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IL FIGLIO E LA NOIA (SECONDO)

SECONDO DI QUATTRO ARTICOLI

Lo specifico della Noia è il lavorare contro il desiderio, la assenza di un punto di partenza e di un punto di arrivo. Ancora sul figlio.

Ancora sul figlio

La noia, come la definisce Maggini in una sua raccolta di saggi, altro non è che “la assenza del desiderio”, ovvero la assenza di un punto di partenza e di un punto di arrivo. I reali nostri figli annoiati proprio non sanno lavorare sul loro desiderio, fanno fatica a dare un significato alla propria esperienza. In vent’anni di lavoro ho ormai imparato che chi vuole guarire è il soggetto tipo Archimede al quale si accende la lampadina del voler darsi da fare per… salvarsi. Diversamente non avviene nulla. Ma di questo parleremo verso la fine della nostra serata.

E torniamo al pensiero di figlio. Possiamo dire che noi abbiamo questo salvifico pensiero nel momento in cui, e qui cito Giacomo Contri “abbiamo il pensiero di essere contenuti nella volontà di un Padre, quando anche non esistesse un tale padre”. Pensarci figli non ha assolutamente a che fare con il dato reale di avere uno, due, cinque padri o essere orfano. Si tratta solo di un pensiero produttivo, quello di essere contenuto nella volontà di un altro che vuole il nostro bene, e questo altro svolge una funzione paterna. Tutto qui. Eredità significa che il padre dice al figlio: “Porta avanti tu il mio desiderio, questa è la mia volontà su di te”.

Il pensiero di essere figli significa che c’è uno che prova piacere per il piacere che provo io. La legge è quella del piacere. E qui mi permetto di insistere. La legge del piacere è la legge che mi sorregge sia la condizione del lavoro, sia del senso che do alla vita. E’ impensabile per la legge del piacere (dunque la legge del Padre e del figlio) che io viva 60, 70, 80, 90 anni, che semini, che lavori, che raccolga senza che questo non comporti per me un piacere. Se io non sono sorretto da un Principio di Piacere è impensabile che io, da figlio, inizi qualcosa. Io inizio se quella cosa mi piace, altrimenti lo faccio per forza e lo faccio male. Poi esistono anche le cose che per forza bisogna fare, ma anche là io sono chiamato a introdurvi la mia questione del piacere.

Io la vedo come un lampo: “Quello che faccio da figlio lo faccio per piacere, per piacere mio e per piacere all’altro”. In quanto io sono figlio di due che per piacere (attraverso il reciproco piacere, il reciproco amore) mi hanno messo al mondo. L’atto sessuale è secondario rispetto al piacere come principio. Padre e madre si sono amati nello spirito prima, e questo ha permesso che si amassero nel corpo, dopo. Per questo il piacere dell’atto sessuale è secondario.

Altro punto. Ricordo il pensiero che tutte le relazioni intercorrenti tra gli esseri umani, grandi e piccoli, maschi e femmine, nonni e nipotini, suocere e nuore, etc. provengono da una matrice, da uno stampo che è quello della relazione che noi abbiamo saputo tenere con il Padre. A cascata, a pioggia. Saputo relazionarsi con il padre, il soggetto conformerà su questo stile tutte le proprie relazioni future e con tutti i rappresentanti del mondo, del suo o dell’altro sesso. Perché? Semplice. Perché la legge della relazione del figlio con il Padre dice: “Io piaccio a qualcuno”. E tanto mi basta.

Questa legge mi suggerisce (non mi impone) che malgrado le esperienze negative che io ho avuto con l’altro, magari a partire da mio padre, mi suggerisce che io mi affaccio alla porta o alla finestra dell’altro nella mia disponibilità a riceverne del bene. Questa è la economicità della legge paterna: se nel passato sei stato fregato, ti fregherai nel futuro con le tue stesse mani se pensi che la storia si ripeterà sempre uguale. E questo significa anche che il figlio inizia: sa dare un colpo di spugna agli altri patogeni che ha incontrato nella vita (e ce ne sono), per voltare pagina, per riproporsi nuovo e… vergine nei confronti del nuovo.

E mi viene da dire, anzi, lo dico, che quando due si amano, anche quando due fanno l’amore, non sono due ma sono tre: il Padre è presente e loro due fanno del loro atto di amore una legge tra loro due in quanto si richiamano entrambi alla legge del Padre, al pensiero di Padre che dice: “Riceverai il piacere da un altro”. Tu piaci a me e io piaccio a te prima di essere una esperienza reale (anche estetica) è un pensiero sperimentato verso il Padre… a qualcuno piace che. Li trovo il mio piacere e lo, scusate la brutta parola ma non me ne vengono altre, a tutti gli altri che incontrerò nella vita.

Voglio dire che le nostre esperienze di piacere non si verificherebbero se non avessero avuto la strada sgombrata da un pensiero precedente, quello che il mio piacere piace a qualcun altro, a partire dal Padre. Tutto qui.

