popolo ebreo, si fonda sull’iniziativa di Dio, che si è voluto rendere conoscibile, tangibile, incontrabile all’uomo non per illuminazione, non solo e non tanto attraverso l’ispirazione di profeti, ma bensì mediante quel mistero che si chiama “incarnazione”, cioè mediante il Suo figlio Gesu’ Cristo. E quel Dio, che è alla radice della storia del popolo ebraico e poi di tutti i popoli cristiani, non si può -nemmeno per un istante- disgiungere da quel rapporto che lo designa “Padre” nei confronti del Figlio Suo. Così come rapporto di paternità è verosimilmente quello che si è instaurato tra Giovanni, Andrea, Simone, Filippo etc. e quell’uomo dai tratti eccezionali e affascinanti che si chiamava Gesù di Nazareth. L’Altro dei filosofi, dell’Idealismo ad esempio, è un Essere immobile, statico, che non assume l’iniziativa, che disdegna un rapporto diretto con l’uomo, starei per dire da uomo a uomo, come fu per Cristo e per quelli che lo incontrarono e com’è per chi lo incontra tutt’oggi. Il Soggetto (l’io) ha, nell’ontologia dell’Essere (propria anche di certo idealismo) , un rapporto da servo, non da figlio a Padre, come ben aveva intuito San Paolo. Il figlio eredita, ed eredita una prospettiva di lavoro, di produzione di ricchezza, il servo può solo limitarsi a contemplare ed a rubare un po’ di luce all’essere. Si perdoni la brevità degli accenni. Paolo Pettinella.

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