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Del dolore (e della sua nobiltà quando è vero) terzo

Terza parte. Il dolore è sempre in mezzo alla speranza. E la speranza è sempre quella di incontrare un altro.

Un possibile incontro

Se io non ho chi mi pensa, allora penso a Dio (che di sicuro mi pensa). Potrebbe essere questa una frase risolutiva, nel senso del risolvere, la solitudine e la incomunicabilità dell’esperienza dolorosa. In questo modo Dio diviene il sostituto dell’Altro mancante, ma tuttavia svolge lo stesso la funzione di Altro nella relazione. Il popolo abraico si è distinto da tutti gli altri in quanto si è sempre prefisso non di parlare di Dio, ma di parlare con Dio. Ha cioè inteso un Dio attivo nella relazione, un Dio che compie la sua parte. Compiere proprio nel senso della azione, della fattività di Dio verso il suoi figli, specie i figli nel dolore ( I Salmi costituiscono una prova magnifica e inconfutabile della chiamata dell’uomo sofferente verso il Dio attivo).

Ma resta la difficoltà iniziale: può essere Dio il sostituto dell’Altro mancante per l’Uomo che sta soffrendo e non trova nell’altro reale un referente per la comunicazione del suo dolore e per la relazione tout court? Da dire immediatamente che il ruolo di sofferente e il ruolo di figlio vanno a braccetto: a soffrire certamente ci si sente figli, si aspira al fare dell’altro su di noi come un figlio si aspetta il fare su di noi quale era il fare della propria madre. Il soffrire comporta con sè sempre un’aura di eccezionalità, il suo esperire diventa una esperienza che va fuori dal comune e in quanto attore di questo vissuto l’uomo necessita del comunicare. Quando io soffro ho il pensiero che qualcuno al di sopra di me, in qualche modo veda e pensi alle mie sofferenze. Questo qualcuno possiede la conoscenza della sofferenza ( oppure questa è una semplice mia illusione): io non voglio che questo qualcuno mi “insegni” a sopportare la sofferenza, ma che almeno mi pensi finchè soffro, che ci sia un bagliore di senso nel mio dolore e che questo bagliore sia compreso e saputo e conosciuto da un altro che sta sopra di me e che in quanto tale non può che assumere la posizione di Padre. Posizione di Padre che mi fa immediatamente ed automaticamente assumere quella di figlio.

Il figlio Cristo, nella propria storia, riproduce costantemente il proprio pensiero di Padre Dio. La vita di Cristo è la vita degli affetti del Figlio verso il Padre.

Ora l’eroe greco viveva nella sua aura di eccezionalità, lontano dal pensiero degli umani con i quali non aveva quasi relazione. E’ difficile pensare all’eroe greco, anche dentro al suo dolore, ad un uomo che abbia il pensiero di un padre che lo pensi. L’eroe greco è scisso da tutto e da tutti, nella perpetuazione delle proprie gesta che è sempre una perpetuazione di eccezionalità. La tradizione ebraica invece è sostanzialmente antieroica in quanto normalizza e generalizza l’eroismo (nella accezione della santità). Tutti i fedeli sono chiamati all’eroismo della santità. L’eroe cristiano, nella sua esperienza del dolore ha un pensiero, quello che un Padre lo sta pensando nel suo dolore, forse che c’è conoscenza da parte del Padre del motivo del dolore stesso. In nessun altro momento come avviene nell’esperienza del dolore l’individuo può cogliersi nella sua natura di figlio in quanto sa di essere all’interno di un Padre che lo pensa, di un Padre che ha preso cura di lui.

Così lo stato di figlio diviene lo stato della speranza. Ad essere figlio si è nella cura del Padre. Se dunque l’eroe greco viveva nella sua aura di enormità, l’eroe cristiano incentra la propria esistenza nella sua stessa normalità di figlio, figlio mosso dal desiderio di sintonia e di affidamento al Padre Dio ( Fiat voluntas tua ). La speranza è quella che il Padre abbia una buona volontà nei confronti del figlio, che il Padre abbia un buon pensiero di lui, lo pensi bene, lo desideri. Non a caso nel cristianesimo è Dio che va alla ricerca dell’uomo, è Dio che ama l’uomo, proprio “amatevi come io vi ho amati”, Dio stesso dichiara il proprio movimento di amore e di pensiero nei confronti dei suoi stessi figli.

E’ la speranza il moto perpetuo. La speranza il moto che può costituire via d’uscita dalla ineluttabilità del dolore. Ma la speranza non è mai speranza in un qualche cosa di preciso e circostanziato. La speranza è speranza in un segno che è sempre trasposto nel futuro, speranza che vive di ragione propria, speranza che ha alimento dal suo stesso essere passione e sentimento, non necessariamente legata alla quiddità della meta. La speranza è il riferimento che il soggetto fa ad altro , e verso questo altro imposta il proprio discorso e la propria motivazione.

“Ora ciò che si spera, se visto, non è più speranza; infatti ciò che uno già vede, come potrebbe ancora sperarlo? Ma se speriamo quello che non vediamo, lo estendiamo com perseveranza. Allo stesso modo anche lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perchè non sappiamo nemmeno che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa quali sono i desideri dello Spirito, poichè egli intercede per i credenti secondo i disegni di Dio” ( S. Paolo, Romani 8, 24-27 ).

Per Paolo dunque non esistono dubbi, la speranza trova il suo motivo di essere non nella sua stessa indeterminatezza oggettuale bensì nella sua arditezza spirituale: io non posso in affetti sperare in qualche cosa che già ho visto e che già conosco. La speranza è un affetto che, in realtà, sorprende: essa ha il suo unico motivo nel rimanere tale e non sfociare in alcuna oggettualizzazione, come il desiderio la speranza muore nel momento in cui attraversa un traguardo.

L’incontro del figlio con il Padre è possibile soltanto nella speranza, forse l’incontro reale davvero non è di questa terra. Il figlio in quanto tale è mosso al Padre dalla speranza continua di vivere nel suo pensiero, soprattutto quando il dolore può annebbiare tutti i pensieri.

Guido Savio