E se vogliamo restare nella questione del sesso posso dire che tutte le persone che hanno i cosiddetti “problemi sessuali” ce li hanno perché pensano che quello che stanno facendo all’altro o con l’altro… all’altro non piaccia. Cioè hanno mandato a remengo la legge del Padre che dice che il piacere viene dall’altro e del mio piacere qualcuno ha piacere. Ed ecco qui la questione dell’essere contenuto. Il pensiero è che io sono contenuto nel piacere di un’altra persona, sono dentro all’altro all’insegna della reciprocità del piacere.

Che cosa significa allora per noi Onora il Padre? Come può un figlio onorare il padre? Ma attenzione. Non sto dicendo … come può il figlio Paolo Maldini onorare il padre Cesarone Maldini, no, non sto dicendo questo. Attenzione perché su questa storiella qua dell’onorare il padre reale si è spaccata la testa mezzo mondo. Se io penso di dare onore a mio padre reale… mi ricoverano, divento matto, matto perché non ce la farò mai. Ma mio padre reale lo onorerò come seconda battuta conseguente ad una prima battuta che è quella di pensare che è quella la via della salvezza, la salvezza mia, il piacere mio. Poi il mio padre reale può anche dissentire dalle mie scelte di salvezza, ma io lo avrò onorato lo stesso perché avrò fatto funzionare il meccanismo, avrò lavorato per far rendere il mio pensiero di Padre nel senso del piacere, che non necessariamente è il piacere reale del padre.

Il pensare che il mio piacere piace al padre reale non ha nulla a che fare con il fatto che poi il mio vecchio sia soddisfatto dalle scelte che ho fatto io. Se così fosse avremo i figli fotocopie del padre e la storia non avrebbe fatto nessun progresso.

Onore il padre significa rivolgersi al proprio padre e affermare con i fatti che io ho seguito la regola del piacere a partire dal pensiero che il mio piacere piacesse a qualcuno. “Papà, lo provo anche con te questo piacere? Bene, altrimenti pazienza!!”.

In questo momento della mia vita, e qui scendo sul personale, quando faccio qualcosa che io stimo discreto, corro immediatamente con il pensiero al fatto che ciò piace a qualcuno, e poi cerco anche di individuare questo qualcuno in persone reali. Non ci trovo niente di male. Vedo rappresentazioni, vedo pezzi della mia storia, può anche essere mio padre reale quello a cui corro incontro nel momento in cui, come un bambino, penso di avere fatto qualcosa di buono. Non ci trovo niente di male. Può essere anche Dio, come sfondo finale. A quello lì piaccio, piacciono le mie cose. Non ci trovo niente di male. Se poi vedo che ai miei altri reali non piaccio più di tanto… corro in fondo al viale e vedo Dio e dico: “A lui sì almeno piacerò!”. Questo per me è il pensiero di figlio, trovare sempre uno in fondo al viale al quale penso che le mie cose piacciano, che la mia vita abbia un buon senso. E non è detto che noi dobbiamo sempre piacere agli altri: sarebbe una allucinazione più che una illusione.

Che cosa significa allora per noi Onora il Padre? Come può un figlio onorare il padre? Ma attenzione. Non sto dicendo … come può il figlio Paolo Maldini onorare il padre Cesarone Maldini, no, non sto dicendo questo. Attenzione perché su questa storiella qua dell’onorare il padre reale si è spaccata la testa mezzo mondo. Se io penso di dare onore a mio padre reale… mi ricoverano, divento matto, matto perché non ce la farò mai. Ma mio padre reale lo onorerò come seconda battuta conseguente ad una prima battuta che è quella di pensare che è quella la via della salvezza, la salvezza mia, il piacere mio. Poi il mio padre reale può anche dissentire dalle mie scelte di salvezza, ma io lo avrò onorato lo stesso perché avrò fatto funzionare il meccanismo, avrò lavorato per far rendere il mio pensiero di Padre nel senso del piacere, che non necessariamente è il piacere reale del padre.

Il pensare che il mio piacere piace al padre reale non ha nulla a che fare con il fatto che poi il mio vecchio sia soddisfatto dalle scelte che ho fatto io. Se così fosse avremo i figli fotocopie del padre e la storia non avrebbe fatto nessun progresso.

Onore il padre significa rivolgersi al proprio padre e affermare con i fatti che io ho seguito la regola del piacere a partire dal pensiero che il mio piacere piacesse a qualcuno. “Papà, lo provo anche con te questo piacere? Bene, altrimenti pazienza!!”.

Guido Savio

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2 comments for “IL FIGLIO E LA NOIA (SECONDO)

  1. vicky
    3 Luglio 2002 at 10:51

    ma è davvero sufficiente che noi abbiamo “il pensiero” chwe l’altro (il Padre) ci ama anche se le prove in proposito non sono del tutto confermative? basta la fede? bastiamo a noi stessi?

  2. antoine
    4 Luglio 2002 at 10:52

    Penso proprio di sì. non che noi bastiamo a noi stessi, ma che ci basta la fede in noi stessi.

I commenti sono chiusi.