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IL FIGLIO E LA NOIA (appendice del quarto articolo)

APPENDICE DEL QUARTO ARTICOLO DI QUATTRO.

Kafka e il padre: questioni di responsabilità e dello… stare a tavola.

Kafka e il padre: questioni di responsabilità

Ed eccoci all’altro Francesco che di cognome fa Kafka. La dico subito chiara. Io non ho mai sentito in vita mia un attacco così forte, pesante, indiscriminato rivolto da un figlio al padre. La Lettera al Padre a mio modo di vedere è quanto di più ruvido, unilaterale ed antieconomico un figlio possa dire non del proprio padre naturale soltanto, ma del pensiero di Padre (ed in questo senso la antieconomicità del gesto). Kafka attaccando il padre rende impotente se stesso.

Leggo i passi più significativi e forse più conosciuti. Scrive Kafka: “Quando bambino mi trovavo con Te (da notare sempre la lettera maiuscola) specialmente durante i pasti. Mi istruivi soprattutto sul modo di comportarsi a tavola. Quello che compariva sulla mensa doveva essere mangiato. Non era permesso parlare della bontà dei cibi; tu però li trovavi sovente immangiabili e li chiamavi ‘buoni per le bestie’. ‘La cretina’, cioè la cuoca, aveva rovinato tutto. Mentre tu, grazie al tuo gagliardo appetito e al tuo amore per la rapidità, mangiavi tutto bollente e a grossi bocconi. Il bambino doveva affrettarsi e intanto sulla tavola incombeva un tetro silenzio. ‘Prima mangia, parlerai dopo’, ‘Più presto, più presto. Guarda, io ho già finito da un pezzo. Non era permesso rosicchiare le ossa ma tu lo facevi, l’aceto non si doveva assaggiare ma a te era consentito. La cosa più importante era tagliare il pane diritto, ma che tu lo facessi poi con un coltello sporco di sugo era indifferente. Bisognava badare di non lasciare cadere briciole sul pavimento ma sotto il tuo posto ce n’era una infinità. A tavola bisognava badare solo a nutrirsi, mentre invece tu ti tagliavi, ti pulivi le unghie, temperavi le matite, ti frugavi nelle orecchie con uno stuzzicadenti. Ti prego papà, cerca di capirmi. Per me sarebbero state tutte cosette insignificanti, ma diventavano opprimenti per il fatto che tu, l’uomo per me così autorevole (eccola qui l’accusa) non ti attenevi ai precetti che tu stesso imponevi”.

Se questo descritto da Kafka fosse stato il vero padre di Kafka sarebbe stato un soggetto che non è mai stato figlio nemmeno lui nella propria vita in quanto si era preso la briga non di essere un rappresentante o, meglio, un servitore della legge, ma un incarnatore, un Dio della legge familiare. Incarnare la legge senza rispettare la legge. Ma qui sentiamo solo la campana del figlio.

Il padre di Kafka è uno che predica bene ma razzola male. Uno che commette l’errore e non lo riconosce. In questo senso un peccatore. Sempre che il padre di Kafka rispondesse alla descrizione (eufemismo!) del figlio.

Il padre di cui parliamo noi è il padre che non si vergogna dell’errore, che lo riconosce quando è ora e in questo modo si rende… disponibile per i figli. Questo concetto lo abbiamo già visto.

Un altro passaggio della Lettera: “Fra te e me non ci fu una vera battaglia”. Ecco. Noi sappiamo che il rapporto tra padre e figlio può essere un rapporto tra avversari ma non tra nemici. La sana conflittualità generazionale è innegabile, e quanto bene porta nelle tasche sia del padre che del figlio (per chi vuole intendere). Ma conflittualità sana prevede il mantenimento in vita dell’avversario, perché dalla relazione nascono i frutti. La uccisione, quella che si auspica o si pratica verso il nemico è una catastrofe in tutti i sensi. Come la guerra è sempre una catastrofe, da qualsiasi parte la si prenda. Il nemico implica l’odio. L’avversario no.

“Fui ben presto sconfitto, non mi rimaneva che la amarezza, la fuga, la angustia, una lotta interiore continua…”.

Kafka si lamenta dell’illamentabile, si lamenta del fatto che il padre, con la sua educazione, gli ha reso impossibile il rapporto con le donne, il matrimonio: “Se io voglio liberarmi dal particolare legame che mi unisce a te devo fare una cosa che non abbia con te la minima relazione. Il matrimonio sarebbe la massima e la più onorevole indipendenza ma nello stesso tempo essa è strettissimamente collegata a te.”

Più chiaro di così. Kafka mette il padre alle corde con la sua logica aristotelica, come se il padre avesse colpa di essersi sposato e non aver pensato che il figlio avrebbe scelto come modo di emanciparsi da lui il matrimonio stesso. Dunque strada sbarrata anche per di là. Ma perché? Perché Kafka non vede se stesso. Non si sente parte attiva di tutta la faccenda. Punta il dito e basta. Kafka fa un giochetto. Si imbroglia da solo o vuole imbrogliare gli altri imbrogliando così tragicamente anche se stesso.

Kafka vede più un padre totemico, quello di Freud in Totem e Tabù, che ha il possesso dei figli, delle figlie e dei figli dei figli, piuttosto che un padre reale. Reale nel senso che… quello lì gli è toccato, e da lì si comincia, non lì si finisce.

Termino con la citazione: “Talvolta mi par di vedere spiegata una carta della terra mentre tu vi sei disteso sopra trasversalmente. Ho l’impressione che a me rimangano da viverci solo due regioni, quelle che tu non copri e che sono fuori dalla tua portata… il matrimonio è una delle due”.

Questo per dire come i nostri due Franceschi non abbiano assolutamente praticato il lavoro di figlio: ammissione del limite (a partire dal limite del padre), perdono del padre, responsabilizzazione, individuazione dello scopo e del fine. E con questo io avrei finito.

Guido Savio

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1 comment for “IL FIGLIO E LA NOIA (appendice del quarto articolo)

  1. antoine
    4 Luglio 2002 at 10:46

    Trovo la lettura di Kafka un po’ limitata. Certo la “Lettera al Padre” è una opera importante dell’autore praghese. Io l’ho sempre letta come una ribellione disperata del figlio ad un padre padrone, anche se tra le righe è coglibile un lamento, un lamentarsi. Ma certo anche che il padre ha fatto soffrire il figlio.

I commenti sono chiusi.